
Quando sono arrivata al castello, accompagnata da mio marito, sono stata etichettata come ” la sposina”.
Si lavorava in gruppo dalla mattina alla sera in un ambiente perfetto. La mia camera dava su colline pettinate dalle vigne. Eravamo sempre con abiti comodi e scarpe da tennis, poiché si lavorava anche con il corpo.
Le performance erano registrate e, la sera, si vedeva il filmato per avere la giusta distanza e capire, leggere. La coppia dei conduttori ci guidava senza invadenza. C’era dialogo e ascolto.
In una delle serate finali, nella sala del trono, il gruppo ci rendeva suggerimenti: il gioco era mettersi al posto di.
Mettersi al posto di un’altra persona, mettere le sue scarpe, prendere la sua croce, calarsi nei suoi panni… non è esercizio facile. Si tratta di amplificare l’empatia, di assumere la com-passione.
Non facile per chi è abituato a leggersi come centro del mondo.
Il conduttore si è avvicinato e mi ha detto tre volte: – Sei una artista.
Per fare un salto, a volte, serve l’intervento di un mentore.
Da allora sono successi molti fatti.
La mia vita è cambiata secondo correnti che non potevo prevedere. Salite cadute catarsi fuochi mareggiate ascese precipizi burroni sommovimenti.
“La sposina ” non c’è più con i suoi vizi e privilegi. Ora c’è una donna perennemente in cerca di un senso. Non c’è più un gruppo a sostenermi nello spazio di un laboratorio. Non c’è più un castello.
Non so perché stamattina mi è venuta in mente questa fase della mia vita. Forse qualche aggancio con il sogno che è svanito al risveglio.
La nostra storia non è un cammino lineare, più una serie di percorsi che s’intrecciano, deviano e ritornano sulla strada maestra con saltelli, piccoli voli, cadute, curve e svolte, fermate.
Sono fasi. Ogni fase diversa. Ogni fase importante.