Il tempo della fotografia

Contro alle teorizzazioni recenti della fotografia come convenzione culturale, artificio, non-realtà, Barthes privilegia il fondamento chimico dell’operazione: l’essere traccia di raggi luminosi emananti da qualcosa che c’è, è lì.

( E questa è la fondamentale differenza tra la fotografia e il linguaggio, il quale può parlare di ciò che non c’è).

Qualcosa nella foto che noi stiamo guardando, c’è stato e non c’è più: è questo che Barthes chiama il tempo écrasé della fotografia”.

Da: Italo Calvino – Saggi

È esattamente così. Anche l’attimo catturato dalla mia fotografia non c’è più. Ci saranno altre farfalle posate su violaciocche anche ora, ma mai esattamente come quella immortalata. Non ci sarà mai più esattamente quella luce. Quel giorno. Quell’attimo.

Scrivendo invece si può creare attimi nuovi fantastici inventati non esistenti e sempre diversi o sempre uguali, ma con narrazioni diverse. Attimi che restano. Si rinnovano attraverso la lettura. Direi che – come la luce in fotografia – è l’occhio di chi legge, oltre alla penna di chi scrive, a creare l’immagine dinamica.

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