Io gioco

La psicoterapeuta la guardò sbalordita perché d’improvviso si era alzata dalla sedia e si era accucciata per terra.

– Le piace giocare.

Sì. A Ester piaceva giocare. Era tutta la vita che giocava.

Aveva diciotto anni ed era nera di sole e sale quando le era arrivata una cartolina. C’era scritto nulla. C’era il suo indirizzo marino e nello spazio dedicato ai saluti e baci regnava un assordante silenzio bianco.

Ester non capiva e si era rigirata la cartolina fra le mani, aveva intuito dal timbro la provenienza.

Solo nella luce di mezzogiorno aveva capito.

In mezzo al niveo campo stavano due minuscole parole.

Il piccolo principe aveva cercato chissà dove quelle due formichine nere e le aveva crocifisse lì con un bisturi di colla.

C’era scritto: Io gioco.

Ester aveva un po’ riso e un po’ pianto. Si era stupita addolorata entusiasmata per quel gioco di collage così pieno di ironia.

Il suo fidanzato giocava dunque.

Come risposta al suo tiranneggiarlo e dirgli:

Aspettami sono così giovane e bella e c’è un ragazzo che mi bacia così bene che mi sciolgo nella notte dietro le barche nella risacca non resisto ed è caldo e tu aspettami non ho legami giochiamo un po’ anche se tu ti sei così innamorato e non vuoi che me

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