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L’uomo di pietra

Mimmo Paladino

L’uomo non parlava. La guardava mentre lei raccontava, spiegava e chiedeva. Un pezzo di pane, una carezza, un sorriso.

L’uomo di pietra si animava solo con gli estranei. Allora nel suo corpo litico scorreva il sangue e la sua bocca si apriva. Parlava del tempo, delle novità che sorgevano nel piccolo borgo, del suo cane, del sindaco e del sindacato. Un fiume di parole rompeva gli argini della sua bocca incrostata di ruggine e polvere depositata nei secoli di silenzio.

Poi tornava da lei e si richiudeva nel suo sarcofago. Restava lì protetto come in un sarcofago. Muto. Morto.

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Una stanza di una casa

Questo un dettaglio di una stanza di una casa che ho abitato con Babu, che ora non c’è più. È morto in Russia più di una decina di anni fa. L’ho saputo da amici comuni. Dovevo andare anch’io a Mosca con Babu. In questi giorni che sono arrivati i mobili nuovi e ho fatto un po’ di riordino ho trovato uno dei suoi biglietti – che arrivavano da Mosca con grandiosi fiori – in cui diceva: – Non è colpa mia se ti amo. Perché poi a Mosca non ci sono andata e, anzi l’ho piantato quando è venuto a prendermi col colbacco. Povero Babu. Una vita da mitomane. Non gli ho creduto neanche quando é venuto anni dopo a dirmi che aveva una bimba piccola come la mia. Invece era vero.

Ritratto di Babu
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Neve

Era candida come la neve: così pulita che era un peccato solo calpestarla. Era immacolata e pura. Niente e nessuno aveva ancora violato la superficie bianca. Nessun segno graffio livido.

La pelle di alabastro marmorea e soda. Stava distesa, incurante della potenza sensuale che emanava.

Nevicava quel giorno che lui la prese. Rimasero solchi di carri e voragini di pale. Rimasero macchie e ombre.

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Metamorfosi

Ero in uno dei miei soliti periodi di metamorfosi. La ragazzina con la margherita tra i capelli era stanca del fotografo che oscillava come un pendolo. I Nodi di Laing mi avevano stancato.

Quando lui venne a cercarmi non mi trovò. Entrata in Accademia scrutavo l’elenco per capire in quale classe ero stata assegnata e il nome del mio professore di Arte. Mi sentivo così persa tra le scalinate e i grandi saloni.

Quando presi posto al cavalletto e vidi il mio Maestro pensai fosse un dio. Era un uomo bellissimo. Pelle bianca e soda come il marmo, capelli lunghi color del sale e sole. Occhi di ghiaccio.

Mi sentivo piccola e insignificante. Una povera derelitta finita per sbaglio sull’Olimpo.

Quando il Maestro si avvicinava per correggermi il lavoro sentivo il suo profumo. Chanel. Sicuramente. Il suo corpo alto e massiccio mi faceva ombra.

Non mi ricordo a quale punto della metamorfosi lui si accorse di me. Non mi ricordo quale sottile vibrazione seduttiva io – d’improvviso o progressivamente – avevo messo in atto per colpirlo.

A metà lezione c’era una pausa di intervallo. Iniziò a invitarmi a bere un caffè fuori tra le strade di Brera. Portavo un rossetto rosso. Quando mi rapiva per baciarmi nei portoni non ne rimaneva traccia.

Nella sua casa – all’ingresso spade da scherma e un forte odore di vernici a olio – sta arrotolato il ritratto che mi fece. E in uno dei suoi cassetti stanno alcune mie foto: quando posavo per lui indossando solo un paio di scarpe rosse col tacco alto. Ero diventata la sua modella e amante.

( Rielaborazione grafica di Eletta Senso )

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Non ricordo nemmeno il nome

Immagine fotografica di L

Non ricordo nemmeno il nome. Sarà, come scrivevo a commento di un post che ho appena letto, sarà che ora – in questo tempo sospeso – come in una rete abbandonata restano impigliati remoti pesciolini.

Nello spazio tra la veglia e il sonno mi è apparsa un’immagine che poi si è dipanata. Giocavamo a beach volley in spiaggia. Avevo la pelle abbronzata e il corpo tonico dei miei diciassette anni. Lui veniva da un paese marino poco distante dal mio luogo di villeggiatura.

Passavamo tutta la stagione estiva al mare. Finite le scuole partivamo per quello che era diventato il nostro secondo paese: conoscevamo tutti. I turisti milanesi che giocavano a carte con mia madre e mio padre, quando ci raggiungeva. Noi giovani facevamo gruppo misto: turisti vacanzieri e locali.

Lui, di cui non ricordo il nome, era un bel tipo alto e scuro. Ricordo le labbra carnose. Si stava, sporchi di sabbia, verso il tardo pomeriggio al margine della spiaggia a giocare. Avevo capito che gli piacevo.

Non ricordo nemmeno come mi fu lanciato l’appuntamento serale. La sera si facevano le vasche: si passeggiava avanti e indietro con un cono gelato in mano. Non ricordo come ma ricordo i nostri corpi tra le barche arenate e l’odore di salsedine. Ci baciavamo.

Sicuramente lui teneva molto a me. A settembre, ritornata a casa arrivarono le lettere. Mi chiedeva di vederlo. Non so quanti chilometri faceva la domenica per tenermi fra le braccia e baciarmi. Ricordo solo le ore dei baci. Lunghissime ore con il sapore e il calore dei baci.

Mi sono ritrovata con questo ricordo forse a conforto in questo momento freddo. Come un piccolo tesoro da tenere stretto perché qualcuno per baciarmi ha davvero fatto tanta strada un giorno.

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Con gli occhiali spessi

Immagine fotografica di Eletta

Elisa aveva il braccio destro che le doleva. Forse uno strappo per la fatica fatta nel campo a zappare. Il suo signore era in salotto a leggere. Quando la vedeva rientrare con gli abiti sporchi di terra sollevava appena gli occhi dal libro. Poi aspettava che la donna gli servisse un the.

Se accadeva che il lavoro procurasse a sua moglie un malessere diceva:

– Nessuno ti ha chiesto di zappare.

Implicitamente giudicandola per il troppo zelo. Neppure lo sfiorava l’idea di darle una mano.

Lui era un intellettuale: faceva lavorare il cervello. Naturalmente gradiva i prodotti del campo e dell’orto deliziosamente cucinati dalla compagna. Stava seduto a tavola, a pranzo e a cena, a farseli scodellare fumanti davanti al viso fermo.

Elisa si mise l’unguento sul braccio dolorante con la mano sinistra. Le sarebbe piaciuto avere un massaggio caldo e morbido dal marito. Sicuramente sarebbe guarita più in fretta. Ma lui dopo cena, si era rimesso in poltrona a leggere. Con gli occhiali spessi.

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Trina di ghiaccio

Immagine fotografica di Eletta

Lui le aveva detto: ” Ti voglio sempre più bene”.

Nei rapporti affettivi precedenti Ella sapeva che c’era stata la fiammata dell’infatuazione che si era andata spegnendosi, man mano che la quotidianità prendeva piede. Era stato così con l’uomo che aveva sposato e per tutti gli amori precedenti e successivi. Fuoco fuoco fuoco batticuore sospiri notti insonni una specie di febbre all’inizio. Poi il calore diminuiva fino alla fine.

Non aveva mai provato questo processo all’incontrario.

Quando lo aveva conosciuto nulla di lui le piaceva e non avrebbe puntato un centesimo sul proseguimento del loro incontro. Era tutto freddo e opposto al fuoco. Era ghiaccio e gelo. Fredda la tovaglia cerata che l’accoglieva per un piatto in casa dell’uomo: lei che era abituata ai candelabri e al cameriere dietro la schiena. Fredda la conversazione. Freddo il sesso.

Ogni volta Ella si diceva: – Mai più. Non era abituata al distacco emotivo e alla distanza. La passione che l’avvampava aveva bisogno di fuoco e brace. Non di frigoriferi e ghiacciaie.

Ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno Ella si diceva: – Mai più. E si chiedeva perché – come una calamita – lui riuscisse comunque a tenerla vicina. E si chiedeva perché lei non lo lasciava, come si lascia andare un amore che non è amore. Distante come il Polo Nord dall’Equatore.

Quando si sposarono Ella capì quello che non aveva mai capito: lui era un uomo all’incontrario. Non amava subito, perché troppe erano le ferite. Il suo fuoco bruciava nascosto. Come una minuscola fiamma di cero che scaldava solo la corona di luce. Ma irradiava sempre più e diventava sempre più forte, più forte dei venti e delle bufere.

Quando si sposarono Ella capì che era comunque amore: il suo amore all’incontrario, e la prese la passione che, buttando acqua sul fuoco, per tanti anni Ella aveva rinnegato per proteggersi dalle troppe ferite. Inutilmente.

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A gentile richiesta

( Immagine fotografica di L. )

A gentile richiesta ( di Ale ) racconterò la storia della fidanzata dietro la tenda.

A quei tempi vivevo in una grande villa con Barbablú.

Lui, con la sua barba nera con riverberi turchini, era sempre fuori per lavoro: aveva un ruolo professionale importante. Io ero giovane e bella: avevo quindici anni meno di lui.

Eravamo insieme da cinque anni quando una sera, come faceva sempre dopo cena, salì in una camera a telefonare a sua madre.

Forse per cercare un maglione nella mia camera o forse volutamente, mi fermai nel corridoio per ascoltare e così sentii il mio compagno dire:

Ma no, amore mio lo sai che amo solo te.

Ricordo di essermi appoggiata al muro barcollante con il cuore che batteva all’impazzata. Amore mio?

La casa, come dicevo, era molto grande e la zona notte aveva i pavimenti coperti da lussuosi tappeti orientali. Lui aveva vissuto a Hong Kong per diversi anni. Quindi i miei passi non furono avvertiti.

Feci finta di nulla. Lui era troppo furbo e io non ero una stupida.

Da quel giorno setacciai con cura e sete maniacale ogni camera, studio, cassetto e mobile, ogni interstizio e ogni angolo di ogni stanza. Alla ricerca di un indizio, di una traccia, di un foglio lettera indirizzo. La ricerca non fu facile: la casa era molto grande.

Mi aveva accennato, tempo prima, a una fidanzata triestina, un amore di gioventù finito e, forse, mi aveva detto il nome: Mariú.

È passato tanto tempo e francamente ora non ricordo come, alla fine, riuscii a rintracciare Mariú.

Ricordo solo che a un certo punto avevo le mani tremanti con il suo numero telefonico.

Ricordo la telefonata. Ricordo l’impressione che mi fece la voce lamentosa di Mariú: mi faceva pensare a una povera donna di una certa età. Sfinita e sfibrata.

Così parlammo al telefono.

Mariú non poteva credere che lui vivesse con me perché tutte le sere le diceva di amare solo lei. Era il suo principe azzurro, era una vita che aspettava di sposarlo.

Insieme abbiamo deciso l’agguato.

Mariú voleva vedere con i suoi occhi la casa dove vivevo con Barbablú; io volevo conoscere la famosa “vecchia” fidanzata.

Il giorno stabilito per l’agguato attesi con apprensione il suono del campanello. Mariú arrivò alle sedici.

Attraversai il giardino e arrivai al cancello.

Rimasi esterrefatta: altro che vecchia fidanzata. Era una donna bellissima, inguainata in un pantalone di pelle verde che richiamava i suoi occhi di smeraldo.

Ci siamo sedute in sala a raccontarci le due realtà. Incredule e arrabbiate. Barbablú aveva davvero la stanza con i corpi femminili appesi.

Bene. Era giunto il momento della vendetta. Lo avremmo aspettato insieme. Avremmo guardato il suo stupore, lo sgomento.

Non ricordo di chi fu l’idea di un’uscita teatrale di Mariú, di un effetto sorpresa.

Fatto sta che, all’ora stabilita, lei si nascose dietro la pesante tenda di velluto che separava un salotto dall’altro.

Barbablú arrivó. Ero seduta sul divano come sempre, ma lui fiutó che qualcosa di strano stava per accadere.

– Guarda chi c’è.

Così gli dissi, mentre Mariú usciva con i suoi occhi di tigre.

Barbablú non mostrò né sgomento né sorpresa. Ci sono uomini di pietra che hanno sangue di serpente. La loro pelle è la menzogna. Quando fanno la muta è per ricreare una nuova pelle falsa.

Mariú quella notte dormí da noi. Non so in quale camera perché io li lasciai parlottare in salotto: il giorno dopo avrei avuto da fare.

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Finire un amore

Quando camminavano insieme li prendevano per sorella e fratello, tanto era la somiglianza. Un giorno in città una passante vedendoli aveva esclamato: – Quanto siete belli!

E belli erano. Belli di giovinezza e vita. Belli dell’energia bianca e accecante del loro tenero amore sbocciato. Belli di sogni e futuro.

Per uno strano scherzo del destino avevano perfino il medesimo cognome, se non per una I al posto di una E.

Lui aveva un fascino da leader. Lei era misteriosa e bella. Erano gli inseparabili.

Si erano conosciuti quando lei aveva diciassette anni. Lui arrivava con maglioni neri stretti che mettevano in risalto gli occhi da persiano con sopracciglia nerissime. Lei portava collane con un fluente rilucere di perle e sole.

Si erano fidanzati in casa. Le famiglie avevano solidarizzato a tal punto che facevano perfino le vacanze estive insieme.

L’unica cosa che non funzionava tra loro era la sessualità. Non si creava l’alchimia e il gioco. Tutto nel letto era greve rugginoso pesante. Una nera tenebra che si riverberava nel giorno.

Per questo risvolto notturno si lasciarono. La bellezza della loro coppia non bastava a reggere un rapporto: la mancata alchimia sessuale macchiettava la facciata con macerie grigie.

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Io gioco

La psicoterapeuta la guardò sbalordita perché d’improvviso si era alzata dalla sedia e si era accucciata per terra.

– Le piace giocare.

Sì. A Ester piaceva giocare. Era tutta la vita che giocava.

Aveva diciotto anni ed era nera di sole e sale quando le era arrivata una cartolina. C’era scritto nulla. C’era il suo indirizzo marino e nello spazio dedicato ai saluti e baci regnava un assordante silenzio bianco.

Ester non capiva e si era rigirata la cartolina fra le mani, aveva intuito dal timbro la provenienza.

Solo nella luce di mezzogiorno aveva capito.

In mezzo al niveo campo stavano due minuscole parole.

Il piccolo principe aveva cercato chissà dove quelle due formichine nere e le aveva crocifisse lì con un bisturi di colla.

C’era scritto: Io gioco.

Ester aveva un po’ riso e un po’ pianto. Si era stupita addolorata entusiasmata per quel gioco di collage così pieno di ironia.

Il suo fidanzato giocava dunque.

Come risposta al suo tiranneggiarlo e dirgli:

Aspettami sono così giovane e bella e c’è un ragazzo che mi bacia così bene che mi sciolgo nella notte dietro le barche nella risacca non resisto ed è caldo e tu aspettami non ho legami giochiamo un po’ anche se tu ti sei così innamorato e non vuoi che me