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Una stanza di una casa

Questo un dettaglio di una stanza di una casa che ho abitato con Babu, che ora non c’è più. È morto in Russia più di una decina di anni fa. L’ho saputo da amici comuni. Dovevo andare anch’io a Mosca con Babu. In questi giorni che sono arrivati i mobili nuovi e ho fatto un po’ di riordino ho trovato uno dei suoi biglietti – che arrivavano da Mosca con grandiosi fiori – in cui diceva: – Non è colpa mia se ti amo. Perché poi a Mosca non ci sono andata e, anzi l’ho piantato quando è venuto a prendermi col colbacco. Povero Babu. Una vita da mitomane. Non gli ho creduto neanche quando é venuto anni dopo a dirmi che aveva una bimba piccola come la mia. Invece era vero.

Ritratto di Babu
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Neve

Era candida come la neve: così pulita che era un peccato solo calpestarla. Era immacolata e pura. Niente e nessuno aveva ancora violato la superficie bianca. Nessun segno graffio livido.

La pelle di alabastro marmorea e soda. Stava distesa, incurante della potenza sensuale che emanava.

Nevicava quel giorno che lui la prese. Rimasero solchi di carri e voragini di pale. Rimasero macchie e ombre.

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Ritratto Storie

Metamorfosi

Ero in uno dei miei soliti periodi di metamorfosi. La ragazzina con la margherita tra i capelli era stanca del fotografo che oscillava come un pendolo. I Nodi di Laing mi avevano stancato.

Quando lui venne a cercarmi non mi trovò. Entrata in Accademia scrutavo l’elenco per capire in quale classe ero stata assegnata e il nome del mio professore di Arte. Mi sentivo così persa tra le scalinate e i grandi saloni.

Quando presi posto al cavalletto e vidi il mio Maestro pensai fosse un dio. Era un uomo bellissimo. Pelle bianca e soda come il marmo, capelli lunghi color del sale e sole. Occhi di ghiaccio.

Mi sentivo piccola e insignificante. Una povera derelitta finita per sbaglio sull’Olimpo.

Quando il Maestro si avvicinava per correggermi il lavoro sentivo il suo profumo. Chanel. Sicuramente. Il suo corpo alto e massiccio mi faceva ombra.

Non mi ricordo a quale punto della metamorfosi lui si accorse di me. Non mi ricordo quale sottile vibrazione seduttiva io – d’improvviso o progressivamente – avevo messo in atto per colpirlo.

A metà lezione c’era una pausa di intervallo. Iniziò a invitarmi a bere un caffè fuori tra le strade di Brera. Portavo un rossetto rosso. Quando mi rapiva per baciarmi nei portoni non ne rimaneva traccia.

Nella sua casa – all’ingresso spade da scherma e un forte odore di vernici a olio – sta arrotolato il ritratto che mi fece. E in uno dei suoi cassetti stanno alcune mie foto: quando posavo per lui indossando solo un paio di scarpe rosse col tacco alto. Ero diventata la sua modella e amante.

( Rielaborazione grafica di Eletta Senso )

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Non ricordo nemmeno il nome

Immagine fotografica di L

Non ricordo nemmeno il nome. Sarà, come scrivevo a commento di un post che ho appena letto, sarà che ora – in questo tempo sospeso – come in una rete abbandonata restano impigliati remoti pesciolini.

Nello spazio tra la veglia e il sonno mi è apparsa un’immagine che poi si è dipanata. Giocavamo a beach volley in spiaggia. Avevo la pelle abbronzata e il corpo tonico dei miei diciassette anni. Lui veniva da un paese marino poco distante dal mio luogo di villeggiatura.

Passavamo tutta la stagione estiva al mare. Finite le scuole partivamo per quello che era diventato il nostro secondo paese: conoscevamo tutti. I turisti milanesi che giocavano a carte con mia madre e mio padre, quando ci raggiungeva. Noi giovani facevamo gruppo misto: turisti vacanzieri e locali.

Lui, di cui non ricordo il nome, era un bel tipo alto e scuro. Ricordo le labbra carnose. Si stava, sporchi di sabbia, verso il tardo pomeriggio al margine della spiaggia a giocare. Avevo capito che gli piacevo.

Non ricordo nemmeno come mi fu lanciato l’appuntamento serale. La sera si facevano le vasche: si passeggiava avanti e indietro con un cono gelato in mano. Non ricordo come ma ricordo i nostri corpi tra le barche arenate e l’odore di salsedine. Ci baciavamo.

Sicuramente lui teneva molto a me. A settembre, ritornata a casa arrivarono le lettere. Mi chiedeva di vederlo. Non so quanti chilometri faceva la domenica per tenermi fra le braccia e baciarmi. Ricordo solo le ore dei baci. Lunghissime ore con il sapore e il calore dei baci.

Mi sono ritrovata con questo ricordo forse a conforto in questo momento freddo. Come un piccolo tesoro da tenere stretto perché qualcuno per baciarmi ha davvero fatto tanta strada un giorno.

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Con gli occhiali spessi

Immagine fotografica di Eletta

Elisa aveva il braccio destro che le doleva. Forse uno strappo per la fatica fatta nel campo a zappare. Il suo signore era in salotto a leggere. Quando la vedeva rientrare con gli abiti sporchi di terra sollevava appena gli occhi dal libro. Poi aspettava che la donna gli servisse un the.

Se accadeva che il lavoro procurasse a sua moglie un malessere diceva:

– Nessuno ti ha chiesto di zappare.

Implicitamente giudicandola per il troppo zelo. Neppure lo sfiorava l’idea di darle una mano.

Lui era un intellettuale: faceva lavorare il cervello. Naturalmente gradiva i prodotti del campo e dell’orto deliziosamente cucinati dalla compagna. Stava seduto a tavola, a pranzo e a cena, a farseli scodellare fumanti davanti al viso fermo.

Elisa si mise l’unguento sul braccio dolorante con la mano sinistra. Le sarebbe piaciuto avere un massaggio caldo e morbido dal marito. Sicuramente sarebbe guarita più in fretta. Ma lui dopo cena, si era rimesso in poltrona a leggere. Con gli occhiali spessi.

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Trina di ghiaccio

Immagine fotografica di Eletta

Lui le aveva detto: ” Ti voglio sempre più bene”.

Nei rapporti affettivi precedenti Ella sapeva che c’era stata la fiammata dell’infatuazione che si era andata spegnendosi, man mano che la quotidianità prendeva piede. Era stato così con l’uomo che aveva sposato e per tutti gli amori precedenti e successivi. Fuoco fuoco fuoco batticuore sospiri notti insonni una specie di febbre all’inizio. Poi il calore diminuiva fino alla fine.

Non aveva mai provato questo processo all’incontrario.

Quando lo aveva conosciuto nulla di lui le piaceva e non avrebbe puntato un centesimo sul proseguimento del loro incontro. Era tutto freddo e opposto al fuoco. Era ghiaccio e gelo. Fredda la tovaglia cerata che l’accoglieva per un piatto in casa dell’uomo: lei che era abituata ai candelabri e al cameriere dietro la schiena. Fredda la conversazione. Freddo il sesso.

Ogni volta Ella si diceva: – Mai più. Non era abituata al distacco emotivo e alla distanza. La passione che l’avvampava aveva bisogno di fuoco e brace. Non di frigoriferi e ghiacciaie.

Ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno Ella si diceva: – Mai più. E si chiedeva perché – come una calamita – lui riuscisse comunque a tenerla vicina. E si chiedeva perché lei non lo lasciava, come si lascia andare un amore che non è amore. Distante come il Polo Nord dall’Equatore.

Quando si sposarono Ella capì quello che non aveva mai capito: lui era un uomo all’incontrario. Non amava subito, perché troppe erano le ferite. Il suo fuoco bruciava nascosto. Come una minuscola fiamma di cero che scaldava solo la corona di luce. Ma irradiava sempre più e diventava sempre più forte, più forte dei venti e delle bufere.

Quando si sposarono Ella capì che era comunque amore: il suo amore all’incontrario, e la prese la passione che, buttando acqua sul fuoco, per tanti anni Ella aveva rinnegato per proteggersi dalle troppe ferite. Inutilmente.

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A gentile richiesta

( Immagine fotografica di L. )

A gentile richiesta ( di Ale ) racconterò la storia della fidanzata dietro la tenda.

A quei tempi vivevo in una grande villa con Barbablú.

Lui, con la sua barba nera con riverberi turchini, era sempre fuori per lavoro: aveva un ruolo professionale importante. Io ero giovane e bella: avevo quindici anni meno di lui.

Eravamo insieme da cinque anni quando una sera, come faceva sempre dopo cena, salì in una camera a telefonare a sua madre.

Forse per cercare un maglione nella mia camera o forse volutamente, mi fermai nel corridoio per ascoltare e così sentii il mio compagno dire:

Ma no, amore mio lo sai che amo solo te.

Ricordo di essermi appoggiata al muro barcollante con il cuore che batteva all’impazzata. Amore mio?

La casa, come dicevo, era molto grande e la zona notte aveva i pavimenti coperti da lussuosi tappeti orientali. Lui aveva vissuto a Hong Kong per diversi anni. Quindi i miei passi non furono avvertiti.

Feci finta di nulla. Lui era troppo furbo e io non ero una stupida.

Da quel giorno setacciai con cura e sete maniacale ogni camera, studio, cassetto e mobile, ogni interstizio e ogni angolo di ogni stanza. Alla ricerca di un indizio, di una traccia, di un foglio lettera indirizzo. La ricerca non fu facile: la casa era molto grande.

Mi aveva accennato, tempo prima, a una fidanzata triestina, un amore di gioventù finito e, forse, mi aveva detto il nome: Mariú.

È passato tanto tempo e francamente ora non ricordo come, alla fine, riuscii a rintracciare Mariú.

Ricordo solo che a un certo punto avevo le mani tremanti con il suo numero telefonico.

Ricordo la telefonata. Ricordo l’impressione che mi fece la voce lamentosa di Mariú: mi faceva pensare a una povera donna di una certa età. Sfinita e sfibrata.

Così parlammo al telefono.

Mariú non poteva credere che lui vivesse con me perché tutte le sere le diceva di amare solo lei. Era il suo principe azzurro, era una vita che aspettava di sposarlo.

Insieme abbiamo deciso l’agguato.

Mariú voleva vedere con i suoi occhi la casa dove vivevo con Barbablú; io volevo conoscere la famosa “vecchia” fidanzata.

Il giorno stabilito per l’agguato attesi con apprensione il suono del campanello. Mariú arrivò alle sedici.

Attraversai il giardino e arrivai al cancello.

Rimasi esterrefatta: altro che vecchia fidanzata. Era una donna bellissima, inguainata in un pantalone di pelle verde che richiamava i suoi occhi di smeraldo.

Ci siamo sedute in sala a raccontarci le due realtà. Incredule e arrabbiate. Barbablú aveva davvero la stanza con i corpi femminili appesi.

Bene. Era giunto il momento della vendetta. Lo avremmo aspettato insieme. Avremmo guardato il suo stupore, lo sgomento.

Non ricordo di chi fu l’idea di un’uscita teatrale di Mariú, di un effetto sorpresa.

Fatto sta che, all’ora stabilita, lei si nascose dietro la pesante tenda di velluto che separava un salotto dall’altro.

Barbablú arrivó. Ero seduta sul divano come sempre, ma lui fiutó che qualcosa di strano stava per accadere.

– Guarda chi c’è.

Così gli dissi, mentre Mariú usciva con i suoi occhi di tigre.

Barbablú non mostrò né sgomento né sorpresa. Ci sono uomini di pietra che hanno sangue di serpente. La loro pelle è la menzogna. Quando fanno la muta è per ricreare una nuova pelle falsa.

Mariú quella notte dormí da noi. Non so in quale camera perché io li lasciai parlottare in salotto: il giorno dopo avrei avuto da fare.

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Finire un amore

Quando camminavano insieme li prendevano per sorella e fratello, tanto era la somiglianza. Un giorno in città una passante vedendoli aveva esclamato: – Quanto siete belli!

E belli erano. Belli di giovinezza e vita. Belli dell’energia bianca e accecante del loro tenero amore sbocciato. Belli di sogni e futuro.

Per uno strano scherzo del destino avevano perfino il medesimo cognome, se non per una I al posto di una E.

Lui aveva un fascino da leader. Lei era misteriosa e bella. Erano gli inseparabili.

Si erano conosciuti quando lei aveva diciassette anni. Lui arrivava con maglioni neri stretti che mettevano in risalto gli occhi da persiano con sopracciglia nerissime. Lei portava collane con un fluente rilucere di perle e sole.

Si erano fidanzati in casa. Le famiglie avevano solidarizzato a tal punto che facevano perfino le vacanze estive insieme.

L’unica cosa che non funzionava tra loro era la sessualità. Non si creava l’alchimia e il gioco. Tutto nel letto era greve rugginoso pesante. Una nera tenebra che si riverberava nel giorno.

Per questo risvolto notturno si lasciarono. La bellezza della loro coppia non bastava a reggere un rapporto: la mancata alchimia sessuale macchiettava la facciata con macerie grigie.

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Io gioco

La psicoterapeuta la guardò sbalordita perché d’improvviso si era alzata dalla sedia e si era accucciata per terra.

– Le piace giocare.

Sì. A Ester piaceva giocare. Era tutta la vita che giocava.

Aveva diciotto anni ed era nera di sole e sale quando le era arrivata una cartolina. C’era scritto nulla. C’era il suo indirizzo marino e nello spazio dedicato ai saluti e baci regnava un assordante silenzio bianco.

Ester non capiva e si era rigirata la cartolina fra le mani, aveva intuito dal timbro la provenienza.

Solo nella luce di mezzogiorno aveva capito.

In mezzo al niveo campo stavano due minuscole parole.

Il piccolo principe aveva cercato chissà dove quelle due formichine nere e le aveva crocifisse lì con un bisturi di colla.

C’era scritto: Io gioco.

Ester aveva un po’ riso e un po’ pianto. Si era stupita addolorata entusiasmata per quel gioco di collage così pieno di ironia.

Il suo fidanzato giocava dunque.

Come risposta al suo tiranneggiarlo e dirgli:

Aspettami sono così giovane e bella e c’è un ragazzo che mi bacia così bene che mi sciolgo nella notte dietro le barche nella risacca non resisto ed è caldo e tu aspettami non ho legami giochiamo un po’ anche se tu ti sei così innamorato e non vuoi che me

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So che mi stai

Sto che mi stai pensando.

Elena era a un corso sulla comunicazione. Tutti i colleghi e il capo vi partecipavano. Il relatore era un omino simpatico e un po’ triste. Spiegava bene.

Elena era in uno dei suoi periodi bui. Il capo l’aveva già presa nella rete delle parole. Le aveva scritto una lettera che emanava. Fascino e pericolo.

Quel giorno nel lavoro di gruppo ciascuno doveva scegliere un colore e riempire un foglio appeso alle pareti coprendolo con il colore scelto. I pennelli e i barattoli stavano nel centro della stanza. Elena aveva scelto il verde. Poi aveva scritto la parola sul foglietto che teneva in mano.

La parola era: Destabilizzata.

A turno, poi, ciascun componente del gruppo doveva leggere ciò che aveva scritto.

La frase del suo capo era rimbombata:

So che mi stai pensando.

A chi si riferiva? E, se si riferiva a lei, come si permetteva il capo di buttare nel gruppo una sensazione così intima? Un sentimento contrastante la aveva invasa. Odio e amore.

“La destabilizzata riposa fra le ceneri”. Non voleva aggiungere tizzoni ardenti alla sua precaria situazione di destabilizzazione.

La destabilizzata
riposa
tra le coltri.

La testa
analizzata
rimira
le sue corti.

La casta
frastornata
rin-viene

coi suoi morti.

La fine
già annunciata
aspetta le sue sorti
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Buffoni a corte


Stamattina desidero condividere con voi questa storiella.

Un re traeva grande diletto dal suo buffone di corte. Dopo una serata particolarmente piacevole, il re diede al buffone una borsa di monete d’oro e disse:
– Non c’è alcun dubbio che tu sia il più matto del mondo!

Il buffone chinò il capo e disse:

– Vostra Maestà è molto gentile, ma io conosco qualcuno più matto di me.

Replicò il Re:

– Allora me lo devi far conoscere. Portalo qui!

– Non è ancora il momento, Vostra Maestà, ma a tempo debito ve lo farò conoscere.

Molti anni passarono. Il re si ammalò e i medici non riuscirono a curarlo. Si accorse anch’egli di star morendo. Era spaventato e atterrito e mandò a chiamare il buffone perché lo facesse divertire.

Il buffone arrivò e disse:

– Ah, Vostra Maestà, stavo giusto venendo a trovarvi.

– Davvero? Perché?

– Ricordate quando vi dissi che conoscevo uno più matto di me?

– Sì, disse il re e nei suoi occhi balenò una scintilla di vita nonostante le condizioni in cui versava.

– Ora posso presentarvelo, se desiderate.

– Sì, sì, presentamelo subito.

– Siete voi, Maestà. Avete sempre saputo che un giorno sareste morto, eppure non avete fatto nulla per prepararvi a questo momento. Adesso siete spaventato e atterrito e non potete far nulla, perché siete debole e malato. Non sembra anche a voi di essere più matto di me?
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Enrico


( Immagine grafica di Eletta Senso )


Per quale intricato percorso, mentre Elisa era a letto nuda dopo l’orgasmo, Enrico gli fosse venuto in mente, non le era chiaro. Aveva solo pensato che non c’era più e il ricordo era lontano e un po’ sbiadito dal tempo. Ricordava solo il fuoco e il soffitto che scendeva. C’era il fuoco acceso nel camino che donava una luce rossastra alla stanza utero con quel grande paracadute a scendere come medusa dal soffitto. E c’era un fuoco nel suo corpo così acerbo mentre Enrico la baciava e baciava. Ricordava la morbidezza del languore caldo mentre stava distesa accanto a lui che la baciava. Enrico era molto alto e molto magro. Elisa era molto giovane e non sapeva. Sentiva questo caldo fuori e dentro e lì sarebbe rimasta per sempre se Enrico non si fosse fermato e staccato.
– Mi devo fermare.

Erano usciti nel freddo della sera e lui la aveva accompagnata a casa.

Alcune sere lei riusciva a uscire fingendo impegni inesistenti con i genitori. Venerdì sera era di nuovo uscita sperando di vedere la macchina di Enrico rispuntare. Sperava di tornare nell’utero caldo tra le sue braccia ossute. Lui non c’era. Era arrivato Gianni il suo amico.
– Perché non c’è Enrico?
Gianni era stato zitto. Pareva pensieroso, lui che scherzava sempre.
– Ti ho chiesto perché non c’è il tuo amico stasera.
A malavoglia Gianni aveva biascicato che Enrico non aveva voglia di uscire quella sera.

Elisa era rimasta male. Le importava dei baci e quella sera non ne avrebbe avuti.
Ai genitori diceva che andava in comunità e loro erano tranquilli. Gesù e volersi bene. Tutto a posto. Era in comunità che Elisa aveva conosciuto Mauro. Un bellissimo ragazzo che credeva in Dio e parlava bene. Era il leader nella comunità.

Mauro non l’aveva ancora baciata, ma si capiva che Elisa gli piaceva. Quando stavano vicino seduti nel cerchio della comunità lui guardava solo lei.

Dopo una settimana venerdì sera era uscita a piedi con sua sorella per andare in comunità, per strada sperava  di vedere spuntare la macchina di Enrico. Invece era arrivato Gianni con la sua bella auto rossa. Le aveva fatto segno:
– Ti devo parlare.
Così Elisa era salita in macchina. Non capiva cosa volesse Gianni da lei.
E lui aveva detto:
– Enrico stasera è andato a parlare con Mauro.

Una lieve vertigine. Non capiva: cosa stava dicendo? Che c’entrava Enrico con Mauro? Neppure si conoscevano.
Gianni aveva continuato:
– Enrico si è preso una sbandata per te. È andato da Mauro a parlargli. Vuole sapere se ha intenzioni serie con te. Se è così ti lascerà in pace.

Elisa con i suoi acerbi diciassette anni non capiva. Era disorientata. Poi Gianni le aveva dato un foglio dove la scrittura di Enrico piangeva e cadeva giù. Un foglio stropicciato e pieno di segni che non riusciva a decifrare.

Così quel pomeriggio dopo aver fatto sesso con il suo partner, nuda nel letto, Elisa non riusciva a capire cosa avesse evocato il ricordo di Enrico. Forse il ricordo dei baci e baci. Forse il ricordo di lui che si era fermato per non fare male ai suoi diciassette anni così puliti e ingenui. Forse il suo amore che non aveva capito allora e che solo dopo sarebbe rimasto il più forte gesto d’amore e rispetto che aveva avuto fino a quel momento. Nessuno mai più aveva così silenziosamente lottato, sfidando il rivale, per averla. Nessuno mai più.

Enrico ora non c’era più per dirgli:
– Grazie.
Enrico era morto  in un incidente d’auto con sua moglie: stava seguendo una gara ciclistica per lavoro una domenica di vent’anni prima. Doveva fare il suo reportage giornalistico.
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Monstrum

Ella sapeva.

Lo aveva sospettato, ma ora sapeva.

Era un uomo senza pelle.

Non sentiva il morbido il caldo il tenero il gelo. Non sentiva le superfici ruvide setose scabre lisce. Per questo non accarezzava.

Era un uomo senza olfatto non sentiva il profumo della pelle di Ella nè l’odore dell’erba tagliata. Non sentiva l’odore del mare e del rosmarino, nè la menta la salvia l’eucalipto.

Lui non aveva l’udito. Non sentiva le parole non le accoglieva nel grembo non gli salivano alla testa per tessere trame di riflessioni ed emozioni. Per questo non parlava.

Lui non vedeva. Non si accorgeva del nuovo vestito che indossava Ella quel giorno. Un nuovo colore che le dorava le lunghe gambe. Non vedeva i colori la luce le nubi il sole. Non vedeva lo stringersi della pupilla quando lei correva nella furia del temporale urlando e tuonando. Per questo non vedeva.

Lui non gustava, non assaporava il boccone e il bacio facendolo rotolare come una chicca in bocca. Non sapeva la differenza tra l’amaro e il dolce l’aspro e il salato. Per questo non gustava.

L’uomo di Ella non aveva pelle occhi lingua orecchie e naso.

Era un uomo senza senso ed Ella si chiedeva se aveva ancora qualche senso stare con lui.

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L’editore 

( Immagine grafica dell’autrice )

Avevo messo una gonna nera, leggera, aderente, un poco trasparente. Ero seduta con il mio cane mastino da guardia: lui teneva il collare intorno al mio collo. Ero seduta tra altre duecento trecento persone nella sala dai muri di pietra. L’editore si è materializzato così, d’improvviso, e aveva braccia aperte e mano stesa a salutare me.

– Non ci siamo già visti, conosciuti ( non ti ho già baciata, presa, filata, cardata? ).

Io non l’avevo mai visto ma lui aveva deciso che c’era già un legame.

Per questo me lo trovavo, silenzioso come un gatto, alle spalle: ovunque.

Entrava e usciva continuamente dallo spazio con traiettorie fulminee che lasciavano impronte porporine.

Il mio cane mastino continuava a tenermi il collare, faceva in modo che non pascolassi mai da sola: nel parco, al bordo della piscina, o sull’ampia terrazza che dava sulle colline pettinate a vigneti.

Era un periodo fiabesco. Io ero la bella principessa e, spesso, si aprivano tornei. Vivevo al castello.
Avevo le gambe al sole, gambe velate di nero che sortivano dall’anfibio e terminavano all’orlo ondulato della gonna stretta. Probabilmente al sole si vedeva anche la parte coperta delle cosce.

Non me ne è mai importato molto: di quel che si vede o non si vede. La mia faccia era tutto, più del mio snello corpo da Giovanna d’Arco.

Di quel primo incontro con l’editore ricordo il fluire ectoplasmatico e misterioso del suo apparire e scomparire dai luoghi. Il peso del suo sguardo sulle spalle, sulla nuca. La presenza costante del suo stanarmi. Osservarmi. Curarmi. Cercarmi. Tenermi. Volermi.

( Vorrei ricordare che, a parte le 82 donne in marcia per la parità di genere a Cannes, il fenomeno non è relativo solo all’ambito cinematografico ma anche al campo editoriale: almeno così è stato per me )

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Il salto del cucchiaino 

Troverei persino divertente rotolarmi nel fango: potrebbe risultare una esperienza energetica e liberatoria.

Il fango non è solo bassa materia: è terra, madre terra. Sembra proprio che lo spirito sia stato insufflato nel fango per ottenere ciò che siamo: corpo e anima.

Una sera ero a cena con un uomo tutto d’un pezzo: tanto assertivo e sicuro. Marcava i suoi certi baluardi, i sicuri e non vacillanti punti di riferimento, mettendoli in ordine di importanza.

Come dei comandamenti, le tavole della legge. All’arrivo del secondo piatto ha ricevuto una telefonata di lavoro e l’ho sentito dire all’interlocutore:

– Come già ti ho detto non c’è bisogno di ripetere tre volte la stessa cosa.

A fine cena lui ha ordinato un dessert e io un semplice caffè. Mentre assaggiava i suoi mirtilli con gelato mi ha offerto un cucchiaino ma, avendo in bocca l’aroma del caffè, gli ho detto:

– Ti ringrazio, ma sto bene così.

Dopo due minuti mi ha riproposto il cucchiaino, dicendo:

– Assaggia!

– No, grazie.

Imperturbabile, me lo ha riproposto per la terza volta con un tono imperativo:

– Mangia!

L’ho guardato e con un gesto istantaneo fluido e lieve ho fatto volare il suo cucchiaino ricolmo di mirtilli che, visto che eravamo in giardino, è finito nel vaso dietro di lui.

Mentre io non smettevo di ridere, lui non ha gradito e si è impermalosito. Mi ha guardato come una pazza.

Il signor “nonamoripeteretrevolte” si era offeso. Non ha gustato il gioco che ha rotto, per un attimo, la rigidità dell’etichetta creando un flusso artistico alla Pollock.

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L’uomo dal colbacco

La neve abbondante mi ricorda un inverno di molti anni fa. Lo avevo lasciato nel pomeriggio. L’uomo barbuto con il colbacco arrivato da Mosca.

Troppo aveva tirato le redini e la puledra era galoppata via.

Così ero da un’amica in città. La neve non aveva smesso da giorni e ormai tutto era siberiano. Verso le sette di sera suonò il campanello. L’uomo dal colbacco nero suonò il campanello della mia amica dicendole che io dovevo scendere. Non volevo scendere. Lui aspettò per ore. Era un monolite nero nella distesa bianca.

– E adesso come faccio? Devo tornare a casa.

– Puoi restare qui a dormire, se vuoi – disse la mia amica.

Pensai al mio letto. Non avevo proprio voglia di dormire fuori. La mia auto era nel garage. Trovammo l’espediente di far scendere la mia amica a parlare con lui, mentre io uscivo dal garage velocemente. E andavo via.

Velocemente era un eufemismo perché a quel tempo e in quei giorni la mia auto faceva le bizze e non si sa perché singhiozzava.

Comunque così facemmo.

Non dimenticherò mai, ma proprio mai, cosa successe dopo. Rivedo la scena come in un rallenty. Uscii dal garage, lui si accorse e cominciò a inseguirmi nella strada deserta e bianca di gesso. La mia auto singhiozzava e andava pianissimo e lui con passi pesanti cercava di aprire la porta e urlava: – Fermati. Ma io non mi fermavo. Ero in fuga nonostante il veicolo recalcitrante. Decisa ad andare a casa.

Babu era un uomo alto, indossava un cappotto nero e il colbacco. La neve scendeva a larghe falde sulla sua corsa e la mia.

Non so come riuscii a sfuggire dalle sue grinfie e ad arrivare nel mio caldo letto.

La mattina successiva mia madre trovò, aprendo la porta, un enorme cumulo di neve proprio davanti all’uscio. Sotto c’era una sua lettera.

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Il bigliettino 


Alzando il telo démodée, nel polveroso salotto, ritrovò in un angolo d’ombra un vecchio bigliettino sfuggito dalle grinfie cartacee delle pagine di un libro che aveva riposto prima.

Gli steli bluastri di una scrittura composta e verticale riportava poche parole: 

Alla mia principessa 

dal suo principe 

Richiuse nella serica veste crepitante della bianca busta il bigliettino amoroso.

Guardò fuori dalle imposte la strada chiazzata dall’ultimo sole novembrino.

La prese, come sempre, una malevola perplessità: ogni tanto prendevano vita questi cadaveri calligrafici come revenant. Uscivano fuori all’improvviso da ogni dove continuamente.

Come comparivano – in una nera dissolvenza – così sparivano, ridotti in minuscoli frammenti e gettati bruciati eliminati.

Così anche in quella imbronciata giornata – sfiorata da un ultimo ventaglio di gialla luce – anche quell’ultimo revenant chiuso nella sua leggera bara cartacea finì in piccoli pezzi che poi volteggiarono giù dal balcone del terzo piano sul prato smeraldo del giardino, e si adagiarono come leggeri fiocchi di neve. 

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Aveva perso la sua magia 

Lui, Vittorio, aveva perso la sua magia, lo scettro del potere, il fascino del leader. La piccola fragile ragazza lo aveva spodestato con leggera fluidità.

Vittorio ora si sentiva completamente svuotato, senza limiti e obiettivi, senza più un senso al vivere. Di nulla si era accorto: era come se – d’improvviso – lo avessero catapultato in una recita di cui non conosceva il copione. Sul palcoscenico piratesse coreografiche ridevano incessantemente. Che era successo? Perché non aveva colto i segnali? Visto le prime nubi che annunciavano la tempesta? 

Così ora sentiva la sua mente liquefarsi. Tutti i suoi vezzi e le sue eccentricità giacevano a terra con lo scudo e le armi da combattente. Ormai non cercava neppure di ostentare stabilità e vacillava. Era stato scuoiato, scaricato, battuto dalla bambina, dalla ragazzina con la testa china. Quella che non gli aveva mai detto di no, e l’aveva servito per anni e anni. 

La fragile tenera sottomessa piccola – color rosa piuma – si era costruita lentamente uno spazio elastico e là era saltata. In una nuova realtà dove lui non poteva entrare. Anche se allungava le braccia non poteva toccarla.

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Barbablù

Girovaga, ho sempre amato avere più case e giacigli. Mi piace portare una sacca e essere transitoria.

Ho abitato in una casa con tre pianoforti e le spesse tende di velluto. L’orco tornava la sera dopo i giri in centro e io gli facevo trovare il piatto pronto. Avevo un seno esuberante e sodo, ma non lo sapevo.

L’altra casa aveva un parco che scendeva al lago; nel piano superiore, nell’ala sinistra, c’era la camera padronale con uno studio antistante con un magnifico camino: lì l’uomo dalla barba blu e gli occhi verdi mi fece vedere le fotografie di Hong Kong. In una delle camere degli ospiti, nell’ala destra, c’era un baule con i vestiti della moglie che aveva sposato a Londra. Barbablù aveva mogli ovunque. Teneva in mano le chiavi.

Una delle sue donne un giorno arrivò e la nascosi dietro le tende spesse di velluto, in modo che sentisse senza essere vista. Barbablù non fece una piega quando lei apparve palesandosi. Dormimmo tutti in quella casa la notte. Io presi una delle camere degli ospiti. Li sentii parlare fino a tarda notte. La mattina la donna era scomparsa. La cercai dietro le tende, ma non c’era.

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La bottega

Quando Emma era passata le prime volte, davanti alla villetta antica, si era chiesta perché c’era sempre gente che entrava o usciva. Normalmente con sacchetti.

Un giorno aveva guardato meglio al di sopra dei pochi gradini di pietra e aveva scoperto che, dietro la porta a vetri, s’intravedeva un piccolo negozio. Aveva così deciso di entrare per capire.

Dietro il banco c’erano due persone, piuttosto anziane ma dall’età indefinibile. Avrebbe scoperto, nel tempo, i loro nomi: Alda e Alfio.

Da allora, considerando la vicinanza di casa, decise che sarebbe entrata a prendere il latte e il pane. Era comodo.

Alda, ogni giorno le chiedeva, con una cantilena dolce:

– Che cosa vuole?

E lei, ogni giorno rispondeva:

– Due panini e mezzo litro di latte.

Ogni giorno, come se fosse la prima volta, la donna dietro il banco chiedeva la stessa cosa: Cosa vuole? e ogni giorno lei rispondeva allo stesso modo, dicendo quello che voleva. Sempre semplicemente due panini e mezzo litro di latte. A quei tempi questo rituale la faceva parecchio innervosire. Possibile che la negoziante non avesse capito che ogni giorno lei voleva esattamente la stessa cosa?

– Vuole altro?

-No.

Non aveva tempo da perdere.

Ancora Emma non sapeva che varcare quella soglia significava entrare in uno spazio in cui il tempo batteva un diverso ritmo. Il tempo si era magicamente fermato in quella bottega. Bastava guardarsi attorno: il frigorifero con il maniglione di ottone sulle pesante e vetusta porta di legno, il banco di marmo grigio su cui facevano bella mostra i formaggi scroscianti olezzanti e cadenti, e gli scaffali d’un tempo remoto: quelli dove riporre la pasta da vendere sciolta. Rigorosamente di legno.

Era una bottega rimasta ferma, pietrificata nel tempo, quando ancora non esistevano i supermercati e la gente comprava in posteria con la borsa della spesa e i cartocci fruscianti. Gli involti con l’azzurro della carta da zucchero.

Anni fa.

Da dove venivano quei due negozianti con il camice bianco, sempre dietro il banco di marmo con le mani ossute e precise sulla carta per avvoltolare l’etto di prosciutto, quei due personaggi che fissavano le pieghe con una cura maniacale: come se stessero facendo un origami?

Le persone, i clienti, normalmente in gruppi di tre o quattro, aspettavano nel quadrato della stanza, qualcuno inquieto e nervoso per i lunghi tempi di attesa. Qualcuno invece, abituato alle lunghe attese, si sedeva sulla seggiola di legno posta sotto i vasetti e raccontava la vita. Qualcuno era morto, qualcuno era nato, qualcuno era malato.

La minuscola bottega era sempre piena. Offriva poche cose, ma buone. L’affettato era ottimo, così come i formaggi e, per il resto, c’era di tutto un po’. Di tutto quello che può servire dal dentifricio ai lacci. Pochi pezzi di marca dai saponi ai liquori, dai biscotti al detersivo.

I due fratelli ( col tempo aveva scoperto che Alda e Alfio non erano marito e moglie ) memorizzavano come dei computer i prodotti preferiti da ciascun cliente. E, se per caso non c’erano, rimanevano male ( lo si poteva intuire all’espressione contrita ) e dicevano con un fil di voce:

– Nooo… è finito. Ma glielo facciamo trovare per domani.

Così il prodotto mancante era pronto nei giorni successivi. Se il cliente si dimenticava di averlo richiesto, era Alda che con tono gentile diceva:

-Sono arrivati i biscotti…

In quello strano negozio c’erano i “libretti”: il conto veniva segnato ogni volta che si prendeva qualcosa sulla piccola pagina color paglierino. A fine mese si pagava. Era incredibile notare la velocità con cui: prima Alda, e poi Alfio facevano passare il dito sulle cifre incolonnate per calcolare l’importo finale a mente. Veloci efficienti esatti. Le strisce delle cifre scritte con la biro blu scivolavano sotto l’unghia dell’indice per sintetizzarsi in un numero finale. La somma.

I due fratelli non chiudevano mai bottega. Erano aperti la mattina di Natale. Entravi dal cancello e dal retrobottega e potevi avere l’affettato fresco a Natale. Erano aperti a Ferragosto. Tutta estate. Sempre.

Alzavano la saracinesca alle sette di mattina, l’abbassavano alle venti. Il loro posto era la bottega. La loro vita era dietro il banco. Non si riusciva a immaginarli senza camice. Se Emma li vedeva per strada non li riconosceva.