Ahimè

Immagini grafiche di Eletta

Non era capace di dissimulare le folgori. Quando le partivano a cascata dal cervello: perché qualcuno incautamente aveva tirato un filo nervoso. Una pulsante linea ondulatoria le provocava spasmi: qualcosa, allora, doveva fare. Uno strappo risoluto e barbaro di fogli, fiori, dipinti. Tutti i pezzi che volavano come ali nella raffica ventosa.
Non poteva tollerare l’insignificanza. Che lui si fosse dimenticato di lei. Anche solo per un attimo, per una sosta, per uno slittamento del tempo. Se capitava l’incidente, lei aveva l’anima sommersa in un angolo chiusa, china e piangente.
Odiava piangere, quindi strappava.
Strappava via lo spettro dell’assenza, della dimenticanza.
Poi, nella distanza che si stava liquefacendo, prendeva lentamente vita l’idea vendicativa, si modellava la tagliente lama. La sua immaginazione non sarebbe restata impigliata nel filo spinato dell’immobilismo. Doveva agire.
Negli strati traslucidi del suo cervello si formava il progetto, la strategia, il piano. Con feroce esultanza sentiva già in bocca il sapore dolcemente bruciato della preda. La vittima. Il poveretto. Ahimè.

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