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Polvere

Polvere ragnava nel suo spento cervello. Polvere di tabacco anneriva i suoi duri denti. Polvere sostava sui libri mai letti. Polvere si posava – sulla bocca semiaperta – davanti alla TV. Polvere sulle stoviglie accatastate nel lavandino. Polvere grigia sulle ordinate e maniacali cose. Polvere sulle infinite scatole e scatoline, sui sacchetti nei sacchetti, negli armadi e nei cassetti. Polvere sulle bottiglie sinuose vuote in vedovanza di-vino. Polvere nello smartphone obsoleto. Polvere sul letto. Polvere anneriva le unghie e le dita inoperose. Polvere sul cumulo statico delle parole mai dette. Polvere nel suo cuore.

( Non so e non mi importa sapere da quanto tempo scrivo pubblicamente. Comunque migliaia di testi. Ogni tanto mi piace rileggere le mie cose e ripescare. Se hanno un loro valore intrinseco e non legato all’attimo fuggente, ri pubblicare. Etichetta: Ripescato)

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Caos e caso


Una lepre mi attraversa lesta, la strada.

C’è sempre qualcuno o qualcosa che ci attraversa il tragitto. Siamo viandanti che incrociano altri esseri.

Un continuo farsi e disfarsi della matassa aggrovigliata.


Zoppicando, saltando, ballando, trascinando, camminando: proseguiamo.

Il campanello squilla e andiamo ad aprire. Riflessi sterili di lampioni tra antiquati viottoli. Ci accomodiamo e giochiamo una partita a scacchi. Ci sdraiamo contro un muro assolato. Lui aveva belle mani e occhi di cerbiatto.


Quando un essere vivente attraversa il nostro campo visivo nulla è più come prima. L’ombra scarabocchia un significato che rimane indecifrabile.

L’anno che fu apparve una volpe.
Vedo il campanile del paese dall’anfiteatro della terrazza. Toccavo le stoffe dove tu abiti. Coprivo il mio corpo snello con opere floreali.

Tutto si spalanca nel teatro del quotidiano. Ogni luce inquadra un particolare che vibra. L’enigma dell’universo e il caos del caso. In fondo non si tratta che di una consonante che cambia il suo posto: nel salone delle ipotesi.

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Spazio asfittico

Nello spazio asfittico annegano i ratti. I corpi rigidi col pelo duro.
Sono scesa. Mi aspettava accanto all’auto. Mi aspettava il centesimo cavaliere dell’armata persa: i condottieri senza destriero le lance spuntate gli scudi di latta.
Mi ha guardato: scarpa alta da femmina pantalone stretto gilé ciuffo sugli occhi.
I famosi occhi.

Sei più bella dal vivo che in foto.
Sono più bella viva.

Sono salita dopo aver valutato le spalle strette la testa senza collo la camicia nera da serata scontata.
Anche l’architetto vestiva total black.
Solo, dietro, sui pantaloni e sulla schiena della camicia delle strisciate bianche.
Sporco di calce vernice o coca.
Chi lo sa.

Comunque l’omino ha cominciato a parlare ininterrottamente.
I ratti agitano le zampine con il cellulare a immortalare l’ultimo divo.

Perché una donna come te é sola?
Sono una difficile.

L’uomo la tratta come una imbecille raccontando di sé.
Il solito strascico infinito di IO IO IO.
Narciso si specchia nell’iride della donna di turno che alloggia- momentaneamente- nell’abitacolo.
Brutto profilo.
Dimostra tutti gli anni forse di più.

Non c’è parcheggio. Hanno aperto i cancelli domenica sera c’è l’ora d’aria.
Tutti i carcerati mangiano pizza o gelato.

Lo guardavo raccontarsi. Lo guardavo splendere. Mi aveva spiegato chi era Darwin : era così trionfalmente sicuro che io non sapessi chi fosse.
Chissà le oche frequentate prima di me.
Le donne spiumate dalle gambe esposte sui tacchi di luna col rossetto lucido.
Le oche costrette a mostrare solo il proprio corpo perché il cervello é vuoto.

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Effimero

Immagini grafiche di Eletta Senso

Tra il memorabile e l’effimero, tra il sublime e la paccottiglia: oscillo nell’aria impura del tempo avvolta – e talvolta tormentata – dalla desolazione del cattivo gusto. Dalla bassezza di un senso torbido: poco estetico e non estatico. Il procedere sbieco e frastagliato – senza continuità né ritmo – con continue digressioni nell’insignificante nel vacuo e nel vuoto. Camminiamo travolti in un sentiero zebrato d’ombre che ci risucchiano – con volute tentacolari. Usciremo mai da questa vasta zona così deprimente con papaveri flosci e rose avvizzite? Ci sarà ancora respiro per qualche volo alto?

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Era

Era tremante al cancello quando lui uscì. Era così magra e instabile. Era come in continua balia delle onde. Era rimasta folgorata dalla lettera come se le parole e quella scrittura così minuta avessero il potere di destabilizzarla totalmente. Era in un periodo così buio che le pareva impossibile splendere. Era così bella e fragile senza sapere che due uomini la volevano e lottavano per averla. Era la preda predata cercata catturata e forse uccisa, sicuramente sacrificata. Era nelle braccia dell’uno e poi dell’altro. Era come una bambola di pezza strattonata per averla. Era un giocattolo rotto lasciato sul ciglio della strada. Era perduta. Era rinata senza duelli e spade e cavalieri e principi. Era finalmente salda. Senza onde e mareggiate. Era ferma.

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Fantasmatica

Immagini fotografiche di Eletta Senso

Caro mio signor nessuno che insegui fantasmi nella notte chimerica, afferrando brandelli di velo fluttuante, credendo sia carne… Credendo sia vita l’immagine che appare screziata dietro il vetro appannato tra gocciole d’acqua che cade… Eppure ti pare di sentire il profumo del suo apparire e scomparire finché non te la trovi davanti – marmorea e fredda. E allora fuggi. Perché tu non vuoi che il desiderio infinito di una tua creatura ideale e non lei. Tu insegui da sempre un sogno già rotto dal troppo chiarore del giorno. Tu semplicemente non vuoi che i tuoi fantasmi.

“che un testo sia solo un picnic dove l’autore porta le parole e i lettori il senso” – Umberto Eco

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Non scrivo

Non scrivo di palpiti sussurri tremori attese sobbalzi paure incognite fremiti vampe

Non scrivo di attese di lettere telefonate appuntamenti incontri sotterfugi intrecci intrighi

C’è una piana senza abissi né vette. Un lento ricamare trafitta da un pallido lume. La temeraria sopita. Le armi a terra con la corazza e lo scudo.

Da oggi mi trovate anche qui, ringrazio Juan Re Crivello.

https://wp.me/pbPX5e-ql

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Io non ho

Io non ho niente da dirti, da darti. In questa centrifuga di iniziative, fermentate parole, scritti e manoscritti. Io non ho annunci, proclami, destinazioni. Sto immobile e attendo. O forse neppure attendo: un refolo, una brezza, un lieve sommovimento. Ogni cosa è uguale, identica, ripetuta.
Hanno le ali impiastricciate di petrolio i piccoli voli, stremati a terra.
Mi sono arresa all’insignificanza. A questo tempo di estrema parcellizzazione di inutili piaceri.
Andare o restare hanno un identico insapore.
Neppure invidio la effimera leggerezza di un volo di farfalla. Quell’ostentazione vibrata di pulviscolo cromatico iridescente. Dopo tutto è un attimo di apparenza estetica. Poi crolla il buio.
Chissà quale il senso del voler risplendere? Tutti alla ricerca di un attimo di gloria. Perenni infanti alla ricerca del seno materno.
Anche l’altro ha la funzione di mero specchio in cui rimirarsi. Quanto sono bello? Quanto piaccio? Qual è il mio potere seduttivo?
Quando monta la nausea mi chiudo al mondo.

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Ahimè

Immagini grafiche di Eletta

Non era capace di dissimulare le folgori. Quando le partivano a cascata dal cervello: perché qualcuno incautamente aveva tirato un filo nervoso. Una pulsante linea ondulatoria le provocava spasmi: qualcosa, allora, doveva fare. Uno strappo risoluto e barbaro di fogli, fiori, dipinti. Tutti i pezzi che volavano come ali nella raffica ventosa.
Non poteva tollerare l’insignificanza. Che lui si fosse dimenticato di lei. Anche solo per un attimo, per una sosta, per uno slittamento del tempo. Se capitava l’incidente, lei aveva l’anima sommersa in un angolo chiusa, china e piangente.
Odiava piangere, quindi strappava.
Strappava via lo spettro dell’assenza, della dimenticanza.
Poi, nella distanza che si stava liquefacendo, prendeva lentamente vita l’idea vendicativa, si modellava la tagliente lama. La sua immaginazione non sarebbe restata impigliata nel filo spinato dell’immobilismo. Doveva agire.
Negli strati traslucidi del suo cervello si formava il progetto, la strategia, il piano. Con feroce esultanza sentiva già in bocca il sapore dolcemente bruciato della preda. La vittima. Il poveretto. Ahimè.

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Deposito

Da Pinterest


Deposito gli incandescenti spilli d’argento nella scatola di latta del mio passato.
Gorgogliano le volanti libellule mentali nella fioca luce lunare.
Sminuzzo il presente in piccoli ritagli crudeli. Elimino le scorie.
Via dalle materie grigie, dai sonni rantolanti, dalle gelide brune sulle stanche dita.
Sono così rade le nuvole del tuo amore latteo. Scie di briciole che sposto lentamente nella rossa terra.
Vorrei essere più diagnostica flessibile e obiettiva. Ho una velenosa riserva di ceneri perenne da cui risorgere.

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Sonnez la cloche

Grafica di Eletta Senso

Sonnez la cloche con scroscianti scrosci e scampanellii per svegliare gli esseri dormenti. Fateli cuocere con vive fiamme perché si levino i loro assopiti cuori. Pungeteli con spilli argentei per toglierli dal letargo inutile. Stanno avvoltolati in foglie secche e marce d’orgoglio. Borbottano nel sonno con superbo pulsare del labbro: – Con te non gioco più. Con te non gioco più. Gli orsi feriti. Gli orsetti permalosi. I ghiri ronfanti. Che una alta nota limpida li svegli perentoriamente. Che aprano i cespugliosi occhietti alla vita. Che vivano dunque.

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Dea della luna

Da Pinterest


Ishtar

Sprofonda

nel segno del tuono
la tenera tua carne ambrata.


La fiamma d’eclisse
– scalpita
nei tuoi occhi di drago.


Appassisce così

la tua bocca
nel grano del corallo.

Solleva il sacerdote
il crepuscolo d’alba.


Sui tuoi fianchi marini

si perde la via.

Mitica antenata della Luna.


Oscillante nella corsa nera.


Così ti avviluppi

nell’interiore notte


di adamantini manti.


Spartiscono

la tua spumosa panna


i convitati bramosi:


fanno festini

coi tuoi gessosi succhi.

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Io sono Colei che ama l’Ombra

Da Pinterest

Ne ho abbastanza delle parole. Stanno ammucchiate ronzanti in testa.
Ora emigreremo fuori dal territorio verbale. Farò incursione nella tua fragile zona protetta per il saccheggio.
Mi farai frantumare ogni recinto?


Con opportunismo lucido ti avvolgerò nel labirinto lunare: tra rettili e acqua di palude.


Scenderai con me nel mondo di Ade. Solo così potremo abbandonare le vesti quotidiane.


La tua ferrosa macchina da guerra si sfalderà contro la dialettica del silenzio.
Ti perderai nel complesso mondo, nella spirale che risucchia.


Ci sarà il fuoco e lo sguardo profondo dei nomadi Tuareg. I tamburi ossessivi e la danza mistica.


Conosci il Pathos? Straniero che passi e calpesti il mio sacro suolo. Una vergine si offrirà alle tue voglie sulla soglia del tempo. Solo così potrai accedere alla mia grotta.
Lascia fuori i sandali, togliti la veste e la cinta.


Non c’è protezione e tranquillità per chi mi incontra.
Io sono Colei che ama l’Ombra. Il buio, la tenebra, l’abisso con le donne sirena.
Abito nel sotterraneo dove regna il segreto.

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Certo

Immagine grafica di Eletta Senso

Certo non sono donna facile e accomodante silenziosa

con la testa china

così diversa dal quieto modello di madre antica con ricami e padella sul fuoco a preparare succulenti manicaretti per tutti gli uomini

Certo troppo grandi e acuti i miei occhi che tutto vedono e a cui nulla sfugge

le ciglia come vibrisse a calcolare i salti e il dove

nella ragnatela dello spazio

Certo troppo intuitiva e vibrante non simile certo all’ameba sul fondo melmoso

più simile al gatto a cui nulla sfugge

e ti vede

ti vede

ogni sussulto e respiro

Certo non faccio passare nella cruna etica ipocrisie e bugie

semplicemente perché non le sopporto

e poco perdono a chi finge

strappo le maschere che trovo odiose e subdole inautentiche

Certo non seguo la moda delle alte giraffe con tacchi di vertigine e la borsettina chic per fare choc se no non sei nulla

Non certo simile alle ochette quacchere con le tette misura 4 fredde come angurie

Certo non facile rispondere alle mie dirette domande che hanno già risposta implicita

e spostare un po’ il peso delle noiose stantie abitudini per cambiare

cambiare

cambiare

a te che vesti con lo stesso maglione e cappello da sempre e ti piace tanto quando rido

ridi un po’ tu

Certo poco tollerante o troppo intelligente per non passare ai raggi X ogni tua minuscola parola esclamazione e variazione del tono di voce

tutto vagliato e affanculo le distrazioni

Nessuno ti ha imposto la mia difficile presenza potevi prenderti una scorticata che non aveva bisogno di carezze

una furbetta come ce ne sono tante pronta a servirti e piacerti

come una bambolina di pezza

una donnetta casalinga che si realizza nel fare torte e pranzetti e bon ton e fiorellini a mazzettini e bacini

C’è una tale crisi che il mercato è pieno di offerta

puoi largamente comodamente scegliere nel catalogo

in base agli occhi gambe sedere sorriso e capacità manipolatorie varie

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Attimi Frammenti

Era tutto il giorno che le cadevano oggetti 

Ella taglió via con cura un ramo secco. Tac. Era tutto il giorno che le cadevano oggetti. Era il giorno degli spiritelli. Tutto cadeva, persino l’astina destra degli occhiali aveva deciso di finire il suo compito di sostegno, ed era caduta. 

Forse era la pancia della luna che diventava sempre più piena. Energie magnetiche chissà.

Ella taglió con cura gli steli sfiniti sfioriti molli di stanchezza dei ciclamini. Quel che rimaneva, rinvigoriva. 

Occorreva tagliare per liberare: le nuove energie. Tutto poi fluiva più facilmente.

Nell’anno bisesto aveva tagliato molti rami, molti steli, molte piante, molte parole. 

Faceva da sola, non voleva aiuto noioso appiccicoso gommoso. 

La sua mano, ignara di dolcezze, cedeva alle pressioni del tempo tagliando strappando bruciando gettando… 

Le piaceva il raschiante rumore metallico del foglio quando strappava con un colpo secco. La carta restava a terra come una nuvola grigia lacerata. 

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Io non amo ripetere

Io non amo ripetere sempre le stesse inutili cose – ho detto a Manuela mentre mi lisciava le gambe con una morbida crema, nella stanza asettica biancolatte con le anacronistiche foto e i dépliant con le immagini delle nuove dee con le lunghe gambe accavallate. Nello stanzino dove si vorrebbe diventare belle: come le donne immortalate e riaggiustate con Photoshop. E invece il tempo macina le sue ore che segnano i solchi e le malinconiche ombre restano sul viso che, invece, si vorrebbe così liscio perché questo comanda l’epoca: di non invecchiare mai, di gonfiare tendere, come una Barbie di plastica: le gote gli occhi le labbra. Cosí che non dicano più le passate fatiche di stare al proprio posto e sorridere piangere ridere.

– Io non amo ripetere sempre le stesse inutili cose: vorrei ci fosse un’intimità silenziosa, un cogliere al volo, una intuizione che crea la sorpresa, l’empatia che unisce. Vorrei non dire, vorrei tacere. 21/9/1916

Questo testo risale a quattro anni fa. Non è cambiato nulla, tranne che ho preso un gatto.

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Era

Immagine grafica di Eletta Senso

Era stanca annoiata esausta. Aveva incontrato un tipo che si era presentato con un mazzo di fiori ( che aveva poi dato alla madre per portarlo al cimitero) .

Aveva incontrato uno psicoterapeuta che durante la passeggiata sciorinava inutili nozioni come se lei fosse una ignorante scolaretta… Talmente preso dal proprio Ego che nemmeno capiva che lei terminava le trame, i racconti, le citazioni… perché lei sapeva quanto lui, pur non essendo una psicoterapeuta.

Aveva incontrato un architetto che trovava piacevole invitarla a cena per un dopo cena. E una volta si era perfino spinto a farle vedere dei suoi progetti lavorativi. Dopo cena mentre pagava il conto al banco e la signora ci metteva sempre un sacco di tempo, lui le infilava una mano sotto la camicetta sulla schiena già pregustando il dopo.

Aveva incontrato un tipo che aveva fatto molti chilometri per uscire a cena con lei e da lei non aveva avuto nemmeno un bacio.

Aveva incontrato l’uomo piccione che l’aveva portata nel centro di Como e a cena sul monte in alto.

Di uomini ne aveva incontrati molti. Non aveva mai contato quanti. Comunque più di cento. In quel periodo di vuoto dopo l’uomo orco. Ma non aveva trovato mai il suo principe azzurro. Li incontrava per noia. Era comunque piacevole passare una sera al ristorante a conoscere una persona nuova. Non si era mai concessa la sera stessa, come si usava. Neppure il giorno dopo se c’era un seguito. Tranne poche eccezioni che confermavano la regola.

Era come sfogliare un catalogo on line e cercare un oggetto, era come sceglierlo in base alle caratteristiche desiderate. Poi, se non piaceva, era piuttosto semplice scartarlo. Rimandarlo al mittente. Buttarlo nella spazzatura. Fare come se non si fosse scelto desiderato voluto. Anni luce dagli appuntamenti da ragazzina con lui che faceva un lungo appostamento e filo e la aspettava quando la mamma la mandava a prendere il prosciutto cotto e il pane. E suo padre che si lamentava perché giravano i mosconi nella nostra via. Io e mia sorella eravamo miele.

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Ti porto via

Immagine fotografica di Eletta Senso

Ti porto via dai ruggiti e stremiti

nell’angolo segreto

di nuvole e piume.

Starai accoccolata

tra celestiali gioielli

Ti porterò

dove i pini sono coni solidi

verde profondo denso

tra i rubini e zafferano

Ti porterò

dove sorgono

le ultime fiammate

di questo autunno greve

Ti porterò via

dal ridicolo girotondo delle noie e discussioni

dai litigi infantili per il giocattolo rubato

E

voleremo verso le radure

dove abitano le anime sensibili

Ti terrò stretta con un soffio di tenerezza :

– per la tua aria così esausta e sgualcita

per l’assalto dei piccoli draghi

e cerberi la notte

per il ghigno delle Moire

con le lame taglienti

– e il fantasma gelido e silenzioso –

che s’aggira con la pronta lama.

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Rumino parole

Immagine grafica di Eletta Senso

Sono un essere ruminante giacché mastico tutto il giorno le parole. Mastico e rimastico parole di fieno e d’erba fresca. Di foglie e tronchi ruvidi e rivoli d’acqua eterni. Mastico e rimastico: assaporo il suono ch’esce sibilante o gorgogliante dalle erre arrotolate e ritmiche o dalle sinuose esse. M’entra in bocca triturando sillabe sonore assonanze serpentine. Rime assortite scordate e sciolte.

Quando trovo un gusto nuovo lo rimastico dall’alba al tramonto per non farlo scappare giù. Un termine inconsueto. Un volo. Uno scoppio. Un lampo. Così sto tutto il giorno nel pascolo linguistico a brucare. Null’altro chiedetemi di fare.

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Si nascondono

Si nascondono le vocali

nella precisazione delle parole

amore amore amore

– con visioni nebulose

del primo sonno alterato

dall’ala rossiccia d’autunno.

Ricordo la tua innaturale

e impossibile eleganza

le promesse imprecise

– come se tu fossi avvolto

in una quotidiana allucinazione:

preso dal tuo fantasma d’isola

tra lividi bagliori turchesi…

Non sai legarti all’albero

per resistere alle sinuosi voci

di Sirena.