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Attimi

Mollette

Il ragazzino di un metro e novanta mi diceva, pedante e petulante, come mettere le mollette mentre stendevo i suoi boxer sul terrazzo della mansarda. Piccolo moccioso saccente. Piccola mosca blu.

Ai tempi andavo in giro con le tennis slacciate per sentirmi dire: – Guarda che hai le scarpe slacciate. I grandi mi davano noia e vivevo una seconda adolescenza – anche se grande lo ero anch’io.

Ma mi piaceva scendere con grandi cappelli di paglia e shorts. E salire flessuosa sulla mini come se fossi in Côte d’Azur.

Alla fine la mia più grande soddisfazione in quel periodo era scandalizzare. Far parlare. Fregarmene. Delle scarpe slacciate del bucato senza mollette del ginocchio con la banda nera e di stare in mezzo alla neve con gli scarponi e le calze a rete.

Mi manca questa parte estrema di me. Anche se ancora ho le scarpe slacciate e le calze diverse – prima che diventasse di moda avere le calze corte diverse.

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Frammenti

Polvere

Polvere ragnava nel suo spento cervello. Polvere di tabacco anneriva i suoi duri denti. Polvere sostava sui libri mai letti. Polvere si posava – sulla bocca semiaperta – davanti alla TV. Polvere sulle stoviglie accatastate nel lavandino. Polvere grigia sulle ordinate e maniacali cose. Polvere sulle infinite scatole e scatoline, sui sacchetti nei sacchetti, negli armadi e nei cassetti. Polvere sulle bottiglie sinuose vuote in vedovanza di-vino. Polvere nello smartphone obsoleto. Polvere sul letto. Polvere anneriva le unghie e le dita inoperose. Polvere sul cumulo statico delle parole mai dette. Polvere nel suo cuore.

( Non so e non mi importa sapere da quanto tempo scrivo pubblicamente. Comunque migliaia di testi. Ogni tanto mi piace rileggere le mie cose e ripescare. Se hanno un loro valore intrinseco e non legato all’attimo fuggente, ri pubblicare. Etichetta: Ripescato)

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Attimi

Mi portava

Mi portava in giro per farmi vedere e brillare, come un uomo con la sua Porsche o Maserati. Mi chiedeva di andare con lui nei posti di potere dove giocava le sue magiche carte per fascinare. Quando ero così bella e innamorata e tanto stupita/stupida da non vedere i trucchi. Non capivo. Mi facevo portare a feste con invitati illustri che sciorinavano le loro idiote culture per afferrare un attimo di attenzione alle giovinette ignoranti. Alle pareti i ritratti avevano uno spazio infinito. Poi si andava a letto disordinatamente.

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Amore,

Se ne va

Se ne va via il cuore e l’amore

quando cala l’autunno

se ne vola via tra le brume

non c’è più pathos eros

e non rimane neppure logos

non c’è attenzione abbraccio carezza

non c’è corpo occhi bocca gambe

se ne vola via il cuore

che fa rima con amore

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Attimi Luoghi

Assaporando

Assaporando ogni bocccone della brioche assaporando ogni sorso di ginseng assaporando ogni debole raggio di sole e ogni nuvola assaporando ogni verde della pineta assaporando ogni riflesso nell’acqua Tiffany…

Sono salita assaporando ogni testo della mia compilation musicale nelle orecchie mentre pensavo a quando eravamo così innamorati che lui voleva vedermi ballare tra le luci che formavano e disfavano macchie sulla parete… La musica ci apparteneva. Mentre facevamo l’amore mentre viaggiavamo mentre eravamo ai concerti… Gli piaceva il mio corpo mentre ballavo fluida. Come Salomé. Come Isadora Duncan.

Non credo più all’amore e ho nausea dei filmetti romantici. La mia stola rosa shocking è volata via come la sciarpa di Isadora stringendomi il collo. Soffocandomi.

Non credo più a molto in questa vigilia di Ferragosto che detesto. Neppure all’amicizia. Potrei incontrare la mia amica del tempo che fu. Potrei guardarla negli occhi per dirle: Credi ancora che avrei potuto rubarti il fidanzato?

Non credo più a chi non mi crede.

Cammino ancora ballando se la musica mi impone un ritmo. Ballo per me. Assaporo da sola per gustare fino in fondo questa caramella così amara che è la vita.

Mi rimane il cammino, il lago Tiffany e il verde smeraldo di alcune improvvise rifrazioni.

P. s. Ringrazio Juan Crivello per la ri-pubblicazione

https://masticadoresitalia.wordpress.com/2022/08/15/

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Attimi

La lepre


La lepre mi attraversa lesta, la strada. C’è sempre qualcuno o qualcosa che ci attraversa il tragitto. Siamo viandanti che incrociano altri esseri. Un continuo disfarsi della matassa aggrovigliata.
Zoppicando, saltando, ballando, trascinando, camminando: proseguiamo. Il campanello squilla e andiamo ad aprire. Riflessi sterili di lampioni tra antiquati viottoli. Ci accomodiamo e giochiamo una partita a scacchi. Ci sdraiamo contro un muro assolato. Lui aveva belle mani e occhi di cerbiatto.
Quando un essere vivente attraversa il nostro campo visivo nulla è più come prima. L’ombra scarabocchia un significato che rimane indecifrabile. L’anno che fu apparve una volpe.
Vedo il campanile del tuo paese dall’anfiteatro della terrazza. Toccavo le stoffe dove tu abiti. Coprivo il mio corpo snello con opere floreali. Ho scoperto il nuovo bar per caso. Si chiama Ottocento. Ho preso il pane e la commessa era un volto già visto. Tutto si spalanca nel teatro del quotidiano. Ogni luce inquadra un particolare che vibra. L’enigma dell’universo e il caos del caso. In fondo non si tratta che di una consonante che cambia il suo posto nel salone delle ipotesi.

La lepre by Eletta Senso

Ringrazio per la ri-pubblicazione

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Attimi

Datemi del ghiaccio

Datemi del ghiaccio che mi raffreddi la pelle e il cuore

datemi del ghiaccio per la fronte e per i pensieri

datemi del ghiaccio per dimenticare il mondo che brucia

le carcasse e gli scheletri le fosse comuni

e i gasdotti che strangolano e minacciano

datemi del ghiaccio per non pensare

ai piccoli deficienti che buttano perle ai porci

continuando a sciorinare parole senza senso

come vecchi pazzi che strascicano le gambe in un manicomio

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Attimi

Crepuscolo del presente

Lo strazio della felicità sta sempre così

sospeso nel crepuscolo del presente.

Si viene sospinti da mutevoli giochi

cromatici, acrobatici, assimetrici.

Da mutevoli giochi fonetici. Un do mi fa.

La minima sfumatura crea vertigini da altezze abissali. Non so se.

Tutti mentono nascosti dietro il carapace mentale. Salgono ogni tanto reminiscenze dal fondo melmoso quando cercavi una fonte. Un lucido puro zampillo.

La stagnante malignità brulica di vermi. Dove c’è stagnazione c’è una stasi arsa. Cerco uno squarcio di luce nella torbida macchia. Uno stelo d’ascesa.

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Attimi

Desertificazione

Desertificheranno i nostri orizzonti campi prati

desertificheranno i nostri cuori anime sguardi

Non avremo che fiori di plastica

e cercheremo il verde nel metaverso

dove palpiteranno i nostri avatar incorporei

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Frammenti

Caos e caso


Una lepre mi attraversa lesta, la strada.

C’è sempre qualcuno o qualcosa che ci attraversa il tragitto. Siamo viandanti che incrociano altri esseri.

Un continuo farsi e disfarsi della matassa aggrovigliata.


Zoppicando, saltando, ballando, trascinando, camminando: proseguiamo.

Il campanello squilla e andiamo ad aprire. Riflessi sterili di lampioni tra antiquati viottoli. Ci accomodiamo e giochiamo una partita a scacchi. Ci sdraiamo contro un muro assolato. Lui aveva belle mani e occhi di cerbiatto.


Quando un essere vivente attraversa il nostro campo visivo nulla è più come prima. L’ombra scarabocchia un significato che rimane indecifrabile.

L’anno che fu apparve una volpe.
Vedo il campanile del paese dall’anfiteatro della terrazza. Toccavo le stoffe dove tu abiti. Coprivo il mio corpo snello con opere floreali.

Tutto si spalanca nel teatro del quotidiano. Ogni luce inquadra un particolare che vibra. L’enigma dell’universo e il caos del caso. In fondo non si tratta che di una consonante che cambia il suo posto: nel salone delle ipotesi.

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Attimi

Come ti permetti

Come ti permetti di annoiarti in mezzo a tutti quei fiori? Come ti permetti di lamentarti tu che dovresti ringraziare di essere in salute e avere il pane da mangiare…

Come ti permetti di provare ansia per qualche risposta che non arriva… Non sai che c’è la guerra alle porte e che d’improvviso potrebbe non esserci più nulla… Neanche il tuo desiderio.

Come ti permetti di annoiarti delle persone vuote, delle chiacchiere inutili, della mancanza di senso, dei programmi massmediatici, del trionfo della tifoseria in prima pagina con sotto i soliti carri armati e le bombe e gli occhi così azzurri del bimbo tra lo sporco della guerra

Trova pace. Trova pace tra i tuoi campi fioriti. Non credere a nessuno. Non credere a niente.

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Luoghi

Tutto turbina

Tutto Turbina nella pozza dei giganti come nel calderone alchemico. Trova l’oro, trova il suo bagliore in questo acquoso pagliaio. Trova l’ago trova l’agio.

Tutto turbina e tuona scrosciando l’acqua che c’era – quando tutto era oro eppure non sapevamo ri-conoscerlo: così prezioso e lucente nel palmo aperto.

Tutto è turbine e tuono e tentennare tintinnando tra fili di paglia.

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Attimi

Vorrei essere più semplice

Mentre qualcuno gioca a bowling con i corpi sulla Rambla, io giro e rigiro le pieghe scomposte del mio abito. Non so stare ferma perché il mio centro centrifuga pensieri che scattano come fulmini. Vorrei essere più semplice e calma, più stupida e accontentarmi della vita senza logica e regia. Fare shopping e ridere con un calice di bollicine in mano tra amiche e amici come nella pubblicità dove tutto è arancione. Vorrei essere tanto stupida e leggera. E vedere tutti i canali della tv e avere gli ultimi modelli di macchine e smartphone e ridere come nelle pubblicità. Vorrei non sapere quello che capita dentro e fuori di me. Vorrei non sapere. Non pensare. Essere più viziosa. Annegare nell’alcool o in qualche droga. Non sapere che questa vita va a picco. Che si staccano i ghiacci e che il mare ha isole di plastica – che la figlia di mia figlia non avrà un mondo nuovo. Vorrei fingere di essere amata mentre lui mi ignora perché fa continui girotondi intorno al suo totem Ego. Prego sempre di diventare più leggera meno pensante e pesante. Ma sono quello che sono. Scorticata ed esposta come sono i poeti. Sono nata così e se vedo vedo. Se vedo parlo. Non so fingere. Non so ridere. Provo orrore. Sento dolore. Sono inquieta.
Scrivo. E solo questo mi aiuta a trovare un po’ di sollievo in questo mondo che non mi piace. Tra persone che non mi piacciono. Che non apprezzo. Tra questi politicanti da osteria che giocano con i missili come se fossero su Risiko. Tra queste rovine di un mondo stanco.
Le uniche gioie le ho quando sto immersa nella natura e quando leggo un buon libro, ascolto buona musica, vedo opere esteticamente estasianti come un bel film o un’opera artistica e quando scrivo e comunico con anime simili.

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Frammenti

Spazio asfittico

Nello spazio asfittico annegano i ratti. I corpi rigidi col pelo duro.
Sono scesa. Mi aspettava accanto all’auto. Mi aspettava il centesimo cavaliere dell’armata persa: i condottieri senza destriero le lance spuntate gli scudi di latta.
Mi ha guardato: scarpa alta da femmina pantalone stretto gilé ciuffo sugli occhi.
I famosi occhi.

Sei più bella dal vivo che in foto.
Sono più bella viva.

Sono salita dopo aver valutato le spalle strette la testa senza collo la camicia nera da serata scontata.
Anche l’architetto vestiva total black.
Solo, dietro, sui pantaloni e sulla schiena della camicia delle strisciate bianche.
Sporco di calce vernice o coca.
Chi lo sa.

Comunque l’omino ha cominciato a parlare ininterrottamente.
I ratti agitano le zampine con il cellulare a immortalare l’ultimo divo.

Perché una donna come te é sola?
Sono una difficile.

L’uomo la tratta come una imbecille raccontando di sé.
Il solito strascico infinito di IO IO IO.
Narciso si specchia nell’iride della donna di turno che alloggia- momentaneamente- nell’abitacolo.
Brutto profilo.
Dimostra tutti gli anni forse di più.

Non c’è parcheggio. Hanno aperto i cancelli domenica sera c’è l’ora d’aria.
Tutti i carcerati mangiano pizza o gelato.

Lo guardavo raccontarsi. Lo guardavo splendere. Mi aveva spiegato chi era Darwin : era così trionfalmente sicuro che io non sapessi chi fosse.
Chissà le oche frequentate prima di me.
Le donne spiumate dalle gambe esposte sui tacchi di luna col rossetto lucido.
Le oche costrette a mostrare solo il proprio corpo perché il cervello é vuoto.

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Frammenti

Effimero

Immagini grafiche di Eletta Senso

Tra il memorabile e l’effimero, tra il sublime e la paccottiglia: oscillo nell’aria impura del tempo avvolta – e talvolta tormentata – dalla desolazione del cattivo gusto. Dalla bassezza di un senso torbido: poco estetico e non estatico. Il procedere sbieco e frastagliato – senza continuità né ritmo – con continue digressioni nell’insignificante nel vacuo e nel vuoto. Camminiamo travolti in un sentiero zebrato d’ombre che ci risucchiano – con volute tentacolari. Usciremo mai da questa vasta zona così deprimente con papaveri flosci e rose avvizzite? Ci sarà ancora respiro per qualche volo alto?

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Frammenti

Era

Era tremante al cancello quando lui uscì. Era così magra e instabile. Era come in continua balia delle onde. Era rimasta folgorata dalla lettera come se le parole e quella scrittura così minuta avessero il potere di destabilizzarla totalmente. Era in un periodo così buio che le pareva impossibile splendere. Era così bella e fragile senza sapere che due uomini la volevano e lottavano per averla. Era la preda predata cercata catturata e forse uccisa, sicuramente sacrificata. Era nelle braccia dell’uno e poi dell’altro. Era come una bambola di pezza strattonata per averla. Era un giocattolo rotto lasciato sul ciglio della strada. Era perduta. Era rinata senza duelli e spade e cavalieri e principi. Era finalmente salda. Senza onde e mareggiate. Era ferma.

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Frammenti

Fantasmatica

Immagini fotografiche di Eletta Senso

Caro mio signor nessuno che insegui fantasmi nella notte chimerica, afferrando brandelli di velo fluttuante, credendo sia carne… Credendo sia vita l’immagine che appare screziata dietro il vetro appannato tra gocciole d’acqua che cade… Eppure ti pare di sentire il profumo del suo apparire e scomparire finché non te la trovi davanti – marmorea e fredda. E allora fuggi. Perché tu non vuoi che il desiderio infinito di una tua creatura ideale e non lei. Tu insegui da sempre un sogno già rotto dal troppo chiarore del giorno. Tu semplicemente non vuoi che i tuoi fantasmi.

“che un testo sia solo un picnic dove l’autore porta le parole e i lettori il senso” – Umberto Eco

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Amore

Nefertiti

Immagine grafica di Eletta Senso


È incontrovertibile la sostanziale diversità del tuo comportamento, mon chéri. Dal momento in cui hai scoperchiato il sarcofago e trovato il corpo mummificato. Benda dopo benda stai a srotolare per giungere al cuore, se non all’anima, di Nefertiti. Oh, la regina egizia: il fascino che ha!
Stai chiuso nelle gallerie sotterranee con le dita accorte. Quanta cura ed attenzione per un corpo morto.

Dimentichi così la consuetudine: le due chiacchiere a fine giornata con l’amata, i due giri di valzer, le lettere piccanti sulla tastiera. L’amata non è distratta e segna – nel taccuino della mente – le insolite differenze. Avrà un’amante. Troppo tempo assente e poi… così improvvisamente assorto in una specie di sonnambulismo sognante. Quegli occhi che non vedono più. Lo chiami e non risponde, le frasi sono vaghe, le parole spezzettate. L’appetito scemato. La falsa cortesia. Neppure più la voglia di mescolare i sessi tra le bianche lenzuola.

Dove prima i salti e i guizzi, ora una catatonia di larva.
Qualcosa è successo. Anche nella voce si nota l’imbarazzo.
Una fuga continua nel tunnel sotto il pavimento. Lascia come ipnotizzato che i suoi passi lo rechino giù.
Come se una voce dalla salma lo chiamasse. Come se quel corpo fosse magnetizzato.

Lui, ora, ama un corpo disteso con una maschera d’oro e lapislazzuli blu.
Vuol giungere al centro, all’ultimo strato pulsante, vedere la pelle. Capire perché.
Vuole solo srotolare l’infinito papiro, de criptare la stele di Ros etta. Segno dopo segno tradurre.
Sapere. Conoscere. Svelare il mistero perché mistero non ci sia.
Ridurre tutto a poche ossa a stracci di epidermide.
Radiografare, fotografare, analizzare per poi mettere i resti in una teca.

https://masticadoresitalia.wordpress.com/2021/10/22/nefertiti-by-eletta-senso/

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Attimi

Buio

Dopo tanta luce mi sento bene nel buio. Le ombre fantasmatiche escono lentamente dal velo nebbioso per restituire una forma. Ogni cosa perde i contorni e il peso. Si dematerializza. Si naviga senza mappa. Nel buio lattiginoso che ci inghiotte.

Immagini fotografiche di Eletta Senso
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Attimi

Arduo lavoro

Immagini fotografiche di Eletta Senso


É lavoro arduo e complesso non trasferire – continuamente – nella materia viva della carta tutti i frammenti sparsi: della carne e del corpo quando geme. O della mente che macina rivoli sanguigni di vendetta e rivolta. Gli errori topografici, più che tipografici, già evidenziano i luoghi della Via Crucis.
Si teme, scrivendo, gli sguardi – troppo rapaci – e così si lasciano alterate tracce.
Si mettono scarpe e vestiti altrui, si nascondono chiome ed occhi sotto la falda di un largo cappello.
Tutto passa e si trasforma. Anche i foglietti che ritornano alla luce che mastico adagio e poi butto. Poi butto via. Straccio e cancello ogni testimonianza. Principessa e amori vari in pattumiera tra i rottami. Il sommerso che diventa emerso. La caverna il tunnel dove la talpa cieca trova le sue parole scavando con le unghie.