Scafandri 

Ormai pochi hanno lo scafandro mentre visitano gli abissi blu. Domenica hanno aperto le gabbie e si è sciolto come cera il ricordo di ciò che c’era.

Folle frotte stormi sciamavano su al lago con cani cagnetti e cagnoni. Il rifugio era zeppo ai tavolini sotto i tulipani gialli degli ombrelloni Algida. Il cartello che segnalava le norme stava lì come una buffonesca figura inutile.

All’aperitivo lo spritz era nel bicchiere di carta – osceno – e sul tavolino invece del solito tagliere ci hanno buttato un sacchetto di carta – USA e GETTA – pieno di patatine. Lo strazio era insostenibile: bere così non è bere perché il bicchiere di vetro ha un senso non solo estetico, ma anche gustativo. Così come le patatine soffocate singhiozzanti nel sacchetto.

Troppa gente. Arrivava a ondate. Me ne sono andata via.

Oggi, improvvisamente, sono tornate le norme e gli scafandri. La mascherina il gel il camice USA e GETTA termoscanner la visiera trasparente i non si può- si deve – non si deve: sono tornata dalla parrucchiera. Coerenza tra i luoghi e l’habitus?

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