Il filo di-vino

( Rielaborazione grafica di Eletta )

Qui, non ho mai scritto testi lunghi. Non ho mai pubblicato racconti lunghi. Ieri, leggendo un racconto di Massimo Legnani nel suo blog

https://orearovescio.wordpress.com

ho visto la nota a piè di pagina: era stato pubblicato su una rivista letteraria. Allora mi è venuto in mente che anch’io anni fa ho pubblicato un racconto in un libretto per la Casa Editrice: Edizioni Ensemble con il mio nickname. Me ne ero scordata. L’antologia si intitola: In vino litteras. Dedicata al vino. Per chi vuole assaggiare: ecco un estratto del testo opportunamente abbreviato.

(…)

Si vedevano abitualmente alla caffetteria alcune mattine alle sette e mezza. Ultimamente poteva capitare che lui la cercasse in giro anche nel fine settimana. Gironzolava intorno alla loro caffetteria finché non avvistava l’inconfondibile vettura verde ramarro di Arianna. Gli bastava sapere che lei era lì, magari a bere una cioccolata con gli amici. Gli bastava sapere che c’era. Poi tornava a casa.

Era stato proprio il rito del caffè a far incrociare i loro sguardi mesi prima. A far nascere la curiosità, l’interesse, l’attenzione.

Un giorno, per caso, avevano scambiato due parole alla cassa. Poi c’era stato lo scambio imbarazzato dei numeri di telefono. Le prime garbate telefonate e i timidi messaggi in privato.

Nelle loro telefonate lui era più cauto e controllato. Arianna voleva giocare e lo stuzzicava. Più lui si ritraeva – mollusco nel guscio a chiocciola – più lei entrava a sgusciarlo con le lunghe dita. Dal corpo molle allora uscivano le antenne. Si erigevano a captare onde concentriche e vibrazioni vocali. Lei parlava con voce calda e sensuale. Ogni tanto aveva dei trilli. E la voce diventava argentina: argento puro non opacizzato.

Continuarono così per mesi. Lui aveva cominciato a chiamarla tesoro. Finiva le telefonate con un bacio. Ma un bacio vero non c’era mai stato. Non si erano mai sfiorati i corpi.

Era iniziato così, d’inverno, il gioco l’azzardo il filo rosso. Arianna era penetrata nel labirinto per perdere la noiosa monotonia del quotidiano. Per osare, disarmare, azzardare, scardinare. Per giocare.

Lui aveva perduto la bussola e l’orientamento. Voleva vederla. Voleva rapirla. Voleva scoprirla, annusarla, sentirla, toccarla, leccarla, ammirarla. Averla davanti a sé, solo per sé, per un lungo tempo.

Ma era sposato.

A lei non piaceva il piccolo quadrato in cui bisognava muovere le pedine. Tutto così stretto e asfittico. Voleva il mare. L’aperto, il disteso, l’infinito.

(…)

– Vorrei pranzare con te.

Non si erano mai visti fuori, non erano mai stati soli. Si assaporavano solo assaporando il caffè. Mescolavano il sogno con lo zucchero. L’Eros si scioglieva nella tazzina. Ciascuno poi andava per la sua strada portandosi dietro il profumo e il gusto. Finché l’aroma non svaniva assorbito dalle occupazioni della routine quotidiana.

Era un ristorante di campagna. C’era erba, odore di erba e un pendio con un boschetto. Ormai era primavera.

L’imbarazzo di stare uno di fronte all’altra per un tempo più lungo di un caffè a colazione.

(…)

Arrivò il primo piatto e nei calici il cameriere versò il vino rubino. Il vino le dava subito alla testa. Arianna lo sapeva: troppo magro il suo corpo. Bastava un sorso: tutto girava e non c’era sostegno. In quell’atmosfera vibrata si guardavano, si studiavano, gustavano le prelibate vivande e sorseggiavano il vino.

Insieme prendevano il calice e lo portavano alle labbra, insieme lo sentivano denso e morbido in bocca come un bacio liquido, insieme lo lasciavano scendere nelle vene.

Fu così che, sorso dopo sorso, le distanze si sciolsero e le ridenti parole si gettarono a capofitto nei calici. Fecero tuffi inebrianti, schizzando di rubino la candida tovaglia.

Fu così che d’un tratto tutto si sciolse. Il laccio della camicetta, il laccio dei capelli, il laccio delle scarpe, il laccio in vita della vita.

Cominciarono a ridere. I loro corpi si muovevano simmetricamente allontanandosi e avvicinandosi al fulcro. Come calamite sempre più attirate dal magnetismo di Eros, dai vapori di Bacco.

Lui le accarezzó le mani, il viso, le gambe. Dopo il dolce il vino era finito, così come era finito il controllo razionale: gli uncini del “si deve” e “non si deve”.

La portò di sopra ridente e svanita.

Si addormentarono così uno nelle braccia dell’altra.

Quando si risvegliarono occorreva andare. Il confine del box era segnato. Occorreva trovare la via d’uscita. La porta che riportava nel sociale delle regole, del dover essere e fare. Rivestire il corpo, truccare il viso, rimettersi le maschere. Uscire.

Si rividero il lunedì mattina al caffè delle sette e mezza. Si sorrisero e si amarono. La verità era stata svelata dal vino. L’intimità del sonno, uno nelle braccia dell’altra, valeva più di ogni altra reale cosa esterna.

Mitico, divino e reale era il loro sogno in cui Bacco rideva.

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