
Fare anche solo un piccolo movimento, voltare la testa, ruotarla in su. Fanghi e sabbie, rami e radici ti trattengono giù sul fondo buio. Non c’è neppure un filo di luce che entra a ferirti. Fuori c’è un sole invadente prepotente accecante. La luce del sole è cambiata: fingono di non accorgersi: ma tutti sanno che è cambiata. Così nella zona sotterranea luce non c’era. Doveva decidere. Il tempo passava e doveva prendere una decisione. Il fango e le sabbie del fondo nella bocca, negli occhi o ascendere. Le mani del sogno, quelle due auto così legate, l’avrebbero voluta trattenere giù. Senza sole e ore. Senza parole. Senza i riti e i vestiti.
All’alba aveva avuto nausea. Si era trascinata in bagno. Sentiva nel corpo un’oscillazione e un tremito. Poi aveva avvolto il corpo nel caldo ed era nuovamente scivolata nel nulla.
Di nulla avrebbe voluto morire o vivere: in quello stato muto e fermo che hanno gli insetti. Fingersi morta. Abbandonare il mondo. Che era il suo mondo giacché era lei a viverlo. La sua astensione dal mondo, dal suo mondo, non avrebbe provocato grandi movimenti. Tutto si sarebbe serrato come un coperchio: velocemente.
Sapeva che era solo questione di un attimo. Reagire a questo torpore. Un solo gesto avrebbe azionato il meccanismo in un certo senso e la macchina avrebbe prodotto un lungo nastro arancione. Quel nastro l’avrebbe trascinata a fare cose, altre cose. Come i pezzi del domino quando si accasciano. Un movimento per contaminazione di un altro movimento. Non altro.
Non aveva più molta voglia di farsi portare dal nastro e di fare cose. Nella zona d’ombra avrebbe lasciato ogni movimento del corpo e della mente. Si sarebbe avvicinata all’immobilità del sasso. Nulla fare. Nulla desiderare. Nulla pensare. Lasciarsi morire.
Nella stanza buia, tanto più buia quanto più forte batteva fuori il sole, decise di provare a muovere una mano e sollevare il braccio.
Sì, proprio svampita. Me ne sono accorta ora. Va beh ormai lascio il doppio. 😂😕😄
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aggiungo, a distanza di un anno che nella narrazione c’è un buon equilibrio tra sogno e intarsi di reale.
ml
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Perché a distanza di un anno? Sono così svampita da averlo già pubblicato un anno fa?
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atmosfera inquietante e non si sa cosa augurare alla protagonista, se l’astensione dal mondo (che bella espressione hai usato!), quasi un’utopia questo (soprav)vivere a parte, o il ritorno in uno scenario che ha un che di apocalittico.
piaciuto (perfetta l’immagine a corredo)
ml
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Grazie massimo claudio augusto, mio critico di fiducia un buon pomeriggio caldo e fresco sulla tua speeeeedy bicyyyycletta
;-))
Eletta
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eheh, buon pomeriggio a te (guarda che ho un commento in moderazione da ieri sull’altro tuo blog)
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Grazie: saltellando da uno all’altro a volte perdo il senso 😉
Eletta
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Noi sicuramente prendiamo da certi scrittori piuttosto che da altri come spesso può capitare quando siamo in compagnia dei nostri amici viventi. La domanda è: Gli scrittori morti e i loro morti, come nel caso dell’ Antologia di Spoon River cosa mai prenderanno da noi, poveri scrittori e poveri mortali, cosa mai prenderanno da e di noi se ormai, buon per loro, riposano in pace?
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Tutto si macina nel grande mulino del tempo, prendiamo e diamo minuscoli frammenti continuamente. O così a me pare.
Grazie
Eletta
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Poco fa, dopo aver letto il tuo post e aver scritto i miei due commenti che sono strettamente collegati, sono andato di là e mentre mi infilavo le scarpe, guardando il mobile stile inglese nell’entra di casa, tra i vari libri ne ho preso uno: Il diario, di Franz Kafka, l’ho aperto a casaccio e ho trovato un piccolo racconto in cui dopo due parole è scritta la parola estate. L’inizio è alquanto straniate come sono tipici gli scritti di Kafka, poi ho dovuto smettere per uscire di casa.
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Sincronicità
:-))
Eletta
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L’inizio mi ha portato nella stanza ad assistere ai movimenti sgraziati e disperati di Gregor Samsa, suo malgrado, protagonista principale e secondario, de La metamorfosi di Franz Kafka..
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Ci sono mattine che ci sentiamo giù. Per fortuna rare. Ieri sera leggevo il diario di Sylvia Plath: pagine in cui sta accarezzando l’idea del suicidio. Forse mi ha influenzato nel testo non nel desiderio :-))
Eletta
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Rubai, in questa foto,
io che non avevo mai rubato,
l’immagine
di te,
marchiando a fuoco
i miei occhi,
senza dirtelo mai:
era ieri, anzi,
un’ora fa, o chissà
se sono passate
lune, stelle
e le nuove galassie del battito.
E senza stancarmi,
aspettavo che il tempo
dilatato,
significato di catene,
a centellinare
gli eterni minuti e secondi
delle impassibili
strade oscure,
passasse
rapito.
Quando non ti vedevo
pur trattandosi
del fango dei secoli
appena spuntava il soffio
del vento, spariva.
Sfioravi
come una piuma
i miei occhi incantati
Venivi fuori dal dorso
della prigione.
Era di fango e di sabbia.
E da sotto,
germogliando,
risvegliasti la terra,
la vita, tua natura.
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Meravigliosa poesia. Grazie di cuore. Non ho parole. Quindi sto muta e la rileggo.
Eletta
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