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La torta di mele 

Mia madre è stata ed è una casalinga perfetta. Da una vita cucina, lava, stira, tiene in ordine la casa. Mi stupisce sempre, quando vado a trovarla, vedere il suo straccio in cucina: è candido che più candido non si può. Uno straccio, non un canovaccio o un asciugamano. Se un capo mio o di mia figlia è macchiato irreparabilmente, non so come lei riesce a resuscitarlo alla precedente immacolatezza. Le sue tavole sono sempre apparecchiate con gusto. Tutto al suo posto, un ordine innaturale. 

Io non ho preso nulla da lei. Sarà la mia anima artistoide, sta di fatto che da me alberga il disordine. Gli stracci trattengono la polvere e si macchiano. Cucino, sì cucino anch’io ma non è il mio diletto primario. Ora ho preparato una semplice torta con le mele. E pensavo a quanto mi è costato: avrei preferito leggere o scrivere o impegnare il tempo in un lavoro grafico. Odio fare i mestieri. Ed era fortunato il tempo in cui potevo permettermi un aiuto, una colf. 

Ci sono donne che fanno volentieri il loro compito domestico. Suppongo appartenga a questa categoria la mia misteriosa vicina di sotto che sento canterellare. Secondo me canta mentre spolvera, pulisce, stira, lava e prepara la cena per suo marito ( suppongo sia suo marito ). Ho lasciato sul pianerottolo per lui un piccolo dono, un pensiero per il suo intervento provvidenziale quando non mi si chiudeva la porta. 

Stamattina ancora non si chiudeva bene: la chiave girava solo per due mandate invece che quattro. Così stasera ho un ospite che mi darà un’occhiata e un’altra spruzzatina. È per lui che ho preparato una torta di mele. Anche se non sono una casalinga perfetta so che una torta è come una carezza, questo l’ho imparato da mia madre che, quando allestisce il pranzo domenicale non dimentica mai di portare in tavola, alla fine, un dolce. 

Un grazie di cuore a mia madre per tutta la cura che ha avuto, e ancora ha, per la sua famiglia. Un grazie di cuore alle donne che riescono a fare questi importanti piccoli, ma essenziali, gesti quotidiani per i loro cari. È grazie a loro che tutto alla fine funziona. 

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Grigio silenzioso e immobile

Ci si sveglia la mattina in uno stato indefinito e nebbioso, latteo. Non si sa che strada prendere. Non si ha voglia di gettare sul lastricato inutili parole. Il ferro è già stato battuto, ma la barra non si è piegata. Le piaghe alle mani fanno male. Stanno i palmi inerti sul bordo, aperti. Bussa e ribussa alla porta che mai si apre. Il grido di Sileno frulla nella testa. Siamo come uccelli in gabbia. Come Sisifo trasportiamo inutili massi. 

Ci sono mattine che nulla ci chiama fuori alla luce. Spenta anche la fiammella interna. 

Ho terminato ieri, due giorni di febbrile lettura, ” Grottesco” di Patrick McGrath. Pur non essendo rinchiusa nel fossile del proprio corpo ( come il protagonista e voce narrante del libro ), a volte osservo quel che capita fuori come se fossi chiusa in un gabbiotto da cacciatore. Immobile e muta ad attendere un fruscio, un battito d’ali. 

Farò una doccia, mi metterò al collo, con tre serpentini giri, la sciarpa colorata e cercherò di tracciare percorsi turchesi macchiettando le macerie grigie. 

Il grigio è silenzioso e immobile. La sua immobilità, però, è diversa dalla quiete del verde, che è circondata e prodotta da colori attivi. Il grigio è l’immobilità senza speranza. 

Più diventa scuro, più si accentua la sua desolazione e cresce il suo senso di soffocamento. 

Se diventa più chiaro, è percorso invece da una trasparenza, da una possibilità di respiro che racchiudono una segreta speranza. 

Questo grigio è formato dalla mescolanza ottica di verde e rosso, cioè dalla mescolanza spirituale di una passività compiaciuta e di una fervida attività”.

Da: Wassily Kandinsky – Lo spirituale nell’arte 

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Fa sempre un certo effetto

Fa sempre un certo effetto sentire la vicina di sotto cantare. Mentre lo specchio del mondo cade in frantumi per sassi e macigni. Le hanno portato un mobile, o comunque qualcosa, considerato l’ingombro che ho dovuto scavalcare per salire le scale. A me fa effetto la sera, quando torno a casa dopo cena, vedere la loro finestra illuminata e scorgere una fetta di intimità che prima non c’era. L’appartamento sotto il mio è restato vuoto per tutto il tempo, più di venti anni, loro sono arrivati da pochi mesi. 

È sempre stato un enigma questo appartamento senza inquilini eppure così perfettamente arredato. Uno dei due ( o la fantasmatica sorella di lui ) veniva la mattina a tirar giù la tenda da sole e la sera per riavvolgerla. In realtà lei, non la sorella ma la moglie o compagna, era già apparsa sul grande terrazzo sotto il mio qualche estate, a prendere il sole. Non avevo capito che lei era lei, cioè la moglie o compagna di lui. Pensavo fosse un’ospite di passaggio. Una donna straniera in visita a cui concedevano l’agio di godersi qualche ora di sole. Ancora oggi non ho ben capito chi è e com’è. 

Non ho ancora capito perché questa coppia aveva un appartamento pronto e non abitato. Non ho capito se la sorella di lui ( che inizialmente pensavo fosse la moglie ) ha una gemella o se è sempre lei che si sdoppia. Per ora ho, un poco, messo più a fuoco lui: semplicemente perché lo incontro maggiormente sulle scale e a volte mi parla, mi chiede se danno fastidio i rumori dei lavori. In effetti è mesi che fanno lavori con derivato rumore. No, non mi danno fastidio. E poi, mentre il mondo va a rotoli, francamente a me piace sentire la vicina che pensavo fosse un’ospite straniera che canterella mentre, probabilmente, sistema le cose nella nuova credenza. E, qualche notte, mi piace sentire il loro letto che scricchiola. 

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Cucire la vendetta 

Non ancora aperte le imposte: che il tempo stia fuori con l’orologio che batte. Occorre cucire la vendetta. Confezionare la veste con temperato furore. Abbattere la dozzinale baldanza del cavaliere. 

Campane a festa. La luce si espande sulla coperta. 

La sera prima era uscita per un ridicolo abbaglio. L’uomo era così piccolo e non solo di statura. Aveva mani tremanti, lo osservava incalzandolo con domande. Poi, lo ascoltava con un sorriso taciturno. 

In ogni fuga si profilava l’impossibilità del sogno. Avrebbe solo desiderato ridere e sciogliere i capelli. Qualche nota di gaiezza oltre la torbida macchia. 

C’era una sorta di crudeltà compiaciuta nella sua sottile analisi. Il cuore non batteva. Nessun timore e tremore. Quando se ne andava per i vialetti tortuosi nessuno sapeva inseguirla. 

Camminava sbrogliando l’enigma. Provava piacere, odiava la calma piatta.