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Silenzio

Qui c’è silenzio. Un silenzio assoluto. Sento solo lo scalpiccio di lenti passi al piano di sopra e non posso fare a meno di pensare a quel film di Hitchcock di cui non ricordo il titolo. Ricordo solo che il marito aveva deciso di fare impazzire la moglie.
Qui non passano auto.
Non transitano aerei sulla testa.
C’è solo silenzio. Così leggere, come sto facendo ora, un bel libro, è davvero facile perché nessuno e nulla disturba.

La negoziante stasera ha detto che alle sei c’era la luna proprio dietro il monte. Mary mi ha detto di guardarla la luna.

Tornando a casa l’ho cercata per tutto il cielo, ma non c’era.

Nel contempo però c’erano i colori cupi e caldi dell’imbrunire boschivo.

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Finalmente a casa

Finalmente a casa – con le sparse cose rimaste appese e ammucchiate negli angoli con le ragnatele – ho lasciato le vette e la pesante presenza della sua costante assenza.

Una domanda sospesa sul divano ieri sera: – Ma, dimmi, della tristezza tu ti eri accorto?

Ci sono uomini che non vedono non sanno la morte che ha già ferito dentro, prima dell’ombra della sera. Prima della partenza definitiva quando l’anfora è ormai rotta a terra. E poi è inutile correre a comprare diamanti senza luce.

Occorre riempire ogni attimo di gratitudine quando una donna ti sta accanto morbida come una gatta.

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Onde lente

Vi è mai capitato di osservare un brusco cambiamento delle vostre onde quando arriva qualcuno che, senza volerlo con la sola presenza, vi innervosisce?

Qui al lago stamattina mi godo le mie onde lente. C’è solo il rumore dell’acqua. Il percorso è punteggiato da uccellini: fanno dei piccoli tratti come se pattinassero: velocissimi.

Questi momenti di silenzio solitudine e contemplazione sono quelli che preferisco. Sono calma e rilassata. Nulla e nessuno mi turba.

C’è solo pace.

“Trovo salutare restare solo per la maggior parte del tempo. Essere in compagnia, anche dei migliori, provoca subito noie e dispersioni. Amo restare solo”.

LIBRO: Henry D. Thoreau – Walden ovvero vita nei boschi

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Amore Attimi

Amore

Tornare e vedere il bruno corpo del mio amato con i possenti fianchi, la sua radiosa faccia di vecchio alpestre ruvida e forte. Tornare e scorgere la sagoma che svetta dietro la curva dopo i tanti tornanti e sentire il tuffo al cuore. Così com’era dalla prima volta e ancor più oggi. Sapere che questo è amore, amore vero.

Quanto mi sei mancato giù: lontano. Quanto mi è mancato il tuo maschio abbraccio. Quanto mi è mancato il tuo silenzioso sorvegliare le mie notti. Il tuo sguardo perenne.

Per questo ho deciso di sceglierti per una sacra unione. Per questo io vivrò a te accanto. Per sempre. Monte.

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Mi piace

Mi piace la mattina sentire fischiettare. Mio nonno fischiettava sempre: quando cambiava la gomma alla bicicletta, quando aggiustava un pezzo o un mobile, quando era con le mani intento a fare qualcosa: cioè sempre.

Anche mio padre fischiettava. Il loro flebile fischio ha accompagnato la mia infanzia. Come ora gli uccellini che si posano sul terrazzo. Suoni dolci leggeri piacevoli.

Qui fischiettano i miei vicini. Sono tre fratelli e sono sempre indaffarati, tranne l’africano che si gode il sole. Ha una voce bassa di contrabbasso. Sta seduto e parla di Africa e di pepite d’oro.

Il mio compagno non fischietta. Io ogni tanto, quando cammino lungo i sentieri ma, come diceva sempre mio padre, io sono nata rovesciata: così fischietto non emettendo il fiato ma inspirando.

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Grazie al commento di Valeria ecco la poesia in tema

Pierluigi Cappello

Gerico

È raro sentire cantare in strada
molto più raro sentire fischiare
o fischiettare
se qualcuno lo fa
l’aria sembra fargli spazio
ti sembra che un refolo muova
la flora dei tuoi pensieri
ti metta dove prima non eri;
ma come passa chi fischia
la noia stende le vertebre al sole
e tu rientri dov’eri
dietro il douglas dei serramenti
dentro il livore
degli appartamenti
al tango delle dita sul tavolo ti chiedi
da quali trombe scosse
scrollate le mura
per quali brecce potremo vedere
– fresca –
come un sogno appena sbucciato
la terra che calpesteremo, allegri.

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Osavo

Con lui osavo essere bambina e giocare inventare creare.

Mi è venuto in mente qui in spiaggia accanto al mormorio delle acque del rivo. Ho visto la struttura della tenda e subito ho ricordato.

Andavamo spesso nello stesso luogo a fare un pic nic. C’era un tavolo di legno su cui lui aveva inciso le nostre iniziali. Lì pranzavamo dopo aver letto e disegnato. Il problema era il dopo pranzo: io ho bisogno di riposare un po’. La panca non era proprio un sofà. Per questo mi sono man mano organizzata. Lenzuola vecchie e scolorite, mollette da bucato, corda, forbici.

Il primo giorno che ho messo in atto il mio piano, prima di pranzo ho cercato dei lunghi rami o piccoli e snelli tronchi nel bosco e li ho accatastati vicino al tavolo. Lui non capiva, ma mi lasciava fare. – Vedrai – dicevo.

Poi ho preso dal baule della sua verde macchina il resto. Ho legato con lo spago i tronchi e rami fino a creare lo scheletro, la struttura, su cui poi ho posto le lenzuola fissando con mollette le giunture. Ho lasciato un varco per entrare nella tenda. Sotto, un materassino morbido.

Da quel giorno dopo pranzo entravamo nella tenda a dormire o fare l’amore. Le lenzuola verdi rosse e blu colpite dal sole creavano una luce soffusa da favola.

P.s. A casa dovrei avere un’immagine fotografica della nostra piccola tenda d’amore. La metterò.

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Scampanellio

Stamattina alle sette sono stata svegliata dallo scampanellio delle mucche che, passando sotto la mia finestra, salivano con il Vichingo al pascolo.

È la prima volta in vita che vengo svegliata da questo suono: l’ho trovato veramente piacevole. A casa in città normalmente vengo svegliata dal rombo degli aerei e trovo questo suono veramente spiacevole. La mia casa cittadina è sulla rotta delle partenze estive aeree, ahimè. Se mi metto in terrazza ne vedo decollare uno ogni secondo.

E pensare che tempo fa ci ero anch’io a passare sulle teste per lidi lontani. Vacanze esotiche in villaggi e alberghi superlusso: mi sono generalmente annoiata.

Qui non c’è nulla di esotico e molto di naturale. Semplice e naturale. Compresa la colazione che mi guadagno salendo a piedi sulla stradina che mi porta in cima. Brioche calda e nuvole e cielo blu. Chissà perché qui non mi annoio mai.

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Straccetti


Sì, sto traslocando. Attività nei primi posti tra quelle più stressanti. Infatti.

Comunque un lato positivo del trasloco c’è: consiste nel buttare. 

Buttare cestinare rompere spaccare stracciare sminuzzare eliminare. 

Inutili soprammobili tende cuscini lettere fotografie taccuini libri piatti vestiti scarpe…

Tutto dei miei centoquaranta metri di appartamento passa sotto i miei occhi laser. Quando sono stanca, molto stanca – perché occorre anche spostare inscatolare trascinare – mi siedo per dedicarmi ai fogli. In questo periodo ho trovato tracce dei primissimi amori e dei postumi. Calligrafie diverse penne nere e blu inchiostro di stilografica e di bic. Quando prendo in mano il reperto non capisco subito: allora leggo e capisco. Ricordo il momento la persona il perché della traccia epistolare. Chi ero e lui chi era. Come eravamo. Cosa facevamo. In quale fase ero.

Poi straccio. La lettera è ridotta uno straccetto che si accumula su altri straccetti fino a fare un mucchio. Avrei potuto tenerli tutti questi straccetti e sedermicisi sopra: per una performance alla Marina Abramovic.

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Piove nero


Piove stamattina e tutto è buio. Il signore dorme nella stanza e nell’altra il fedele cane. Avrei bisogno di molta luce e sole per scaldarmi pelle e cuore. In questa fase della vita mi è chiesto un salto e io non so. Temeraria e folle lo sono stata. Ora mi sento priva di armi e voli. Un poco piccola come le bimbe da tener per mano evitando i pericoli. Un poco dubitante e incerta sui passi da fare come un funambolo. Vorrei solo saltare questi mesi e trovarmi al di là della linea tracciata col gesso per terra. È sempre stata l’attesa a logorarmi più dell’evento. Il non sapere l’approdo. Nessun faro. O sponda.

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Piove

Piove.

S’aprono le porte e le portiere e ci si scarrozza caracollando verso scure nubi. Più nell’anima che fuori.

Piove.

Soprabiti lucidi impermeabili stivali lustrati da ardite guizzanti gocce. Tutti i colori saturi squillano sullo sfondo plumbeo. Ogni colore risalta sul nero che inghiotte.

Piove.

Si bevono calde bevande. Si leggono i quotidiani. Dacci signore il nostro pane quotidiano. Non sono previste variazioni. Tutto stagnante. Limaccioso. Fermo. In lenta decomposizione.

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Rovinose chiacchiere

Nel soave tintinnio del caffè offerto dal parrucchiere vedo entrare una giovane femmina dai lunghi capelli. Scuote l’irsuta nera criniera prima di sedersi allo specchio. Dopo questa mossa d’esordio, dopo l’entrata estetica, riesce a rapinare il mio interesse con le rovinose chiacchiere. Non tace mai. Eppure bene farebbe.

Parla mentre la parrucchiera le lava la testa e continua a parlare seduta alla postazione uno, io sono alla tre. Parla del suo uomo. Si gingilla con gli attributi, le prestazioni, le qualità insuperabili dell’incredibile magnifico maschio che la benevole sorte le ha fatto incontrare.

Bello biondo alto muscoloso atletico simpatico disponibile affettuoso e meraviglioso anche con i bimbetti. “Non ha un difetto, non gliene riesco a trovare uno” – dice con gli occhi cerulei spalancati, lei stessa incredula della fortuna caduta dal cielo.

Nel torrente verbale pesco qualche frase e vorrei dirle: – Taci. Stai zitta. Non sai che devi proteggere la coppia tacendo e non dicendo? Non hai ancora imparato che occorre proteggere la bolla d’amore che vi lega dalle unghie delle arpie? Dalle beccate furiose di civette e dagli artigli dei gufi?

Perché esponi il tuo privato infinitamente fragile in un luogo zeppo di fon e pettini e forcine? Non comprendi che non si espone la vischiosa dolcezza all’assalto delle mosche?

Ma la femmina continua ad esporre i propri panni ad alta voce senza capire. Senza capire. Nello squallido disordine delle clienti che non accolgono bonariamente l’inattesa allegria di una donna finalmente innamorata. Sguardi obliqui pieni di invidia. Verdi e sghembi.

Quando la parrucchiera prende una testina di polistirolo bianca per spostarla, sento la cliente alla mia destra che mormora: – Passala a me, potrebbe servirmi per un rito Vudù.

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Dopo

Stamattina ho lasciato gli insulsi dibattiti: mosca ronzante in un barattolo. Sono volata via.

C’è un muto palpito nella casa chiusa, una sommessa carezza quieta che mi accoglie. Sto bene sola dopo una settimana di picchi e vertiginose discese. Su e giù. La superbamente intollerabile altalena di un uomo senza centro.

La neve si sta ritirando come una veste bianca sulle morbide cosce. Ho appeso dei fiori e il basilico in terrazza. E mi sono distesa ad assorbire il sole e il cielo turchese mentre sorseggiavo un aperitivo arancione nel reverente silenzio.

Nello spazio vuoto risplende la mia essenza. Crescerà l’erba del tempo.

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Rosso violaceo

Nella cinerea notte il dottore rilevava la pressione bassa: mi sentivo così stanca. Non pareva veramente gentile e interessato alla cura. Così coltivavo il mio umile stato morboso con un’arresa statica. Mi bastava restare distesa per non avere precipizi e giravolte. Come nel sonno o nelle morte. Orizzontale invece che verticale con i rami verso il cielo. Le radici avevano bisogno del letargo invernale.

Solo dopo, scostata la tenda rosso violacea di chiara seta avrei affrontato la luce del mattino, ri ge ne ra ta.

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Orgoglio e precipizio

16052013-diario

“Orgoglio e precipizio” è il titolo della rassegna stampa che preferisco in questo giorno post voto. Mi piace linguisticamente, per risonanze e significati.

L’orgoglio è un difetto che toglie, crea danno, non è funzionale. Io stessa a volte ne soffro. Tutti noi prima o poi ne soffriamo. Arroccarsi non serve, bisognerebbe sapersi inchinare fino a terra giacché la flessibilità appartiene al giunco che serve per fare impalcature indistruttibili. Invece la rigidità del materiale – apparentemente forte – si spezza al primo colpo tellurico.

Saper chiedere scusa quando si sbaglia appartiene alla persona forte. Il debole fugge si nasconde fa piccole ripicche ridicole trama alle spalle. Non vede e non accetta il proprio errore.

Orgoglio e pregiudizio chiudono le porte alle possibilità e portano al precipizio.

( Immagine grafica dell’autrice )

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Racconto d’ombra

Fare anche solo un piccolo movimento, voltare la testa, ruotarla in su. Fanghi e sabbie, rami e radici ti trattengono giù sul fondo buio. Non c’è neppure un filo di luce che entra a ferirti. Fuori c’è un sole invadente prepotente accecante. La luce del sole è cambiata: fingono di non accorgersi: ma tutti sanno che è cambiata. Così nella zona sotterranea luce non c’era. Doveva decidere. Il tempo passava e doveva prendere una decisione. Il fango e le sabbie del fondo nella bocca, negli occhi o ascendere. Le mani del sogno, quelle due auto così legate, l’avrebbero voluta trattenere giù. Senza sole e ore. Senza parole. Senza i riti e i vestiti.

All’alba aveva avuto nausea. Si era trascinata in bagno. Sentiva nel corpo un’oscillazione e un tremito. Poi aveva avvolto il corpo nel caldo ed era nuovamente scivolata nel nulla.

Di nulla avrebbe voluto morire o vivere: in quello stato muto e fermo che hanno gli insetti. Fingersi morta. Abbandonare il mondo. Che era il suo mondo giacché era lei a viverlo. La sua astensione dal mondo, dal suo mondo, non avrebbe provocato grandi movimenti. Tutto si sarebbe serrato come un coperchio: velocemente.

Sapeva che era solo questione di un attimo. Reagire a questo torpore. Un solo gesto avrebbe azionato il meccanismo in un certo senso e la macchina avrebbe prodotto un lungo nastro arancione. Quel nastro l’avrebbe trascinata a fare cose, altre cose. Come i pezzi del domino quando si accasciano. Un movimento per contaminazione di un altro movimento. Non altro.

Non aveva più molta voglia di farsi portare dal nastro e di fare cose. Nella zona d’ombra avrebbe lasciato ogni movimento del corpo e della mente. Si sarebbe avvicinata all’immobilità del sasso. Nulla fare. Nulla desiderare. Nulla pensare. Lasciarsi morire.

Nella stanza buia, tanto più buia quanto più forte batteva fuori il sole, decise di provare a muovere una mano e sollevare il braccio.

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Neve

L’alba intorpidita si disfa nella bianca scrittura della neve.

Il silenzio avvolge ogni cosa.

Godo le ore di solitudine tacita prima delle acute note.

La finestra è un quadro pieno di luminosi punti.

Il piano nevoso ha coperto ogni increspatura.

La mente tace.

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Dentro e fuori dalla linea di confine 

Nel cammino capita di ri-trovare luoghi dove gli incroci ti hanno portato un tempo. Eri lí, eri lí. Vedi il magnifico cancello di ferro battuto, intravvedi il magnifico parco con l’arco verde e lo sfondo azzurro del lago e sai che in un segmento della tua vita potevi essere dentro: padrona e signora.

Capita talvolta, per una giravolta del Fato, di essere o di qui o di là della linea di confine. Può essere un muro o una cancellata, un recinto di alte siepi che protegge la proprietà. Per un gesto di dadi gettati sei improvvisamente o dentro o fuori. La bellezza e stranezza del gioco fatale è non sapere mai, in anticipo, dove veramente saresti stata felice.

Cammini e sfiori con gli occhi i luoghi: sai che un tempo sei stata dentro, dentro il confine, nello spazio della Signoria. Eri una domina che dominava il parco, la piscina, il tennis. Ora sei fuori, cammini lentamente con uno zaino in spalle. Forse più libera e più felice.

Non è detto che stare dentro ti abbia donato pace, solo un effimero senso di potere. Il potere di chi sta nel recinto e può guardare quelli che camminano fuori con lo zaino in spalla. Il prezzo è la clausura nelle cento stanze a piangere lacrime amare.

Solo questi salti di prospettiva ti pacificano. Ormai sai che non è l’altezza e l’ubicazione della dimora a renderti felice. Puoi avere il parco con la darsena privata e il giardiniere e sentire il vuoto che ti appanna gli occhi. Puoi non possedere nulla ed essere in profonda pace per quel poco che vedi, e non possiedi, con gli occhi limpidi.

Quando la clessidra si rovescia, quel che scorre – da una parte o dall’altra – è solo finissima impalpabile sabbia.

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Babbo Natale

Tutti prima o poi, dobbiamo lasciare alle spalle il mondo magico delle fiabe e delle favole: la vita ci toglie i filtri colorati della fantasia e i soufleé di cuscini per farci fare i conti con la piatta realtà. Non esistono principi e principesse, sirene e draghi, orchi e fate, gnomi e ondine.

Ma non bisogna sottovalutare la potenza del caso nel generare mostri.

Prima o poi ogni piccolo bimbo deve distaccarsi dalla bella favola di Babbo Natale che porta i doni sulla slitta trainata dalle renne nella notte santa.

A che età questo avviene? Dipende. Dipende dal gruppo familiare e amicale, ormai anche dal web vista l’assidua frequentazione degli infanti che ormai succhiano uno schermo invece dell’obsoleto ciuccio. Comunque diciamo che verso i dieci anni è difficile trovare un fanciullo che creda ancora all’esistenza di Babbo Natale.

Questa premessa è necessaria per raccontarvi cosa mi è accaduto anni fa: stenterei a crederci se non fosse capitato a me.

Ero in montagna con il mio compagno di allora e suo figlio diciottenne. Era dicembre, c’era la neve e tutta l’atmosfera luccicante e viva di effervescenza zuccherina. Non ricordo quale conversazione stavamo facendo a tavola… mi pare riguardasse un fatto incredibile raccontato da un nostro conoscente e a cui era davvero difficile credere, fatto sta che a un certo punto ho esclamato:

– Ma insomma è come credere che esiste Babbo Natale!

È allora che è capitolato tutto, come una improvvisa frana di sfere di cristallo, di scaglie di ghiaccio cadute dal soffitto e piovute sul tavolo. Gelo. Il ragazzo, il figlio del mio compagno alto un metro e ottanta, mi ha guardata con gli occhi cerulei sbarrati e ha detto:

– Ma cosa stai dicendo?

– Ho detto che questa cosa è improponibile come dire che esiste Babbo Natale. Perché?

Il ragazzo ha stretto gli occhi e mi ha chiesto, balbettando e con i lucciconi agli occhi:

– Perché non esiste?

Non ho mai provato in vita mia un imbarazzo simile. Mi stava prendendo in giro? No: il suo viso era tirato e bellicoso. Irato per quello che avevo osato dire.

Incredula mormorai:

– Stai scherzando Igor? Non crederai che esiste davvero.

La sua risposta mi prese in pieno viso come un ceffone:

– Sei una strega.

Così mi ha detto: che ero una strega. Aveva la testa china e piangeva.

– Hai rovinato tutto.

Ho guardato il mio compagno per avere una plausibile spiegazione. Suo figlio era assolutamente normale giocava a pallavolo e studiava, limonava con le ragazze e leggeva. Che caspita stava succedendo?

Aveva diciottanni perdinci. Il mio compagno mi ha fatto segno di tacere. Non sapevo se ridere o andarmene. Lasciarli lì al tavolo con le loro anacronistiche favole e volare via a cavallo della mia scopa.

Naturalmente ero irritata ma anche spaventata: stavo con un pazzo che aveva un figlio più pazzo di lui e non me ne ero accorta?

Dopo cena il fanciullo andava al pub a bere una birra con gli amici e noi tornavamo a casa. Così dopo cena chiesi spiegazione al mio compagno. Quello che disse era ancor più spaventoso: mi spiegò che lui e la madre lo avevano cresciuto parlandogli di queste magiche creature e che io gli avevo infranto un sogno. Che così come credeva alla esistenza delle ondine nell’acqua ( ? ) così credeva a Babbo Natale.

Rimasi a bocca aperta. Ondine? Donne fate streghe arpie sirene. Maghi gnomi spiriti fantasmi orchi. Ore della sera fanciulle in veli grigi… fate turchine che svaporano nella nebbia… dorate dee che spargono polvere sul sonno d’oppio… fiori parlanti e grilli danzanti…

La strega aveva spezzato di netto il calco dell’abitudine. Io affioravo come una bolla dal fondo di una bottiglia. Avevo bisogno di uscire dall’incubo.

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L’altra me

Camminando sotto il portico, mentre oggi andavo dal parrucchiere, ho visto me com’ero, esattamente in quel rettangolo di portico una decina di anni fa: ero vestita con un abito nero e giacca con fibbie argentate. Ridevo. Camminavo con i tacchi e con una certa baldanza, ero con un’amica e scherzavamo. Come ero diversa. Nè migliore nè peggiore: diversa. Un’altra me.

Ero galvanizzata. Perché ero innamorata. Mi ha colpito proprio questo, rivedendomi com’ero: che ero così sposata e così innamorata. Non di mio marito.

Sebbene ora io sia sempre più convinta dell’idea che si possa essere innamorata di un marito, amare il proprio compagno con vera passione, io allora non lo ero. Ero presa da un altro uomo. Ero completamente rincretinita e stavo vivendo una seconda fanciullezza.

Quando ho incontrato l’altra me oggi, quando le sono passata accanto e ho sentito le sue leggere risate ho pensato che era proprio un’altra donna quella che vedevo. Francamente un po’ l’ho anche invidiata perché come scrivevo oggi in un altro luogo: la passione è vivificante e ora mi manca la sua irrazionale folle vivacità.

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Caffè 

Troppo stanca per alimentare con elaborati concetti il cervello, ripose gli occhi sulla prima pagina del primo racconto del primo libro preso a caso nel mucchio disordinato. 

Era 102 Racconti zen di Richard Brautigan.La prima pagina era stata stracciata probabilmente perché foriera di dedica non più gradita.

Poi, dopo la pagina bianca dedicata al titolo, il primo racconto.

Lesse le prime righe: ” 

“A volte la vita è solo una questione di caffé, e del grado di intimità che può concedere una tazza di caffé”. 

Non aveva capito se era uno scherzo una proiezione della sua mente malata così rilesse la frase. No, diceva proprio così:
 ” A volte la vita è solo una questione di caffè, e del grado di intimità che può concedere una tazza di caffé”.
Già se n’era resa conto, l’aveva intuito, ne era persuasa, prima che quella persona la respingesse all’angolo remoto allontanandola dal grado d’intimità che può concedere una tazza di caffè. Seduti vicini davanti alla tazzina fumante, oppure distanti. Ciascuno a sorbire per conto proprio. 

Caffè. 

Quando apriva un pacchetto nuovo di caffè tagliandone il bordo superiore con le forbici stava col naso dentro, ci si tuffava come in una tinozza, a riempirsi i sensi di aroma fino allo stordimento. Lei “si faceva di odore di caffè”.

Il caffè era la sua droga. La sveglia del mattino l’uscita dallo stato di alfa dalle onde lente dalla lanuginosa ovattata inconsistenza e incoscienza mattutina. Doveva farsi di caffè prima di riprendere un ritmo stabile ragionare riflettere programmare pensare associare stabilire connettere e ammettere chiunque alla sua presenza.