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Luoghi

Ieri

Ieri, scendendo a valle, guardavo il panorama: incantevole. Le nuvole basse tagliavano il fianco dei monti coperti di boschi policromi. Tutti i colori erano bassi e densi: ocra, terra di Siena, arancione, rosso sangue di bue e rubino, con spruzzate di giallo canarino e limone. Una sinfonia di colori ben armonizzati. Il velo bianco delle nuvole spartiva in un sopra e sotto che aumentava la partitura di note e andamenti.

Ho riempito gli occhi di questa bellezza per la mezz’ora della discesa in Valle.

Poi dopo il viaggio in autostrada siamo entrati in città. E tutto, per me, era disarmonico e disordinato. Era finita l’estetica.

Naturalmente è il mio sguardo. So che c’è chi ama stare in città. A me non piace proprio: il traffico, il grigio cemento dominante, i palazzetti e palazzoni venuti su come funghi.

Non so chi ha proposto di non costruire più nel nostro Bel Paese, riutilizzando e ripristinando l’esistente. Sono pienamente d’accordo. Non abbiamo già riempito troppo, soffocando verde e fiumi?

Poi si corre ai ripari facendo giardini pensili come a Babilonia sui tetti e balconi dei grattacieli. Meglio che niente. Ma perché non salviamo i giardini e i campi invece di continuare a buttare cemento per inutili Centri Commerciali?

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Attimi

Domani

Domani compirò un po’ di anni.
Quanti anni?
Un bel po’ di anni.
Anni di cui non ricordo esattamente la data.

Ricordo le fasi.

Le fasi della mia vita sono legate a persone.

“DONNE CHE AMANO TROPPO”.
È un libro importante per donne che amano troppo.

Mia madre dice sempre: che gli uomini io li vado a cercare col lanternino. E li trovo così.

Ultimamente mi sono chiesta seriamente se ho mai veramente amato. Francamente ancora non so.

Comunque la mia vita è legata alle fasi e le fasi sono legate a uomini.

Così mi oriento nella mia striscia storica. Poi è solo nebbia o nebulosa.

La fase che ero con B. che ora è morto.

La fase che avevo il Maestro che mi amava. Ma non mi chiamavo Margherita.

La fase che ero con un fotografo.

La fase che ho trovato un uomo che è diventato mio marito.

La fase che mi sono invaghita contemporaneamente di due uomini che si sono innamorati di me.

La fase che mi sono separata per uno di questi.

La fase che tutto è andato a scatafascio e sono uscita con tremila.

La fase che ho incontrato l’orco.

In tutte queste fasi che mi servono a capire quanti anni avevo dove ero e come vivevo, la fase che più mi illumina il percorso e rimane come una stella cometa è stata la maternità e la nascita di mia figlia. Una bellissima e brava ragazza che amo, senza alcun dubbio.

In tutto questo cammino che ho alle spalle tutto mi è servito.

A tutto sono grata.

Tutti i frammenti del vortice mi hanno portato qui nella mia nuova casa dove da sola decido come vivere il mio tempo.

Senza più boe/uomini a segnare la tappa.

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Luoghi

Da ieri

Da ieri sono residente in una nuova provincia e regione.

Da ieri appartengo a una piccola comunità. Con tutti i pregi e limiti.

Sono molto osservata: occhi invisibili che mi guardano.

Se esco, con chi esco, dove vado, come sono.

Occorre entrare in punta di piedi in una piccola comunità. Non urtare, imparare le regole base, mai scritte.

Quasi tutti finora sono stati gentili. Si passa dal lei al tu. E l’ortolano mi fa un buon prezzo e la negoziante mi dà i bollini per la raccolta punti.

Certi gruppi cercano di accappararmi. Mi viene consigliato di fare l’abbonamento per gli impianti sciistici e ho un foglio per parcheggiare dove voglio. Tante pratiche burocratiche da fare.

Come Henry David Thoreau ( quello di Walden ovvero Vita nei boschi ) sono felice di aver fatto questa radicale scelta.

Il medico che ho conosciuto ieri mi ha guardato e chiesto:

– Come mai questa scelta?

– Mi piace il silenzio.

– Ma sa cosa vuol dire vivere qui in pieno inverno?

– Sì. Lo so.

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Attimi Psiche

Leggere libri e vita

Il ragno dalle lunghe zampe era sgattaiolato sotto il divano meno Roberto sistemava lo stereo. Avevo lanciato un urlo.
– Anche mia figlia non sopporta i ragni – aveva detto Roberto.

L’elettricista si era portato via il corpo dello stereo senza casse come un tronco senza rami.
Venerdì sarebbe tornato per l’impianto satellitare.

Lei aveva fatto un accenno a Thoreau e alla sua vita nei boschi. Il libro stava con tutti i fratelli nella libreria. Non sarebbe bastata a contenerli tutti. Non li aveva mai contati. Li avrebbe messi per terra a formare alte torri. Piano piano sarebbero arrivati i sopravvissuti alla strage dei quattrocento che aveva regalato.

Che te ne fai di tanti libri?

Li leggo. Li accarezzo. Li guardo. Li consulto. Li rileggo. Li amo.

Imparo. Dai libri imparo. Non da tutti. Ovviamente. Ma da molti sì.
Così come imparo dagli incontri. Dai fatti. Dagli avvenimenti estremi.

Ci sono persone che non imparano mai. Non leggono mai: pagine di vita o pagine scritte. Non riflettono. Non modificano comportamenti errati perché non hanno coscienza di cosa sia errato – di cosa sia giusto.
Non pensano. Mancano di logica e previsione: se mi comporto così ottengo questo risultato.

Sono persone che non maturano perché non hanno radici e linfa. Si accontentano di sopravvivere invece che di vivere.
Ci sono persone che non hanno mai letto un libro ma leggono la vita e i segni. Leggono la fatica e il sorriso. Sanno farsi ponti flessibili. Ti guardano e ti vedono. Hanno mani calde che accarezzano.

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Attimi

I capelli sugli occhi

Appoggiato al muro e il mio corpo aderente. Le mani i capelli bianchi folti sugli occhi.
– Non tagliarli gli avevo detto.
L’odore la giacca di Burberry il maglione caldo la camicia scanzonata il sapore di sigaretta.
Gli occhi mai trasparenti con un perenne velo opaco di vecchiaia, non coerente con il corpo snello e alto di ragazzo.
L’avrei sognato con un gatto giallo d’urina e incapace di pulirlo.

Si arrivava nel cortile con la ghiaia. Di fianco alla casa le starnazzanti oche. Lui andava e veniva da un locale all’altro. Incapace di fermare le ossute membra. Io ballavo sola sotto la volta di mattoni mentre dava il cibo a Otto: dagli occhi languidi e ispido pelo.

Ho amato stare là nello spazio tra la libreria con pochi e scontati libri e il letto con il pigiama di flanella sotto il cuscino. Sudato di azzurro insipido. Penetrava con il suo arnese di candela bianca con ripetuti colpi senza pathos. Meccanicamente. Non chiedeva. Non gli importava. Stava nella nuvola densa del suo passato che gli appannava gli occhi. La moglie era lì sul letto con il suo miglior amico un giorno che lui era tornato prima. Dopo era partito. A farsi di coca in Spagna. Una casetta sul mare. Sangria e coca. Oblio e disperazione.
Le lunghe mani tra i capelli a togliere il ciuffo che sempre scendeva sugli occhi. 

Gabriele: eterno bambino piagnucoloso curvo sul proprio Sè ferito.
– Fermati a dormire – mi chiedeva ogni volta che la notte arrivava.
Preferivo andare, toglievo la macchina dai sassi bianchi costeggiavo il lago e me ne andavo.

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Attimi

Silenzio

Qui c’è silenzio. Un silenzio assoluto. Sento solo lo scalpiccio di lenti passi al piano di sopra e non posso fare a meno di pensare a quel film di Hitchcock di cui non ricordo il titolo. Ricordo solo che il marito aveva deciso di fare impazzire la moglie.
Qui non passano auto.
Non transitano aerei sulla testa.
C’è solo silenzio. Così leggere, come sto facendo ora, un bel libro, è davvero facile perché nessuno e nulla disturba.

La negoziante stasera ha detto che alle sei c’era la luna proprio dietro il monte. Mary mi ha detto di guardarla la luna.

Tornando a casa l’ho cercata per tutto il cielo, ma non c’era.

Nel contempo però c’erano i colori cupi e caldi dell’imbrunire boschivo.

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Attimi

Finalmente a casa

Finalmente a casa – con le sparse cose rimaste appese e ammucchiate negli angoli con le ragnatele – ho lasciato le vette e la pesante presenza della sua costante assenza.

Una domanda sospesa sul divano ieri sera: – Ma, dimmi, della tristezza tu ti eri accorto?

Ci sono uomini che non vedono non sanno la morte che ha già ferito dentro, prima dell’ombra della sera. Prima della partenza definitiva quando l’anfora è ormai rotta a terra. E poi è inutile correre a comprare diamanti senza luce.

Occorre riempire ogni attimo di gratitudine quando una donna ti sta accanto morbida come una gatta.

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Attimi

Onde lente

Vi è mai capitato di osservare un brusco cambiamento delle vostre onde quando arriva qualcuno che, senza volerlo con la sola presenza, vi innervosisce?

Qui al lago stamattina mi godo le mie onde lente. C’è solo il rumore dell’acqua. Il percorso è punteggiato da uccellini: fanno dei piccoli tratti come se pattinassero: velocissimi.

Questi momenti di silenzio solitudine e contemplazione sono quelli che preferisco. Sono calma e rilassata. Nulla e nessuno mi turba.

C’è solo pace.

“Trovo salutare restare solo per la maggior parte del tempo. Essere in compagnia, anche dei migliori, provoca subito noie e dispersioni. Amo restare solo”.

LIBRO: Henry D. Thoreau – Walden ovvero vita nei boschi

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Amore Attimi

Amore

Tornare e vedere il bruno corpo del mio amato con i possenti fianchi, la sua radiosa faccia di vecchio alpestre ruvida e forte. Tornare e scorgere la sagoma che svetta dietro la curva dopo i tanti tornanti e sentire il tuffo al cuore. Così com’era dalla prima volta e ancor più oggi. Sapere che questo è amore, amore vero.

Quanto mi sei mancato giù: lontano. Quanto mi è mancato il tuo maschio abbraccio. Quanto mi è mancato il tuo silenzioso sorvegliare le mie notti. Il tuo sguardo perenne.

Per questo ho deciso di sceglierti per una sacra unione. Per questo io vivrò a te accanto. Per sempre. Monte.

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Attimi

Mi piace

Mi piace la mattina sentire fischiettare. Mio nonno fischiettava sempre: quando cambiava la gomma alla bicicletta, quando aggiustava un pezzo o un mobile, quando era con le mani intento a fare qualcosa: cioè sempre.

Anche mio padre fischiettava. Il loro flebile fischio ha accompagnato la mia infanzia. Come ora gli uccellini che si posano sul terrazzo. Suoni dolci leggeri piacevoli.

Qui fischiettano i miei vicini. Sono tre fratelli e sono sempre indaffarati, tranne l’africano che si gode il sole. Ha una voce bassa di contrabbasso. Sta seduto e parla di Africa e di pepite d’oro.

Il mio compagno non fischietta. Io ogni tanto, quando cammino lungo i sentieri ma, come diceva sempre mio padre, io sono nata rovesciata: così fischietto non emettendo il fiato ma inspirando.

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Grazie al commento di Valeria ecco la poesia in tema

Pierluigi Cappello

Gerico

È raro sentire cantare in strada
molto più raro sentire fischiare
o fischiettare
se qualcuno lo fa
l’aria sembra fargli spazio
ti sembra che un refolo muova
la flora dei tuoi pensieri
ti metta dove prima non eri;
ma come passa chi fischia
la noia stende le vertebre al sole
e tu rientri dov’eri
dietro il douglas dei serramenti
dentro il livore
degli appartamenti
al tango delle dita sul tavolo ti chiedi
da quali trombe scosse
scrollate le mura
per quali brecce potremo vedere
– fresca –
come un sogno appena sbucciato
la terra che calpesteremo, allegri.

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Attimi

Osavo

Con lui osavo essere bambina e giocare inventare creare.

Mi è venuto in mente qui in spiaggia accanto al mormorio delle acque del rivo. Ho visto la struttura della tenda e subito ho ricordato.

Andavamo spesso nello stesso luogo a fare un pic nic. C’era un tavolo di legno su cui lui aveva inciso le nostre iniziali. Lì pranzavamo dopo aver letto e disegnato. Il problema era il dopo pranzo: io ho bisogno di riposare un po’. La panca non era proprio un sofà. Per questo mi sono man mano organizzata. Lenzuola vecchie e scolorite, mollette da bucato, corda, forbici.

Il primo giorno che ho messo in atto il mio piano, prima di pranzo ho cercato dei lunghi rami o piccoli e snelli tronchi nel bosco e li ho accatastati vicino al tavolo. Lui non capiva, ma mi lasciava fare. – Vedrai – dicevo.

Poi ho preso dal baule della sua verde macchina il resto. Ho legato con lo spago i tronchi e rami fino a creare lo scheletro, la struttura, su cui poi ho posto le lenzuola fissando con mollette le giunture. Ho lasciato un varco per entrare nella tenda. Sotto, un materassino morbido.

Da quel giorno dopo pranzo entravamo nella tenda a dormire o fare l’amore. Le lenzuola verdi rosse e blu colpite dal sole creavano una luce soffusa da favola.

P.s. A casa dovrei avere un’immagine fotografica della nostra piccola tenda d’amore. La metterò.

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Scampanellio

Stamattina alle sette sono stata svegliata dallo scampanellio delle mucche che, passando sotto la mia finestra, salivano con il Vichingo al pascolo.

È la prima volta in vita che vengo svegliata da questo suono: l’ho trovato veramente piacevole. A casa in città normalmente vengo svegliata dal rombo degli aerei e trovo questo suono veramente spiacevole. La mia casa cittadina è sulla rotta delle partenze estive aeree, ahimè. Se mi metto in terrazza ne vedo decollare uno ogni secondo.

E pensare che tempo fa ci ero anch’io a passare sulle teste per lidi lontani. Vacanze esotiche in villaggi e alberghi superlusso: mi sono generalmente annoiata.

Qui non c’è nulla di esotico e molto di naturale. Semplice e naturale. Compresa la colazione che mi guadagno salendo a piedi sulla stradina che mi porta in cima. Brioche calda e nuvole e cielo blu. Chissà perché qui non mi annoio mai.

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Attimi

Straccetti


Sì, sto traslocando. Attività nei primi posti tra quelle più stressanti. Infatti.

Comunque un lato positivo del trasloco c’è: consiste nel buttare. 

Buttare cestinare rompere spaccare stracciare sminuzzare eliminare. 

Inutili soprammobili tende cuscini lettere fotografie taccuini libri piatti vestiti scarpe…

Tutto dei miei centoquaranta metri di appartamento passa sotto i miei occhi laser. Quando sono stanca, molto stanca – perché occorre anche spostare inscatolare trascinare – mi siedo per dedicarmi ai fogli. In questo periodo ho trovato tracce dei primissimi amori e dei postumi. Calligrafie diverse penne nere e blu inchiostro di stilografica e di bic. Quando prendo in mano il reperto non capisco subito: allora leggo e capisco. Ricordo il momento la persona il perché della traccia epistolare. Chi ero e lui chi era. Come eravamo. Cosa facevamo. In quale fase ero.

Poi straccio. La lettera è ridotta uno straccetto che si accumula su altri straccetti fino a fare un mucchio. Avrei potuto tenerli tutti questi straccetti e sedermicisi sopra: per una performance alla Marina Abramovic.

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Piove nero


Piove stamattina e tutto è buio. Il signore dorme nella stanza e nell’altra il fedele cane. Avrei bisogno di molta luce e sole per scaldarmi pelle e cuore. In questa fase della vita mi è chiesto un salto e io non so. Temeraria e folle lo sono stata. Ora mi sento priva di armi e voli. Un poco piccola come le bimbe da tener per mano evitando i pericoli. Un poco dubitante e incerta sui passi da fare come un funambolo. Vorrei solo saltare questi mesi e trovarmi al di là della linea tracciata col gesso per terra. È sempre stata l’attesa a logorarmi più dell’evento. Il non sapere l’approdo. Nessun faro. O sponda.

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Piove

Piove.

S’aprono le porte e le portiere e ci si scarrozza caracollando verso scure nubi. Più nell’anima che fuori.

Piove.

Soprabiti lucidi impermeabili stivali lustrati da ardite guizzanti gocce. Tutti i colori saturi squillano sullo sfondo plumbeo. Ogni colore risalta sul nero che inghiotte.

Piove.

Si bevono calde bevande. Si leggono i quotidiani. Dacci signore il nostro pane quotidiano. Non sono previste variazioni. Tutto stagnante. Limaccioso. Fermo. In lenta decomposizione.

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Rovinose chiacchiere

Nel soave tintinnio del caffè offerto dal parrucchiere vedo entrare una giovane femmina dai lunghi capelli. Scuote l’irsuta nera criniera prima di sedersi allo specchio. Dopo questa mossa d’esordio, dopo l’entrata estetica, riesce a rapinare il mio interesse con le rovinose chiacchiere. Non tace mai. Eppure bene farebbe.

Parla mentre la parrucchiera le lava la testa e continua a parlare seduta alla postazione uno, io sono alla tre. Parla del suo uomo. Si gingilla con gli attributi, le prestazioni, le qualità insuperabili dell’incredibile magnifico maschio che la benevole sorte le ha fatto incontrare.

Bello biondo alto muscoloso atletico simpatico disponibile affettuoso e meraviglioso anche con i bimbetti. “Non ha un difetto, non gliene riesco a trovare uno” – dice con gli occhi cerulei spalancati, lei stessa incredula della fortuna caduta dal cielo.

Nel torrente verbale pesco qualche frase e vorrei dirle: – Taci. Stai zitta. Non sai che devi proteggere la coppia tacendo e non dicendo? Non hai ancora imparato che occorre proteggere la bolla d’amore che vi lega dalle unghie delle arpie? Dalle beccate furiose di civette e dagli artigli dei gufi?

Perché esponi il tuo privato infinitamente fragile in un luogo zeppo di fon e pettini e forcine? Non comprendi che non si espone la vischiosa dolcezza all’assalto delle mosche?

Ma la femmina continua ad esporre i propri panni ad alta voce senza capire. Senza capire. Nello squallido disordine delle clienti che non accolgono bonariamente l’inattesa allegria di una donna finalmente innamorata. Sguardi obliqui pieni di invidia. Verdi e sghembi.

Quando la parrucchiera prende una testina di polistirolo bianca per spostarla, sento la cliente alla mia destra che mormora: – Passala a me, potrebbe servirmi per un rito Vudù.

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Dopo

Stamattina ho lasciato gli insulsi dibattiti: mosca ronzante in un barattolo. Sono volata via.

C’è un muto palpito nella casa chiusa, una sommessa carezza quieta che mi accoglie. Sto bene sola dopo una settimana di picchi e vertiginose discese. Su e giù. La superbamente intollerabile altalena di un uomo senza centro.

La neve si sta ritirando come una veste bianca sulle morbide cosce. Ho appeso dei fiori e il basilico in terrazza. E mi sono distesa ad assorbire il sole e il cielo turchese mentre sorseggiavo un aperitivo arancione nel reverente silenzio.

Nello spazio vuoto risplende la mia essenza. Crescerà l’erba del tempo.

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Rosso violaceo

Nella cinerea notte il dottore rilevava la pressione bassa: mi sentivo così stanca. Non pareva veramente gentile e interessato alla cura. Così coltivavo il mio umile stato morboso con un’arresa statica. Mi bastava restare distesa per non avere precipizi e giravolte. Come nel sonno o nelle morte. Orizzontale invece che verticale con i rami verso il cielo. Le radici avevano bisogno del letargo invernale.

Solo dopo, scostata la tenda rosso violacea di chiara seta avrei affrontato la luce del mattino, ri ge ne ra ta.

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Orgoglio e precipizio

16052013-diario

“Orgoglio e precipizio” è il titolo della rassegna stampa che preferisco in questo giorno post voto. Mi piace linguisticamente, per risonanze e significati.

L’orgoglio è un difetto che toglie, crea danno, non è funzionale. Io stessa a volte ne soffro. Tutti noi prima o poi ne soffriamo. Arroccarsi non serve, bisognerebbe sapersi inchinare fino a terra giacché la flessibilità appartiene al giunco che serve per fare impalcature indistruttibili. Invece la rigidità del materiale – apparentemente forte – si spezza al primo colpo tellurico.

Saper chiedere scusa quando si sbaglia appartiene alla persona forte. Il debole fugge si nasconde fa piccole ripicche ridicole trama alle spalle. Non vede e non accetta il proprio errore.

Orgoglio e pregiudizio chiudono le porte alle possibilità e portano al precipizio.

( Immagine grafica dell’autrice )

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Racconto d’ombra

Fare anche solo un piccolo movimento, voltare la testa, ruotarla in su. Fanghi e sabbie, rami e radici ti trattengono giù sul fondo buio. Non c’è neppure un filo di luce che entra a ferirti. Fuori c’è un sole invadente prepotente accecante. La luce del sole è cambiata: fingono di non accorgersi: ma tutti sanno che è cambiata. Così nella zona sotterranea luce non c’era. Doveva decidere. Il tempo passava e doveva prendere una decisione. Il fango e le sabbie del fondo nella bocca, negli occhi o ascendere. Le mani del sogno, quelle due auto così legate, l’avrebbero voluta trattenere giù. Senza sole e ore. Senza parole. Senza i riti e i vestiti.

All’alba aveva avuto nausea. Si era trascinata in bagno. Sentiva nel corpo un’oscillazione e un tremito. Poi aveva avvolto il corpo nel caldo ed era nuovamente scivolata nel nulla.

Di nulla avrebbe voluto morire o vivere: in quello stato muto e fermo che hanno gli insetti. Fingersi morta. Abbandonare il mondo. Che era il suo mondo giacché era lei a viverlo. La sua astensione dal mondo, dal suo mondo, non avrebbe provocato grandi movimenti. Tutto si sarebbe serrato come un coperchio: velocemente.

Sapeva che era solo questione di un attimo. Reagire a questo torpore. Un solo gesto avrebbe azionato il meccanismo in un certo senso e la macchina avrebbe prodotto un lungo nastro arancione. Quel nastro l’avrebbe trascinata a fare cose, altre cose. Come i pezzi del domino quando si accasciano. Un movimento per contaminazione di un altro movimento. Non altro.

Non aveva più molta voglia di farsi portare dal nastro e di fare cose. Nella zona d’ombra avrebbe lasciato ogni movimento del corpo e della mente. Si sarebbe avvicinata all’immobilità del sasso. Nulla fare. Nulla desiderare. Nulla pensare. Lasciarsi morire.

Nella stanza buia, tanto più buia quanto più forte batteva fuori il sole, decise di provare a muovere una mano e sollevare il braccio.