Sussurri e sospiri

Aveva deciso che quel giorno avrebbe giocato il corpo.

Nello strato ovattato del limite tra sonno e risveglio,

una tazzina azzurra nel riflesso di buio.

Baci carezze spogliarsi giacere.

Sarebbero volati i libri con tutta la sventagliata delle pagine

e i toc toc del mondo digitale.

Tutti gli amici inconsistenti a cui dava il buongiorno e buonasera.

Tutti i lettori a cui serviva le vivande verbali.

Ora era arrivato il momento di mettersi in gioco

con braccia gambe bocca e tutti gli umori che uscivano.

Forse era il vento che batteva alle finestre a dirle

che era arrivato il momento di saltare nell’altro mondo.

Che troppo aveva dimenticato:

abbandonato la sua grammatica,

le particolari coniugazioni e congiunzioni.

Per prima cosa occorreva decidere chi.

Chi scegliere per il ritorno ai sussurri e sospiri.

Erano tutti svaniti come fantasmi.

Apparivano e sparivano con una velocità inspiegabile.

Eppure lei era proprio una bella donna con le gambe nervose

il sensuale taglio nella coscia.

La leggerezza e la noncuranza.

Certi giorni tutti si voltavano al suo passaggio

quando oltrepassava le porte e entrava.

Gli uomini la guardavano.

Ma nessuno, tranne uno, la filava la cardava la pettinava.

Era come un oggetto esposto in vetrina:

uno stato misto tra curiosità e desiderio.

Ferma e composta.

Non s’incuneava nei territori altrui, nessuno slogan,

niente di urlato cantato ripetuto.

Nessun piccolo gesto di offerta profferta apertura.

L’unico che aveva osato entrare nella vetrina,

oltrepassare la parete vitrea era l’esteta.

L’esteta di estetico non aveva nulla.

Era piuttosto un vintage malmesso.

Le giacche troppo larghe con le costine sul velluto,

i jeans da cui traspariva la magrezza

e quel collo bianchiccio

che svettava dalle camicie o polo sempre spalancate:

mai un foulard di seta, una sciarpa, una cravatta o un papillon.

L’aveva rivisto il giorno prima. Era apparso come sempre, dal nulla. 

Lei aveva guardato e riguardato, esposta nella vetrina della caffetteria, per capire se fosse proprio lui.

Le pareva ma, invece di entrare, dopo aver parcheggiato l’auto, lui era sfilato davanti alle altre vetrine del corridoio svanendo.

– Ma come, – aveva pensato – non entra?

Gli era parso più nero nei capelli e diverso nel naso aquilino visto di profilo. 

Aveva continuato quindi, dopo questa torsione dello sguardo, a sorseggiare l’aperitivo

mentre sbocconcellava le pagine del libro sulla felicità.

Si sentiva lievemente felice. Nulla da fare, se non ancora un’oretta di lavoro e poi si sarebbe aperta la pausa del fine settimana. Era venerdì. 

Invece era entrato, ed era proprio lui.

Aveva chiesto un caffè appoggiando qualcosa al suo tavolo senza neppure salutarla. Aveva parlato con il barista, sfogliato distrattamente il giornale e poi l’aveva guardata e salutata.

– Cosa ci fai qui a quest’ora. Era andato a prendere il pane.

– Cosa leggi. 

– Della felicità perché la filosofia serve a essere consapevoli.

Discorsi slegati, obliqui, difficilmente allineati.

Perché lei proprio non capiva cosa ci fosse poi da spartire con un uomo così lontano dal suo canone estetico.

Anche la sua auto non era bella.

Le piaceva così tanto andare in giro, a cena o in viaggio, con uomini che avevano una lussuosa comoda automobile. Sedili in pelle rosso Malboro, auto altissime nere come grossi scarafaggi che pattinavano sul ghiaccio in modalità ibrida, sinuosissime Jaguar cabrio.

Non aveva voluto neppure appurare la marca di quella macchinetta che sostava accanto alla sua. 

Comunque l’esteta le aveva dato il suo biglietto da visita.

Erano settimane che le diceva: – Poi ti darò il mio biglietto – ma, sempre, se l’era scordato. Ora era lì tra le sue mani e sotto i suoi occhi.

Lei aveva mormorato: orrendo. Erano fotografate delle macchine industriali con uno sfondo, assolutamente incoerente, di alberi fioriti. 

– Scusami, sai, se dico che è orrendo. L’ho appena detto anche a un mio amico che fa cinema per una locandina di lancio di un suo film…

L’amico stava lontano ed era della schiera degli amici mai visti e mai sentiti. Uno degli amici che appartenevano al mondo virtuale dove ci si chiama amici senza neppure farsi una telefonata per sapere se si è vivi o morti. 

Ora aveva il nome e il numero di telefono dell’esteta. Poteva in qualsiasi momento dare avvio alle danze.

Quali balli avrebbero danzato, lei ancora non lo sapeva, ma il suo obiettivo era far danzare il corpo.

Infrangere il muro di ghiaccio e ritrovarsi, nuda, fra le rachitiche braccia di un uomo. Qualunque esso fosse. Il gioco era proprio questo: non andar troppo per il sottile. 

Il mondo virtuale portava a effimeri contatti. Pareva di essere al supermercato con i prodotti esposti in base al brend, al costo e all’offerta.

Alla fine del rito: prepararsi incontrarsi cenare lasciarsi… lei spesso non ricordava neppure il nome.

Quando le capitava di pulire il magma della posta si chiedeva sempre chi fossero quei nomi. Faceva fatica a localizzare il quando e a etichettare il nome: l’immagine rimaneva sempre sfocata. Lontana.

Non aveva ancora mandato un messaggio all’esteta perché lui potesse avanzare di un passo.

Finché lei non avesse fatto questo passo tutto sarebbe stato congelato. In fieri, ma non in essere. Potenzialità non attuate, non distese sui campi a assorbire il sole.

Cercava di sfuggire alla presa deviando dalla direzione. Troppo lontano l’esteta dai suoi gusti estetici. Dai canoni di bellezza presenza voce e tutto il contorno.

Si era quindi aggrappata a un’altra possibilità.

Sorgevano nei prati questi insoliti fiori e bastava coglierne uno a caso: osservare come fioriva, come il vento ne avrebbe disperso i semi.

Dove: lontano vicino nel nulla avrebbero attecchito. 

Questo era un uomo che abitava vicino a lei e l’aveva cercata nel social. Una mail deposta da settimane di cui lei neppure si era accorta. 

In codice l’indirizzo. Gli aveva scritto. A tanta energia sprecata in interminabili punti di sospensione esclamativi e di domanda aveva risposto con una breve, secca, comunicazione. Allegando una sua foto.

Il tipo non aveva risposto. Forse non gli era piaciuta la risposta, forse era impegnato in una chat con altre donne per verificare se riusciva a portarsene fuori una. Una a caso, scelta dallo scaffale.

In realtà ora era lui l’ago della bilancia. L’inconsapevole meccanismo che l’avrebbe spinta lontano dall’esteta o tra le sue grinfie.

L’ago della bilancia si era mosso.

L’uomo della chat le aveva telefonato. Si sarebbero visti per un giro sul lago nel pomeriggio. Unico inciampo del destino: lui aveva un braccio paralizzato, seguito di un incidente.

Strano, aveva pensato. Un uomo finalmente libero che ha questo handicap. Il pensiero non poteva che agganciarsi, per analogia simmetrica, alla compagna del suo ex fidanzato che era zoppa.

Stare accanto a una persona con un handicap… Cosa significava? E perché, tra tutti i possibili, il destino gli metteva davanti quest’uomo?

Ne aveva osservato la fotografia che lo immortalava tra rocce fantastiche, forse della Sardegna. Non sembrava alto e magro. La faccia facciosa con gli occhialetti bianchi. 

P.s. Normalmente non scrivo testi così lunghi. Perché mi annoia leggere testi così lunghi. Questo è un reperto che risale a diversi anni fa e trovato per caso. Lo trovo interessante. Per questo lo pubblico.

17 pensieri su “Sussurri e sospiri

  1. Arrivo tardi a leggerlo. Troppo lungo? No, giusto e raffinato. A tratti anche poetico nella forma. Si legge, si gusta e poi si metabolizza questa donna che sogna ma vede anche la realtà che la circonda.

    Direi che l’ho apprezzato molto.

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  2. Giustamente lo trovi interessanti, lo è. Anch’io ho il tuo stesso “difetto”, l’allergia a testi troppo lunghi, ma questo non è troppo lungo, né lungo, è semplicemente giusto. E giusto per quello che contiene, e per come lo contiene. Come il tonno nelle scatolette, ogni formato ha il suo spazio, il suo giusto tonno.
    Mi è piaciuto leggero. Grazie per aver deciso di pubblicarlo 🙂

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      1. Riprendendo quella bizzarra e apparentemente sconclusionata metafora sul tonno: i perbenisti sono 40 grammi di tonno in una scatoletta per 80 grammi di tonno.
        La scelta del periodo quindi è un voluto rafforzativo 💣 Mi piace. 😉
        Buona giornata Eletta 🤗✨️

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  3. l’ho trovato raffinato nella scrittura e intrigante nella trama. E mi piace l’assenza di un finale, come dire che chiunque la protagonista scelga non ha importanza, importante per lei è solo l’atto.
    ml

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    1. Waho! Solo tu e Simon e pochi altri lo possono trovare raffinato. Grazie di cuore. Come ho scritto prima a Simon mi piace variare il clima natalizio che può essere un po’ troppo dolciastro. 🤗✨❄️

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