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Attimi

Storiella zen

Un’anatra entra in un bar, si siede sullo sgabello davanti al bancone e aspetta.
Il barista si avvicina e chiede: – Cosa posso servirle?

  • Avete dell’uva? – domanda l’anatra.
  • No, non ne abbiamo.
  • Avete dell’uva?
  • No. Questo è un bar. Non teniamo l’uva.
  • Avete dell’uva? – insiste l’anatra.
  • Senti, anatra – grugnisce il barista – l’uva non ce l’ho, ma te lo dico io cos’ho… una pistola. Chiedimi un’altra volta dell’uva e ti faccio saltare le cervella. Capito?

L’anatra sorride, scende dallo sgabello, esce e s’incammina per strada. Entra in un altro bar, si siede su uno sgabello davanti al bancone. Il barista si avvicina.

  • Ha una pistola? – domanda l’anatra.
  • No. Questo è un bar. Non vendiamo pistole – dice il barista.
  • Avete dell’uva?

Questa storiella insegna come ci difendiamo dal cambiamento in ogni modo possibile, come continuiamo caparbiamente a chiedere dove non possiamo ottenere, a bussare a porte che non ci saranno aperte.
Questa storiella mette in rilievo la rigidità, la fissazione, la mancanza di flessibilità, l’attaccamento al mondo delle nostre proiezioni.
Questa storiella rileva la difficoltà e la sofferenza ad operare un “vero” cambiamento.

Mi auguro sia di buon auspicio per intraprendere nuove strade che non portino ai soliti bar per chiedere la solita uva.

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Amore

Sei innamorata?


Capitato nell’ultimo decennio. Ero a cena con un uomo. A un certo punto mi ha detto : – Non innamorarti di me.

Questa affermazione di tono leggermente imperativo, può essere letta in diversi modi.


L’uomo è un uomo già impegnato e quindi tutela la propria fedeltà. Non era questo il caso.


L’uomo è molto sensibile e vede che la donna ha gli occhi a cuoricino e per tenerezza l’avvisa, perché lui è un superficiale e non sa amare. Non era questo il caso.


L’uomo è talmente pieno di sé da pensare che tutte le donne gli cadano ai piedi ammaliate dal suo fascino. L’uomo è un narcisista egocentrico e si pensa un Adone. Questo è il caso in oggetto perché io ero la donna seduta davanti a codesto soggetto.


Ci pensavo l’altro giorno rileggendo cosa scrivevo nelle poesie quando ero veramente innamorata.

Quando ero innamorata ero fuori di me, completamente per aria, mi batteva il cuore, avevo emozioni che non mi facevano dormire di notte, non vedevo l’ora di vedere il mio lui e palpitavo… Insomma tutte le varie sensazioni che avrete provato anche voi…quando almeno una volta nella vita vi siete innamorati.


Quindi- a quella incauta richiesta – ho scosso la testa e sorriso… pensando a quel poverino che credeva di essere così importante per me da mettere le mani avanti : – Non innamorarti di me.
No, tesoro. Tranquillo. Dormo la notte anche se non ti vedo e se ti vedo non mi batte il cuore. Riesco perfino a guardarti mentre mi dici assurdità mantenendo una sufficienza calma ed educazione. Infatti non mi alzo e sorrido e ti rispondo : Tranquillo, non sono innamorata di te.

L’innamoramento è per tutti una specie di fase maniacale, la più desiderabile delle fasi maniacali. – Yoga – Emmanuel Carrère

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Attimi

Quando fui scalzata

Da Pinterest

Vi è mai capitato di aver qualcuno che vi ruba il palcoscenico?

A me sì.

Non si trattava della parte in una rappresentazione teatrale, ma della seconda serata di presentazione del mio libro.

Sapete chi ha fatto in modo di rubarmi la seconda serata di presentazione? Il mio grafico.

Persona di un narcisismo esasperato, aveva un bisogno assoluto di splendere al centro della scena. Da solo.

Così si mise in rapporto con l’Assessore alla Cultura per avere una serata in cui avrebbe presentato l’impianto stilistico e grafico del mio libro. Peccato che si dimenticò di avvisare l’autrice cioè io.

Fui avvisata dall’assessore a data fissata. Mi infilai tra il pubblico a vedere l’ostentata esibizione dell’omino.

Con largo profusione di parole spiegava le sue ardite pagine e impaginazioni, i suoi segni grafici e colori.

Non mi risulta ci debbano essere due serate di presentazione per ogni libro : uno con l’autore e una serata per chi ha curato la copertina.

Da allora non ho più voluto il suo servizio professionale per i miei libri. E non ho più voluto neppure vederlo. Neanche dipinto.

Anche perché la prima serata di presentazione del mio libro fu organizzata in ogni minimo particolare da me, compreso l’impegno economico per pagare il rinfresco, l’attrice e la pianista. In quella situazione l’ometto non mi diede una mano in nulla e non sborsò nemmeno un centesimo… sicuramente quando a fine rappresentazione tra gli applausi, salii sul palco per ringraziare tutti e lo citai e ringraziai, lui si rodeva per non aver avuto abbastanza luce.

Questione di stile : nella mia prima serata avevo fatto in modo di essere quasi invisibile, seduta in prima fila, poiché mi interessava far conoscere la mia scrittura e non me. E furono i miei versi, declamati mirabilmente dall’ attrice che avevo scelto, accompagnata dalla pianista a splendere. Non io.

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Storie

Neve

Era candida come la neve: così pulita che era un peccato solo calpestarla. Era immacolata e pura. Niente e nessuno aveva ancora violato la superficie bianca. Nessun segno graffio livido.

La pelle di alabastro marmorea e soda. Stava distesa, incurante della potenza sensuale che emanava.

Nevicava quel giorno che lui la prese. Rimasero solchi di carri e voragini di pale. Rimasero macchie e ombre.

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Donne

Fame d’aria

Fuggiva dunque da tutti i luoghi. Nella mezza luce della sera si era d’un tratto ricordata del suo aguzzino quando toglieva le chiavi dalla serratura e la teneva prigioniera. Come un uccellino sbatteva le ali, ma chiuse erano le sbarre. Le mancava l’aria. Quelle sere che lui chiudeva e lei non sapeva come andare e non servivano lacrime e preghiere.
Quella sensazione di prigionia non le sarebbe più passata. Aveva fame d’aria. E di solitudine.
Dopo quelle esperienze Elettra stava bene solo quando aveva il potere di chiudere e aprire da sola le porte della sua casa. Di uscire o restare a proprio piacimento. Stabilendo i tempi. E i luoghi. Non ci sarebbero più state grate sbarre e porte chiuse. Ora divorava l’aria e non era mai sazia.

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Senza categoria

Elisabetta

Elisabetta aveva un nome regale, ma era una persona semplice. Dopo l’ultimo fidanzato rovinosamente caduto e dopo un anno di lutto amoroso, aveva deciso di iscriversi a un sito d’incontri on line. Si era detta: perché no? Tutte le sue amiche lo facevano e incontravano sconosciuti a ripetizione, alcune conoscevano l’altro anche saltando subito in un letto. Non si facevano tanti problemi.

Elisabetta non intendeva saltare subito in un letto, il suo obiettivo era cercare, e magari, trovare una bella persona. Così vagliava, esaminava con cura le candidature. Riempiva questionari. Scriveva annunci. Normalmente filtrava, come primo passo, la voce. Eliminava quelli che avevano una voce prepotente o stridula, quelli che ridevano continuamente alla prima telefonata, quelli che parevano saccenti e noiosi o troppo tristi, depressi. I finti liberi che in realtà vivevano da separati in casa, i furbi accoppiati che cercavano solo un diversivo. Gli sposati non erano neppure presi in considerazione, anche se qualche sua amica le aveva detto che erano i migliori, quelli che “davano di più”.

Con quelli che sceglieva, con i rimanenti, normalmente chiedeva un’uscita serale, a cena. Era convinta che il tavolo fosse un buon test per capire alcune caratteristiche dell’interlocutore.

Così uscì con un operaio, un architetto, un giornalista, un bancario, un professionista, un professore, un assicuratore, un agente di borsa, un chirurgo, uno scrittore e molti altri. A cena aveva modo di parlare, guardare, osservare. Dopo cena aveva modo di verificare se stavano al suo patto: niente baci niente abbracci niente sesso.

Generalmente stavano al suo patto e la sera riusciva piacevole. Solo in un caso o due aveva dovuto allungare le braccia per allontanare il corpo maschile che tentava di acchiapparla. Solo in un caso si era innervosita e aveva ringraziato il cielo di essere tornata a casa. In genere aveva incontrato brave persone. Uomini soli e un po’ stropicciati per l’esito di un matrimonio finito male, di una convivenza che non aveva funzionato.

Alcuni arrivavano con dei fiori. Tutti offrivano la cena. Molti gradivano la sua compagnia e avrebbero voluto rivederla.

Elisabetta continuò a cercare, vagliare, incontrare, sperare nel caotico destino. Ma “l’uomo giusto” non arrivava mai. È stata una bella serata ma, francamente, non sei la persona che cerco. Questa la frase che diceva per chiudere.

Fu per caso che una sera uscendo con un’amica per un aperitivo si trovò davanti lui. Enrico era un amico dell’amica. Un amico amico. Era gentile, simpatico, e interessante. La aiutò a parcheggiare, la aiutò ad entrare aprendole la porta, alla fine della serata la aiutò a uscire sulla strada principale facendo dei segni di via libera come un vigile.

Forse fu proprio la gentilezza di questo uomo a conquistarla. Forse furono i mazzi di anemoni che lui ogni volta le portava, prima di uscire a pranzo loro due soli. Forse furono i pomeriggi del sabato a letto abbracciati a sentire musica e dirsi la vita e far l’amore infinitamente.

Fu così che Elisabetta dopo centinaia di incontri virtuali per trovare l’uomo giusto, lo trovò per caso in una normale serata reale e regale.

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Elettra

Elettra aveva tagliato i capelli. Un taglio asimmetrico come il suo umore: metà su metà giù, asimmetrico come i suoi pensieri: metà tristi metà allegri.

La mattina si svegliava alle sei e quaranta e si metteva i vestiti che aveva ammonticchiato la sera prima sulla sedia in camera. Si vestiva si lavava si pettinava si truccava in uno stato perenne e vago da sonnambula. Poi saliva in macchina e andava alla sua caffetteria. Sceglieva sempre lo stesso tavolino. Le permetteva di vedere chi entrava, chi stava al banco e chi, come lei si sedeva. C’era un albanese che non le toglieva gli occhi di dosso. Era troppo addormentata per dargli peso. Non aveva ancora varcato la soglia della realtà, tutto nella sua mente era ovattato. Annebbiato. Latteo.

Un giorno arrivò un uomo che non aveva mai visto prima. La sbirciava dal banco. Elettra lo trovava carino. Sufficientemente carino per uscire dallo stato latteo e di sonnambulismo per affacciarsi con un piedino nella stanza della realtà.

Prese nota dei giorni in cui lui entrava a bere un caffè al banco. Un giorno sì e un giorno no.

Così, appollaiata sul suo sgabello turchese prese ad aspettarlo: un giorno sì e un giorno no. Forse fu lui a sorriderle e salutarla per primo al di là del banco. Forse fu un caso che un giorno uscirono insieme dalla caffetteria mentre la notte si colorava di alba caffelatte. Forse fu solo per sfacciataggine che lei gli fece la domanda più cretina che poteva venirle in mente alle sette e mezza di una mattina fredda invernale. Comunque gli chiese:

– Tu sei per caso il fratello del mio maestro di yoga?

Naturalmente non lo era. Ma da quella domanda rompighiaccio non si sa perché, nelle ore a cavallo tra il sonnambulismo e la realtà, Elettra si trovò un amante regale e reale.