
Della poetessa Alda Merini possiedo molti libri, quello che preferisco, è “Alda Merini colpe di immagini” edito da Rizzoli.
Un libro che affianca alle poesie un album ricco d’immagini della poetessa, in bianco e nero – di Giuliano Grittini. Sono immagini spudorate, lei è quasi sempre nuda con le pieghe della carne esposta senza veli, vera. Senza finzioni e filtri.
Ho amato talmente tanto questo libro che l’ho trasformato in un altro libro.
Sulle pagine bianche e patinate, accanto alle brevi sue poesie, ho scritto con inchiostro denso e nero le mie poesie, affiancate o rovesciate.
Ho amato questa poetessa per la cruda verità, per la mancanza di pudore ( nel senso migliore).
Infatti il titolo della lettera, che la poetessa – dal letto in ospedale – aveva scritto per il Papa, pubblicata sulla Domenica intitolava:
” Io sono come la Maddalena“.
Ravasi scrive:
” Ma soprattutto il filo era tenuto dalle interminabili telefonate che intrecciavano il suo affetto per me col libero sfarfallio della sua fantasia e con una sorprendente caratteristica che la assimilava agli antichi rapsodi o aedi”.
Merini non scriveva poesia: mangiava, respirava, beveva, fumava e viveva poesia.
La poesia era “dentro” il suo corpo caldo e generoso e usciva dalla sua bocca: naturalmente.
Un editore mi aveva raccontato delle telefonate in cui lei dettava- come conversando- le poesie da pubblicare.
Di tante, ne scelgo una: semplice e solenne.
La casa della Poesia
non avrà mai porte.
I miti in cui andrò a cadere
sono stelle veloci
d’altri tempi.
Il poeta
è un anfibio casto
che conosce
le ragioni dell’ozio.