L’appartamento

Commentava il destino stupita davanti al ritaglio di rame della targa col nome. Architetto. Quanto tempo era passato?

Quando dieci anni prima aveva fatto le scale per salire nelle stanze – così pulite, imbiancate a nuovo,  con ramage di rose. Perché bisognava pulire l’energia. Della antica domina che si preparava il sabato sera per il rito sessuale. Come andare a messa la domenica.

Invece lei lo prendeva sulla sedia di design Wassilly in studio o per terra sulla moquette qualsiasi giorno. Senza rituali. Con solo Eros e Pathos. Senza calendario e orologi.

L’architetto l’aveva fatta aspettare mesi prima di aprire la porta del suo appartamento. Doveva purificare. Così diceva. In realtà doveva sciogliere i legacci lacci e nodi con la sua compagna. Nodi che lei, invece, aveva tagliato con una secca risoluta sforbiciata.

La casa dell’architetto era piccola. Aveva però un grazioso terrazzino che dava sulla piazza dove un giorno lei avrebbe lasciato una scia magenta – perdendo o lasciando al vento la sua sciarpa di seta. Come un avvertimento.

Quando suonò il campanello per salire mai avrebbe pensato che lí- in quel piccolo appartamento con l’intonaco bianco – lui avrebbe tolto la chiave per imprigionarla. Un giorno. Quando era già troppo tardi per fuggire.

Riguardò la targa col nome. E se ne andò. Mai tornare sul luogo della mattanza.

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