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Attimi

Ho perso

Immagini fotografiche di Eletta Senso


Ho perso le parole.
Ho perso le parole per dire spiegare descrivere dialogare rispondere scrivere definire leggere argomentare ribattere dimostrare pensare problematizzare scegliere dirigere qualificare regolare migliorare riflettere.
Quando perdo le parole io sono come un vestito sgualcito sganciato sfilato strisciato per terra.
Nulla mi importa o piace nulla desidero nulla mi muove internamente.
Non resta che stare e attendere una luna nuova.

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Frammenti

Rumino parole

Immagine grafica di Eletta Senso

Sono un essere ruminante giacché mastico tutto il giorno le parole. Mastico e rimastico parole di fieno e d’erba fresca. Di foglie e tronchi ruvidi e rivoli d’acqua eterni. Mastico e rimastico: assaporo il suono ch’esce sibilante o gorgogliante dalle erre arrotolate e ritmiche o dalle sinuose esse. M’entra in bocca triturando sillabe sonore assonanze serpentine. Rime assortite scordate e sciolte.

Quando trovo un gusto nuovo lo rimastico dall’alba al tramonto per non farlo scappare giù. Un termine inconsueto. Un volo. Uno scoppio. Un lampo. Così sto tutto il giorno nel pascolo linguistico a brucare. Null’altro chiedetemi di fare.

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Parole

Distanziamento

Immagine fotografica di Eletta

Distanziamento sociale. Distanziamento sanitario.

Distanziamento salutare e morale.

Ci sono distanziamenti fuori misura perché la misura è colma.

Ci sono distanziamenti d’anima quando il bivio – tra il bene e il male – indica percorsi diversi.

Ci sono distanziamenti non fisici prossemici geografici: quando si sta vicino a una ghiacciaia, a un frigorifero, a una metaforica bara. E il cuore non batte. Non c’è vicinanza al gelo.

Ci sono distanziamenti che scegliamo e altri che il Fato ci impone.

Ci sono distanziamenti tra stelle che vibrano come fuochi.

Ci sono distanziamenti nei fatti e non serve scrivere nuove pagine.

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Scrivere

Parole sepolte 

Sto ricamando pagine e pagine calligrafiche. È un ottimo passatempo in questo momento di tempo sospeso. Coprire le parole e ricamarci sopra – linee spirali fiori foglie – è come seppellirle. La carta rimane come palmo aperto, pieno dei resti dei semi neri.

Potrei strappare tutto. Preferisco invece mantenere la traccia sottesa: i solchi coperti. Il rastrello che riporta un po’ di umida terra sulle ferite.

Non guardo e non leggo mentre faccio l’operazione.

Non desidero vedere quello che vado a coprire cancellare sotto- mettere.

In fondo non ha senso sapere quello che si è andato depositando giorno dopo giorno nel granaio.

È già diventato farina e pane. È già stato masticato inghiottito defecato eliminato. È già tornato terra.

È già insignificante. Senza emanazioni. Ha perso ogni sostanza energia vitale. È solo resto residuo scoria avanzo. Un accidente. Un’impronta fossile di piccole zampette di ali ramage trasparenti. Ali che non volano da millenni. Esaurita la loro funzione.

Quindi passo con uno strato decorativo le piccole salme delle parole morte. Estinte. Esaurite. Non più vive e vitali.

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Parole

Il mio pane

Il mio pane è la parola

Il mio pane è comunicare

Il mio pane è leggere

Il mio pane è scrivere

Il mio pane è confrontarmi

Il mio pane è imparare

Il mio pane è conoscere.

C’è chi riempie la pancia di cibo. Lo gusta, lo assapora, lo mastica, lo desidera. Il momento del pranzo e della cena è atteso per il piacere del cibo.

A me piace gustare le parole, assaporarne il suono e le assonanze, farle rotolare lungamente in bocca e nella mente e sentirne il sapore, a me piace masticarle e staccarle a brandelli.

Solo il rimbalzo emotivo delle parole mi crea un vero piacere perché soddisfa il mio bisogno di nutrimento.

Oggi, leggendo, ho scoperto che esistono parole vuote e parole piene.

la parola piena è tutt’uno con la manifestazione del soggetto dell’inconscio, mentre la parola vuota appare come vuota di desiderio e piena di Ego”.

Da: Jacques Lacan – Desiderio, godimento e soggettivazione – Raffaello Cortina Editore

Le parole sono ponti verso l’Altro.

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Parole Scrivere

Viveva di parole

Perché sei triste gioia mia?
Cosa doveva dirgli? Impossibile che lui capisse.

A lei mancavano le parole.

Di parole si nutriva.

Le mangiava a colazione inzuppandole nel caffè.

Le mangiava a pranzo fritte o saltate in padella.

Le mangiava a cena bollite con un filo d’olio.

Le adorava crude o cotte.

Preferiva coglierle dall’orto croccanti di rugiada la mattina. Oppure le trovava nel bosco sotto i pini adagiate sul muschio.
Le pescava nell’acqua del torrente o tra le nuvole del cielo.

Dormiva e si svegliava in un mare di parole.

Le scriveva sui carnosi fogli o sugli asettici schermi.

Lui non poteva capire che non erano i cibi a nutrirla o i gioielli a adornarla. Non erano i baci o le carezze. Quello che la tenevano davvero in vita erano solo le parole.

Ma lui non impiegava tempo a scriverle parole. Aveva voluto in dono, ai tempi, una prestigiosa penna stilografica e lei gliel’aveva donata pensando che, finalmente, le avrebbe scritto parole. Invece lui non scrisse mai nulla per lei. Non una lettera non un bigliettino.

E neppure sullo schermo le scriveva scegliendo con cura quelle parole che l’avrebbero sfamata.

Era un uomo avaro di parole.

Era inutile spiegargli la gioia di una frase ben scritta, la danza di due parole che si muovono, il suono delle esse sonore, il rotolio delle erre, la femminilità delle effe.
Era come spiegare a un sordo la melodia di un usignolo.

Nel pomeriggio, mentre lui era nell’altra stanza, lei aveva guardato nella libreria e aveva preso un libretto dal dorso nero. Non si ricordava di aver pubblicato un racconto su quella antologia. Con occhi incantati aveva riletto la storia che lei, anni prima, aveva scritto e si era stupita delle sue parole che scorrevano fluide e con i capelli al vento.
Aveva portato via il libretto nero. Lo aveva messo nella sua casa, adagiato sopra gli altri libri che nel tempo aveva pubblicato.

Strano che lui non avesse ancora capito che lei era una scrittrice.

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Ethos

Ai tempi

Ai tempi di mio padre una parola data era un vincolo. Non servivano timbri e firme. Se un uomo si impegnava in un accordo patto ipotesi progetto contratto bastava una stretta di mano. E da lì non si deragliava, non si faceva i furbi o furbetti: ne andava del valore e della dignità della persona.
In questo tempo effimero liquido superficiale è difficile trovare il medesimo comportamento etico. Tutto fluttua, ci si dimentica, non si prende seriamente l’accordo preso. Naturalmente non vale per tutti: perché di persone serie, per fortuna, ce ne sono ancora. Ma si è persa la densità e il peso della parola data.
Leggevo domenica due interessanti articoli sulla Lettura.
” Le parole sono pietre, scriveva Carlo Levi: dure e taglienti. La parola – dice un proverbio dei Kanak della Nuova Caledonia – è come il grande ago che cuce la paglia sulla sommità della casa comune”.
Da: Elogio della convivenza di Federico Faloppa e Adriano Favole

Già: le parole sono pietre. Se io, a una proposta di accordo, rispondo VA BENE dopo aver ascoltato o letto attentamente i termini dell’accordo, poi mi impegno a mettere in pratica quanto detto.
Questione di serietà, ma anche di RISPETTO nei confronti del nostro interlocutore.
Se così non facciamo perdiamo in un attimo credibilità e l’altro non solo perderà la fiducia in noi, ma inevitabilmente perderà anche la nostra stima.
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Parole

Parole

Le parole
cariche di linfa
espandono
il loro nero umore
sul foglio
con gorghi improvvisi
come una sinuosa ghirlanda 
sono
innervazioni del pensiero 
torsione del discorso
anse del respiro
delizie del caos. 
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Comunicazione, Linguaggio, Graffio

Ciccio 

Lui non comunica. Mugugna come un orso. Emette vari rumori, ma non parla. Tranne col suo cane che chiama “Ciccio”.

Ho avuto amanti epistolari. Filavamo una fitta tela verbale. Un sentiero pieno di parole come sassolini bianchi per non perderci, un giardino fiorito tropicale profumato, una giungla brulicante di verbi aggettivi virgole punti e sospiri. Un arabesco calligrafico.

Lui non scrive. Nemmeno un sms. Nemmeno un messaggio su WhatsApp. Non muove le anchilosate ditina per scrivere “mi manchi”, “ti penso”, o altre dolcetti amorosi. Lo ha fatto: i primi mesi per non perdermi e tenermi, poi ha smesso.

Al ristorante lui sta davanti e mastica. Io guardo i quadri appesi, normalmente orrendi. Oppure guardo le altre coppie che parlano e, qualche volta, ridono. E qualcosa dentro mi toglie l’appetito.

Lui parla seduto sul divano di un film visto venti anni fa: racconta scena per scena, battuta dopo battuta. Oppure ha visto Quark la sera prima? Bene. Il giorno dopo, seduto sul divano, racconta per filo e per segno ogni servizio e documentario. Trattengo a stento sbadigli per la noiosa stancante letargica ripetizione del già noto. Mi sembra di assistere alle “serate diapositive” del dopo vacanza di un tempo. Se non c’ero: chissenefrega? Se non ho visto: chissenefrega?

Lui, invece, non trattiene gli sbadigli le volte che gli parlo. Di noi. Dei comportamenti che andrebbero migliorati. O di qualcosa su cui amo riflettere. Lui mi guarda con occhi bovini e mi sbadiglia in faccia. Continuamente. Gli ho detto che non mi sembra educato, ma ha risposto che lo fa perché quella notte ha dormito male. Quando io gli parlo lui – prima – ha sempre avuto una notte d’inferno. Così parlo sempre meno. Nessuno mai mi ha sbagliato in faccia mentre gli parlo. Lo trovo cafone e so di non essere logorroica.

Ma non c’è cosa più irritante della resistenza passiva. Trovo davvero logorante porre un argomento qualsiasi e avere come risposta il silenzio.

In questi anni di frequentazione ho imparato a fare a meno di molte parole. Ho imparato a camminare accanto a lui senza dire una parola, senza fare conversazione. Sento solo la sua voce quando chiama il suo cane “Ciccio” o quando gli dice “Fermo” perché deve fotografare. Poi vige il silenzio. Nulla del fitto cinguettio di due anime in partecipation mistique. Due anime che amano condividere ogni passo fiore nuvola pensiero desiderio ansia.

In questi anni ho imparato a fare a meno di parole scritte. E mail. Messaggi. Lettere scritte a penna e bigliettini. Ho imparato a evitare di dire. Comunicare con lui è un optional. Non basilare anzi – a sua detta – inutile. Inutile parlare di filosofia, psicologia, spiritualità, esoterismo, letteratura. 

L’altro giorno ha portato su in montagna dei libri presi dalla mia casa in valle. 

– Ho preso questo perché mi piaceva il titolo – ha detto, mostrando un libretto con la copertina nera di cui mi ero completamente dimenticata.

– Ah, sì… C’è un racconto che ho scritto io in quel libro, con uno pseudonimo.

Mi ha guardato con i suoi occhi bovini. Credete che mi abbia chiesto altro, mosso da una normale curiosità? Come quando perché dove chi? Sapete le cinque W del giornalismo? Comunque sta con una che scrive e pubblica. No. Non chiesto nulla. Il libro sta lì ammonticchiato tra altri e non ha neppure letto il mio racconto.

Ogni giorno normalmente pubblico nel blog. Credete che mi chieda: – Cosa hai scritto di bello, o di brutto, ultimamente?

MAI. Nemmeno una volta al mese. Mai.

Quando mi vede rispondere ai commenti, farfuglia: – Hai sempre quel coso in mano. 

Inutile che io ripeta che lo smartphone o l’iPad li ho in mano perché – essendo una blogger – ogni tanto devo postare o rispondere. Inutile che io ripeta che in realtà, essendo istintiva e veloce, non andando in giro a fare selfie e aborrendo l’uso e la dipendenza dalle macchine : io in realtà ho in mano pochissimo gli strumenti che, come ora, mi servono per scrivere e comunicare con chi leggo o mi commenta.

Voi direte: – Ti sei scelto un uomo taciturno. Che vuoi allora?

Il problema è che il mio lui non è taciturno: passa ore a parlare con i vicini, gli amici, i passanti, le commesse nei negozi… Scende a portare il cane? Si ferma alle stazioni, come nella Via Crucis, a parlare con i vicini che incontra. Di cosa? Del suo cane: argomento principe. 

Allora perché con me non parla? 

Perché non comunica? 

Perché mi sbadiglia in faccia quando io comunico? 

Perché lui ama parlare solo di sé e di Ciccio. 

Tutto quello che esula dalla sua divina persona con appendice canina annessa è da evitare. 

Il suo pronome preferito è : Io.

Voi capite, dunque, perché io ho ancora amanti epistolari o reali. Perché io di parole mi nutro. Non ne posso fare a meno. 

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Ethos

Credo sempre ai giochi

Questo post che stamattina vi propongo risale a diversi anni fa.

Ogni volta che “mi leggo”, cioè ogni volta che ri-leggo qualcosa che ho scritto diversi anni fa, sento la distanza dalla donna che ero, sento la distanza da quello che vivevo e che, allora, mi faceva soffrire e capisco davvero il significato dell’impermanenza. Tutto muta. Tutto scorre. Ma ora, come allora, io credo sempre alle parole.

Ecco cosa scrivevo:

“Qualcosa di sostanziale si è modificato negli anni: non so se è un bene, non so se è un male.

Il cambiamento riguarda me: a un certo punto della mia vita ho deciso di non giocare più, di non incontrare più. Mi sono ritirata, ho abdicato totalmente al gioco, che, tanto, non mi divertiva per niente. Ho deciso di non perdere più tempo a mettere in scena: nessuna commedia, nessun dramma, nessuna recita.

Gioco da sola: so che io, almeno, non tradisco la parola e il suo senso. Di me mi fido. Evito così inutili aspettive e delusioni.

Tutto si è sgonfiato come un palloncino ferito da una spina.

Scoppiato come una bolla di sapone.

Evidentemente mi sono attivata da sola, caricata la molla da una mano invisibile del mio strabiliante inconscio: ho fatto tutto io.

E sono partita a immaginare e a fare. A farmi bella, come lui mi aveva detto.

Fatti bella perché ti porto fuori. Fatti bella perché ho una gran voglia di vederti.

Ci credo sempre alle parole. Credo sempre corrispondano alla realtà.

Pane al pane e vino al vino. Che ci sia una corrispondenza tra quello che uno dice o scrive e quello che uno pensa.

Era solo un gioco. Mi ha detto ora al telefono.

Ah, sì ma quello era solo un gioco. Il gioco di prendere la macchina, impostare il satellitare verso la mia città e venire. Cioè agire. Poi telefonarmi e dirmi: – Sono qui.

Credo sempre ai giochi. Alla loro realtà intrinseca. Quando giocavo agli indiani da piccola e i maschi mi prendevano e legavano all’albero, che era un palo sacrificale, io ci credevo che fossero indiani anche se non avevano le piume d’aquila sulla fronte e le righe dipinte sul viso.

Sono fatta così. Se una persona mi dice: – Vengo.

Io capisco che viene.

Se una persona mi dice: – Ho voglia di vederti

Io capisco che ha voglia di vedermi.

Ci credo soprattutto quando non c’è una contro-comunicazione che possa farmi credere che non è così, cioè un aggiornamento, un cambio di programma, un ripensamento.

Se poi una persona mi dice: – Ho molta voglia di incontrarti…

Io, per una tutta mia personale logica sottesa, mi attendo che abbia voglia d’incontrarmi.

Non farti bella, bella mia. O fatti bella per altri.

Ritieniti libera dal gioco – non sarò io a prenderti e legarti al totem.

In realtà, a pensarci bene il gioco è solo una mia fantasia. Mia la scena, mia la parte, mia l’invenzione degli attori. Se guardo bene mi rendo conto che si tratta solo di fantocci che io animo per far finta di divertirmi, cioè di divergere dal già noto. Che essendo già noto, già mi ha enormemente stancato.

Si tratta di fede, si tratta di speranza. Che possa esistere un modus vivendi diverso. Una giardino fatato dove veramente gli attori recitino a puntino la loro parte, basandosi sulla sceneggiatura. Perché si realizzi infine lo spettacolo spettacolare che sbaraglia la prevedibilità del previsto.

La monotona ripetizione della scadente sciatteria.

Questa sono io. Una bimba che fatica a crescere e aderire al dato di realtà.

Per questo attivo risorse sepolte. Per questo mi muovo. Per questo agisco.

Faccio cose mirabolanti – quando credo alle parole che mi vengono dette.

Pronta all’imprevisto, alle scalate, all’esplorazione. Io sì, pronta al gioco.

Per credere che non sempre sia finzione, non sempre bugia, non sempre furbizia. Non sempre indifferenza. Malavoglia. Dimenticanza. Inconsistenza.

Poi esiste il processo di razionalizzazione o la snebbiatura del cervello. E mi rendo conto che l’altro, che avevo innalzato al ruolo di eroe o di guerriero indiano, è solo una comparsa presa dalla moltitudine e che veste panni senza neppure sapere chi sta impersonando. Non fa parte del gioco perché non ne conosce le regole sottese.

Indossa solo il costume ma è scostumato.

E’ dentro la scena, ma osceno. Non etico.

Rimango sempre male. Con le mie antiche tenere trecce nere e le calzette bianche seduta sotto le tamerici, rannicchiata a chiedermi perché.

Un problema di linguaggio, di significato delle parole.

Io ci credo sempre alle parole. E con loro costruisco castelli, spesso in aria”.

“Bastare a se stessi, essere tutto per se stessi in ogni circostanza, e poter dire omnia mea mecum porto (porto tutte le cose mie con me), è certo il requisito più salutare per la nostra felicità”.

Arthur Schopenhauer

– Consigli sulla felicità