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Attimi

Guerra e pace

Poi si guarda fuori e ci si inorridisce per la guerra e ci si riempie la bocca di grandi parole. Qualcuno non ha ancora capito che la pace nasce da noi. Come chi punta il dito sempre all’esterno perché il mondo è diventato cattivo e i giovani sono violenti e non c’è più l’armonia e la semplicità di un tempo quando per telefonare c’era il duplex.

Forse è ora, per qualcuno, di farsi un serio esame. Invece di continuare a guardare trasmissioni improponibili dove il male della cronaca nera viene spulciato in tutti i suoi – macabri – dettagli… possiamo chiederci finalmente a cuore aperto: Ma io agisco per il BENE? Ma io so creare pace e armonia? Oppure la guerra comincia dentro di me e si allarga a tutte le persone che incontro e che mi stanno vicino?

Ogni santo giorno che il Fato mi regala lo trasformo in un giorno buono o lo faccio diventare un campo di battaglia? Quanti sorrisi dono? Quanto gioco? Quanto sollevo lo spirito e quanto, invece, lo inabisso?

Perché tocca a noi fare per primi la pace. Fare la pace con noi stessi con i nostri errori e con le nostre debolezze e finalmente perdonarci e amarci. Fare la pace con chi ci sta vicino portando un aiuto se serve, una carezza, una cortesia.

Sarò retorica, ma è solo questione di etica. Durante le mie camminate trovo per terra a volte pezzi di plastica. Ho sempre l’istinto di raccogliere e mi sono detta che dovrei mettere nello zaino un paio di guanti e un sacchetto per lo scopo. Se non raccolgo è perché penso: a che serve? A che serve questo mio piccolo gesto di fronte allo scempio mondiale? La guerra se ci sarà avete presente cosa causerà all’ecosistema oltre alle morti?

Essere etica significa fare ogni minuto di ogni giorno tutto quello che mi è possibile fare nel bene e per il bene.

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Attimi

Criticare

Naturalmente è nel nostro diritto criticare. Abbiamo la facoltà di giudicare.

Ma io proprio non sopporto chi critica continuamente tutto. Avete tagliato il prato all’inglese? Invece di complimentarsi per il bel lavoro il/la criticone/a vi fa notare che avete dimenticato dei ciuffetti d’erba. Le/gli avete donato una casa con giardino? Si lamenta perché nel giardino di fronte ci sono due persone che non la salutano e quindi non esce più in giardino. Santo cielo!

Ci sono persone che dopo più di un anno di pandemia non sa godersi in pace le piccole gioie della vita. Stare con queste persone è davvero molto pesante perché sono negative. Su dieci comunicazioni ci sono dieci critiche. Nulla va bene. Hanno sempre la bocca dura stretta tesa. Non ridono né sorridono. Non fanno mezzo complimento. Non ringraziano. Semplicemente si lamentano e criticano. Tutto. Sempre.

Povere persone. Io cerco di stare alla larga perché proprio non ho pazienza con chi ha tutto e si lamenta. Lo trovo un comportamento intollerabile.

Io ringrazio del sole, dell’erba verde rasata all’inglese. Ringrazio dei fiori. E dei vicini con cui fare due chiacchiere. Ringrazio del cibo. Semplice. Di avere un tetto sulla testa e di vivere in montagna con un’aria sicuramente più pulita di quella delle città.

Persone pesanti. Punto.

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Ethos

Comunicazione da codardi

In un salotto televisivo mi è capitato, giorni fa, di sentire conversare rispetto al tema: i giovani e il loro disinvolto uso dello smartphone, così disinvolto da “mollarsi” – cioè chiudere un rapporto affettivo, con un messaggio su WhatsApp.

Non sono una nativa digitale come mia figlia. Sono una che si è trovata in mezzo, di punto in bianco, con queste nuove modalità di comunicazione.

Uno dei miei primi innamorati, a diciassette anni, mi ha scritto una lunga lettera con la stilografica. Poi mi mandava bobine di nastri registrati con la sua voce. Ricordo tutto questo con meraviglia e nostalgia.

Tempo perso, o meglio impiegato, per me. Per farmi il filo. Perché piacevo.

Oggi gli adolescenti, e probabilmente già i bambini, scrivono messaggi sullo smartphone per fare il filo, per dire “mi piaci” o per chiudere velocemente, come si strappa un foglio, un tenero fragile rapporto. Un metodo semplice veloce superficiale e un po’ pavido: perché non c’è contatto né ci si mette la faccia.

La cosa che mi fa venire i brividi è quando questa modalità comunicativa viene usata da un adulto. Da qualcuno che non è un nativo digitale. Da qualcuno che, come me, ha scritto e ricevuto lettere.

Ricordava mia madre, con grandi risate, di un giorno che nevicava, in un lontano inverno, e aprendo la porta di casa si è trovata davanti alla porta un cumulo di neve, un grosso masso ghiacciato: sotto c’era una lettera del mio uomo russo che si era fatto a piedi chilometri per lasciarmi lo scritto.

Trovo veramente aberrante che oggi un uomo di cinquanta o sessant’anni non riesca a prendersi le sue responsabilità guardando in faccia la persona a cui deve dire, o che non faccia una sana telefonata – mettendo almeno in gioco l’emozione della voce con tutto il suo ritmo tono volume pause – per dire; e preferisca inviare comunicazioni pesanti – e non pensanti – con uno scarno messaggio su WhatsApp.

Come rispondevo qualche giorno fa, so di essere tranchant. Trovo perciò intollerabile simile comportamento e non posso fare a meno di giudicare questa scelta come vile, vigliacca, indecorosa.

La persona che si comporta scegliendo questa scappatoia dimostra di non sapersi assumere la responsabilità delle sue scelte e di essere fondamentale un codardo.

Un povero essere debole e fragile senza spina dorsale.

Un vile.

” L’uomo è un essere di parola” – D. RONDONI

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Ethos

Inconsapevole

Ci sono persone estremamente inconsapevoli.

Semplicemente non si rendono conto, non sanno compiere una minima analisi – e autoanalisi – del loro ruolo in una situazione, del loro comportamento, inoltre sono totalmente privi di sensibilità ed empatia.

Direi che sono rimasti a uno stadio infantile. Vogliono il biberon, il ciuccio, essere presi in braccio. Essere sempre accuditi, senza dare nulla in cambio. Tutte le cure e attenzioni devono essere su di loro.

In realtà sono persone adulte, anche discretamente intelligenti, ma mancano in modo completo di intelligenza emotiva.

Possono essere persone che rivestono socialmente ruoli importanti. Ma poi, nella vita privata, non sanno agire comprendendo cosa è opportuno e bene fare, al di là dei propri infantili desideri e voglie. Tutto ruota intorno al loro ombelico.

Hanno sonno? Se ne infischiano completamente del fatto che arrivano ospiti e sarebbe opportuno prepararsi, preparare l’accoglienza. Non solo non si alzano dal letto, ma obbligano anche te a stare accanto.

Tu ripeti con voce dolce: Guarda che è bene alzarsi, tra mezz’ora abbiamo ospiti.

Niente da fare. Così il campanello suona, ci si precipita a vestirsi per aprire, ma gli ospiti se ne sono già andati.

Un esempio stupido, ma esemplificativo di come le persone inconsapevoli, alla fine, non hanno rispetto perché non hanno sensibilità verso gli altri. Se ne infischiano.

Non comprendono che c’è un tempo opportuno per fare ogni cosa.

Non comprendono quando è il caso di non chiedere.

Quando è il caso di ringraziare.

Quando è il caso di chiedere scusa.

Non hanno tatto.

Non comprendono tutto quello che gli altri fanno per loro.

Sono come neonati in perenne ricerca del soddisfacimento dei propri primari bisogni.

Non sono persone ” cattive”: non fanno volontariamente del male, non comprendono – perché non ne hanno coscienza – neppure il male che involontariamente fanno.

Stare con loro è estremamente faticoso. Non puoi aspettarti niente perché non sanno fare gesti di puro amore. Non sanno capire. Non provano com- passione. Non intuiscono il tuo stato d’animo. Non pensano a te.

Stamattina ho aspettato un essere così per un’ora e mezza. Invece di scusarsi sapete cos’ha detto? Beh: eri al lago cosa cambiava se io c’ero o non c’ero?

No comment.

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Ethos

Abbiate


( Mi scuso, ma per ” conflitto di versione ” questo pezzo era già stato pubblicato su iPad ma non veniva visualizzato sullo smartphone)
Abbiate una natura scattante casuale galoppante:

non prendetevi mai troppo sul serio.

Siate una forza elastica: allungatevi e riponetevi miniaturizzatevi.

Nell’inesprimibile fierezza dello stile

non prendetevi mai troppo sul serio

perché nell’infinito del molteplice

si afferrano sempre nuove combinazioni o nuove esclusioni.

Tra le diverse forme e maestrie siate discepoli e mai maestri.

Non assopitevi nella chiusa cerchia di vecchiezza e convenzione.

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Ethos

Pioggia

( Immagine fotografica di Eletta Senso )

Giorni di pioggia insistente forte battente scura. Si sta bene in casa al caldo. Ho dovuto rimettere in funzione la stufa.

Ho dato un’occhiata alle piantine nell’orto. Aggiunto erba cipollina per via dei fiori violetti a palla che trovo incantevoli. Il ruscello è in piena.

Chi semina, raccoglie. Così dicevo ieri all’uomo inconsapevole. È talmente inconsapevole che non capisce neppure questo assioma. Così come agisci, nella vita, così ti torna un fruttuoso raccolto o un rovinoso nulla.

Ogni giorno ci è chiesto di agire al meglio. Che il tuo parlare sia sì sì o no no. Se tu dai una parola, mantieni la parola data.
Non essere un fuscello al vento che si muove a destra o sinistra a seconda della tua convenienza.

Ogni mattino, inaugurando il nuovo giorno, ci viene chiesto di comportarci in modo corretto. Scegliendo di non fare male agli altri e a noi stessi.
In ogni piccolo o grande dettaglio o gesto, in ogni minuto e momento, in ogni scelta o progetto.

Ci sono persone che agiscono con comportamenti stolti e poi pretendono comunque di essere nel giusto. Ci sono persone che in tutte le esperienze precedenti hanno cercato di “fare i furbi”, di cavarsela comunque con la menzogna. Di aggirare gli ostacoli.

Tutto torna nella vita: tutto il bene e il male che facciamo. Prima o poi torna.
Così come semini raccogli.

P.s.
Dal Libro dei mutamenti – I Ching
Ch’ien

I destini seguono leggi fisse che si esplicano con rigore. Ma è in potere dell’uomo plasmare la sua sorte.
Dipende dal suo comportamento l’esporsi all’influsso delle forze benefiche o di quelle distruttive.
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Riflessioni

Quando manca

Una mia amica è fissata sull’assenza.

Più lui fugge – in Giappone, in Argentina, in capo al mondo – più lei lo desidera.

Perché?

Ho visto la casa dell’uomo assente o meglio, non l’ho vista: inghiottita com’è dagli alti alberi attorno. Soffocata da mani vegetali che coprono e nascondono. Forse lui stava lì, rintanato tra i cipressi, sepolto e come morto.

Ci rendiamo sempre conto dell’importanza di qualcosa o di una persona quando manca. Quando manca un braccio, la salute, un amico, un amore, un familiare.

È più l’assenza – della presenza – a lasciare tracce.

Tutto ci sembra dovuto e abbiamo anche il coraggio di lamentarci della noia.
Viziati dalla monotonia: nessun picco o vertigine, beviamo il nostro drink ostentatamente blasé.

I nostri taccuini pieni di piccole note. Piccoli impegni, ripetitivi riti e ritmi. Fare incontrare comprare organizzare socializzare e bere un the.

Non c’è un imprevisto che occhieggia tra le righe. Ci facciamo cullare dolcemente dalle onde: su e giù. Mai a picco. Eppure è il brivido che dannatamente manca.

Cerchiamo nei libri, nei film e telefilm, cerchiamo nelle riviste, un dato eccentrico. Ma noi non osiamo nulla di osé.

Eppure è il desiderio di una folata d’aria nuova che ci attrae come calamita.

Quanto affollano la mente le fantasticherie.
Quel che trascina – con la rete a strascico ogni residuo – strappando i coralli con le murene – lo ritroviamo nell’immaginare.

Immagina che…

I salti altissimi che ci regala l’immaginazione toccano vette: laggiù il mondo appare un nido di formiche.

Solo là apriamo le ali e ci lasciamo cadere nel Tutto.

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Amore

Che fare?

Che fare? Al di là dei manuali di psicoterapia e filosofia, o quelli pragmatici americani che ti spiegano con dieci regolette come agire per ottenere il successo l’amore il potere il denaro e ormai, visto la moda, un sorriso smagliante…

Che fare quando tutto è già stato detto e ripetuto e l’interlocutore appare immobile, un grande gigantesco corpo di Gulliver legato dai Lillipuziani?

Non serve il teatro panico, lo choc, un elettrochoc, non serve un megafono un microfono un palco la luce diretta sparata negli occhi o mettere dei manifesti e tappezzare il suo quartiere. Non serve dire dire ripetere chiarire argomentare spiegare esemplificare perché lui è sordo e immobile. E ti dice: Hai ragione. E poi non cambia nulla. La ragione si dà ai matti. Tu lo sai che non serve a nulla. E fai a pezzettini la ragione. Dovresti tagliare. Tagliare di netto la corda che ti lega e volare via. Lontano. Lontano. Lui non appartiene alla schiera degli uomini che non tollerano di essere lasciati e ti inseguono con l’ascia, il coltello, la pistola e pum: tu muori. Lui, semplicemente, ti riprende. Ti dice: Hai ragione. E tu allora gli ri-credi. Ri-credi che tutto davvero può cambiare. O almeno un frammento un pezzettino un angolo di sole e di cielo blu. Sarà nuovo questo nostro tempo e lui saprà farmi sentire amata desiderata voluta scelta. Farà un gesto nuovo.

Quest’anno mi regalerà un uovo pasquale e, dentro, ci sarà una bellissima scatolina e io romperò l’uovo e prenderò con gratitudine la bellissima scatolina e la aprirò, pregustando la sorpresa, e dentro, dentro il velluto rosso della scatolina troverò un bigliettino e allora lo aprirò col cuore che batte finché gli occhi vedranno e leggeranno la scritta minuta e calligrafica, scritta con inchiostro blu: HAI RAGIONE.

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Graffio, Uomini

A volte tornano

Stavo pensando all’estrema frammentazione dei rapporti. Allo sfaldamento del terreno, agli smottamenti e valanghe ( proprio ieri qui in montagna ne ho vista una ).

C’è stato un periodo in cui tre, quattro anni fa ho incontrato diversi uomini. Quando termina un rapporto e non si desidera star soli basta, oggigiorno, guardare sfogliare i cataloghi e scegliere il prodotto, fissare un appuntamento dopo aver verificato che il prodotto non è avariato, e uscire a cena. Due chiacchiere e si verifica.

L’altra sera mi è arrivato su WhatsApp un messaggio. Era un interessante uomo che avevo appunto incontrato almeno tre anni fa. Mi chiedeva, dopo tre anni di assoluto silenzio, come stavo, se mi ricordavo di lui e se volevo riuscire per una cena.

Tre anni. In tre anni ne possono capitare di cose. La persona in questione ha avuto tutto il tempo, dopo la nostra unica cena, di mantenere un contatto se ci fosse stato un interesse. Non l’ha fatto. Io neppure appartenendo a quella categoria di donne che amano essere corteggiate e che non si impongono. Nulla. Il caro brillante intelligente uomo non si è fatto più vivo. Avrà cercato sul catalogo altre donzelle.

Non è la prima volta che mi capita un revenant: uno che ritorna in vita dopo anni. Logicamente da un lato mi fa piacere perché significa che, alla fine, lascio un buon ricordo, dall’altro lato mi chiedo quale senso abbia farsi vivo dopo un lasso di tempo così lungo. Nel frattempo non si è trovato di meglio? Quando la solitudine bussa basta sfogliare l’agenda e come i petali di una margherita verificare, uno dopo l’altro, la disponibilità di un numero?

Un tempo se, dopo una cena, una donna ti interessava facevi in modo di mantenere il contatto. Ma ormai con smartphone alla mano manca il tatto e anche l’olfatto e il – buon – gusto.

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Ethos

Abbiate

Abbiate una natura scattante casuale galoppante e fortunosa: non prendetevi mai troppo sul serio.

Siate una forza elastica: allungatevi e riponetevi – miniaturizzatevi.

Non prendetevi mai troppo sul serio nella inesprimibile fierezza dello stile perché è nell’infinito che si afferrano sempre nuove combinazioni e nuove esclusioni.

Siate discepoli e mai maestri tra le molteplici forme elettive: non assopitevi nella cerchia stantia della vecchiezza convenzione ed estinzione.

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Uomini

Goffredo

Non so per quale motivo mi è venuto in mente Goffredo. Stavo distesa a prendere il sole torrido di questa ottombrata dal cielo blu indaco e mi è venuto in mente. Qualcuno sfugge sempre dai miei calcoli e ricordi per riaffacciarsi d’improvviso e senza preavviso.

Ero stata invitata a casa sua un sabato mattina. Di lui sapevo che aveva girato il mondo in barca con la famiglia ed era stato oggetto di un articolo su un quotidiano nazionale. Quando sono arrivata l’ho trovato a pulire il giardino. Era una nebbiosa giornata di novembre. Indossavo una giacca di cuoio foderata di pelo e stivali. Ricordo che lui aveva apprezzato la qualità del pellame perché era il suo lavoro.

Dopo due chiacchiere mi ha detto se gradivo un caffè. Lo gradivo e, quindi, mi ha fatto accomodare in cucina. Goffredo era un bell’ uomo, mi sembra avesse la barba. Indossava un maglione verde bottiglia e mi piaceva osservarlo mentre mi preparava il caffè.

Fu quando me lo mise sul tavolo che arrivò un essere ciondolante in pigiama, anche i capelli scomposti ciondolavano sul viso di adolescente dodicenne. Non fece caso alla mia presenza, come se fosse abituata a vedere una donna sconosciuta seduta nella sua cucina a bere un caffè con suo padre. Io ero allibita: Goffredo, invitandomi, non aveva accennato all’insolita presenza di una figlia tra noi.

Ancora sotto choc fui edotta sul proseguo della giornata: occorreva correre a prendere il sesto televisore. E saremmo andati tutti e tre: l’allegra famigliola.

La dimora di Goffredo era molto grande, mi aveva fatto fare il tour delle stanze, in una saletta si era anche prodigato con effetti a sorpresa: allo schiocco delle dita il camino si era acceso. In sala principale le foto digitali scorrevano facendo vedere una moretta. Probabilmente la madre della ciondolante.

Tornati a casa dopo la compera del sesto televisore, Goffredo si è proposto di preparare il pranzo. Ero seduta in cucina, stranamente sola con lui, quando cominciarono le telefonate delle altre due figlie. ” Ciao papi, dopo veniamo a fare due vasche… bla bla bla”.

Così dopo pranzo, al caffè, immancabilmente mi trovai circondata dalle figlie di Goffredo: tutte e tre più un cocker.

Nel pomeriggio mi trovai in uno studiolo a chiacchierare con la figlia più grande di uomini. Era simpatica e ci intendevamo, Goffredo era sparito, non so a fare che, in qualche ala o palestra o piscina coperta o sala o studio della casa.

Verso le diciannove pensai bene di dire: – Io vado. Fu allora che la figlia adolescente con aria stupita mi chiese: – Ma come? Non resti qui a dormire?

Doveva essere anche quella una consuetudine.

Non volli più vedere Goffredo.

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Psiche

La responsabilità individuale

Pensavo stamattina a tutte le esperienze negative che ho avuto nella vita. Pensavo che, alla fine, a qualcosa mi sono servite. Qualcosa ho imparato tramite esse.

Recalcati in una delle sue conferenze dice:

” La psicoanalisi pensa che un soggetto è sempre responsabile. La psicoanalisi rifiuta l’idea che il soggetto sia vittima anche quando il soggetto è stato vittima ; ragiona non prendendo il soggetto come vittima perché se si prende il soggetto come vittima egli resterà inchiodato in questa posizione e farà “la vittima” tutta la vita. Sempre.

Hai subito drammi, solitudini, violenze? Hai subito uno stupro? La psicoanalisi gli dice : – Sei responsabile. Ma di che cosa? Non certo dello stupro, che hai subito, ma di che cosa ne fai di ciò che hai subito. La psicoanalisi non viene a meno di questo categoria di responsabilità.

In psicoanalisi non esiste determinismo. Non è che date certe cattive esperienze nella vita, abbiamo certi effetti necessariamente. In mezzo, tra la causa e l’effetto c’è la particolarità di ciascun soggetto. Come riesco a trasformare anche esperienze dolorose, cattive in qualcosa di generativo?”

Il testo è ridondante perché trascritto da parte di una sua conferenza, e quindi trascrizione di un linguaggio parlato.

Ecco: questa è la domanda sostanziale. Poiché tutti, chi più chi meno, nella vita deve fare i conti prima o poi con esperienze dolorose e traumatiche: come si può riuscire a trasformarle in qualcosa di generativo? Qualcosa che genera, cioè fa nascere, qualcosa di nuovo?

Come uscire dalla fantasia: sono sfortunato/a, sono vittima di eventi negativi? Come prendere in mano il nostro presente e futuro dando una decisa svolta? Probabilmente attraverso la consapevolezza.

Più facile a dirsi che a farsi.

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Ethos

Prevaricazione

Oggi vorrei riflettere sul comportamento prevaricante. È un comportamento che hanno i dispotici. Prevaricare, infatti, significa imporsi ingiustamente con azioni estremamente autoritarie.

La persona prevaricante decide da sola anche se la propria decisione incide sulla vita altrui, anche se la sua decisione coinvolge altre persone direttamente. ( Faccio questa precisazione: ogni nostra decisione incide sull’ambiente circostante indirettamente ).

La persona prevaricante non ha necessità di confrontarsi, di chiedere il parere altrui: è un uomo ( o una donna ) solo al comando, se ne infischia delle truppe che dovranno semplicemente eseguire gli ordini. Nella vita privata è il padre padrone, il marito autoritario ( non autorevole ), il compagno dittatoriale non assertivo. Pare assurdo che esista ancora questa figura dopo la fine dell’epoca patriarcale. Invece.

Di fronte a scelte importanti questa figura sceglie: indipendentemente da chi gli sta attorno, familiari compresi. C’è da cambiare una casa, un luogo abitativo, c’è da scegliere cosa fare in futuro? Lui pensa, decide e comunica. Non si abbassa mai a porre le semplici e importanti domande: – E tu, cosa ne pensi? Sei d’accordo? A te cosa piacerebbe fare?

La persona prevaricante non vuole intralci alla sua imperiale scelta e decisione. Non intende perdere tempo attraverso il confronto. Non è in grado di prendere in considerazione altri punti di vista.

Normalmente è una persona mancante di empatia: che la propria scelta o decisione provochi sofferenza o disagio ad altri non gli importa. Il piccolo re sul suo piccolo trono vuole il suo balocco. Null’altro gli importa. Trascina con sé le marionette che ripone nella scatola con tutti i fili che gli serviranno a manovrare la prossima volta e la prossima volta. Finché, forse un giorno, aprendo la scatola la troverà vuota. A volte le marionette stanche fuggono a farsi manovrare da sè.