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Ogni giorno

Immagini grafiche di Eletta

Ogni giorno le chiacchiere su Sanremo. Ogni giorno i dati dei contagi e dei morti.

Siamo così aggrappati alla leggerezza e sospinti nel baratro.

Non ho mai visto Sanremo. Ma, ormai, anche senza vederlo è ovunque perfino nella homepage del Corriere della Sera on line.

Si scrive sui look: chi vince e chi perde tra mantelle chiffon e paiettes… Le donne che ancheggiano tra spacchi piume e frange.

Intanto ogni giorno, uno sí e uno no, tanto per preparare l’otto marzo con le primuline, alcuni compagni assoldano sicari per dare un bel taglio che sgozzi la donna o altri ci pensano loro armati di scure. E chissenefrega se qualche denuncia è stata fatta.

Cose così: nella macedonia quotidiana dove si mescolano pezzi di vita soffocata e morte annunciata.

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Lento lento

Immagini fotografiche di Eletta Senso

Lento lento il passo – misurato e attento – che rimane nel sangue la paura di ri-cadere d’improvviso per una lastra di ghiaccio infido… ieri dopo quaranta giorni ho fatto la camminata fino al lago. La più lunga.

Lento il passo, sotto i ramponi, a sinistra un bastone da trekking. La neve era battuta dai gatti e dalle motoslitte tra cui il trabiccolo di cui ho già scritto :

Poi a casa lentamente e con grande pazienza ho cercato di aprire la confezione di pancetta affumicata, la confezione di spezzli, la confezione di pecorino grattugiato… per cucinare e pranzare.

Elogio della lentezza. Forse questo ho dovuto imparare a mie spese. Generalmente non sopporto la lentezza che trovo esasperante. Metterci tre ore per allacciarsi le scarpe

Con questo risultato.

Eppure rispetto a com’ero quindici o vent’anni fa già avevo imparato a gustare la lentezza, infatti ora a tavola sono sempre l’ultima a finire : ho imparato a gustare invece di ingurgitare.

Evidentemente devo fare ancora progressi nella mia personale via evolutiva nel concedermi più lentezza. Più spazi vuoti, meditativi. Senza sensi di colpa se non “produco attività”. Stare godere di quello che si ha, gustare assaporare respirare vedere…

Finalmente la mia mano destra comincia a muoversi chiudersi aiutare la sinistra. Ora dovrò lavorare per ridare forza al braccio atonico e alla mano, ma il più è fatto.

Evviva!

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Trauma

Immagini fotografiche di Eletta Senso

Mi mancano molto le passeggiate e camminate lunghe. Mi manca il lago coperto di ghiaccio e neve con i suoi colori d’ambra e verde Veronese.

Un trauma così funziona: d’improvviso, senza preparazione alcuna, ti scaraventa in un momento di fragilità e ogni passo diventa cauto lento insicuro per la paura che ti entra nel sangue.

Qui è stato ed è un inverno molto nevoso e il ghiaccio è ancora molto presente sui sentieri. Così cammino con i ramponi sotto gli scarponcini e un bastone con molta calma e attenzione ( è mio desiderio dopo 40 giorni guarire e non tornare a cadere).

Stamattina a metà valle ho fatto la mia prima camminata a passo svelto perché lì le strade sono già pulite e stanno spuntando le prime primule.

Io che amo l’inverno, questa volta non vedo l’ora che arrivi la primavera e mi auguro che non porti un altro lockdown…

Incrociamo le dita 🤞

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Bilancio

Da Pinterest

Bilancio di un mese di gesso braccio destro.

Ho imparato i tempi lenti : per mettersi un paio di calze, per mettere il dentifricio sullo spazzolino, per mettere i cavi di ricarica agli apparecchi, per aprire un sacchetto…per tagliare il cibo ( impossibile senza due mani). Lentezza e pazienza per fare tutto.

La cosa più difficile? Lavarsi. Il gesso non può bagnarsi: per cui in questo mese ho dovuto coprirlo con un grande sacco di plastica e con pazienza e con i denti chiuderlo in alto.

Con solo la mano sinistra è impossibile lavarsi bene a sinistra, perché il braccio non è curvabile più di tanto… E nemmeno lavarsi la schiena.

Un’altra cosa che mi è stato impossibile fare : pettinarmi con il pettine. Per cui sono andata di spazzola… Per fortuna ho la mia parrucchiera…

Comunque un mese è passato e lunedì toglierò il carapace che ha protetto il polso.

Devo ringraziare il mio amico gatto che mi ha tenuto compagnia e che mi ha fatto ridere: anche ieri sera mi divertivo a spettinarlo ormai il pelo sta diventando molto lungo e guardavo la sua faccia irritata: – Ma che cavolo ridi?

Mi ha regalato anche molta tenerezza : ormai mi segue come un’ombra e gli piace riposare appoggiato al mio gesso tenendo la zampina appoggiata.

Anche a lui dopo lunedì non sembrerà vero vedermi con due braccia normali e non dover attendere con pazienza il suo cibo perché finalmente riesco ad aprire una scatola con più solerzia.

P. s. Stamattina ho fatto un bagno per togliere la stanchezza di un mese e… incautamente, dopo essermi tolta la plastica e essermi avvolta in un telo di spugna per asciugarmi, non ho avuto il tempo e la velocità per svuotare la vasca, risultato: mi son vista arrivare il mio curioso gatto grondante. Non poteva fare a meno di provare l’ebbrezza di un buon bagno pieno di schiuma!

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Mister miparloaddosso

Quando il cielo è terso di un blu violaceo e il sole brilla vado a sorbirmi i suoi benefici raggi in un angolo con una panca di pietra.

Ieri ero lì a godermi l’aria e il sole quando è arrivata una coppia con cagnolino.

Fa sempre piacere scambiare due parole e la coppia si è fermata con noi.

Purtroppo ho scoperto, dopo la profusione di inutili e vane parole che lui era mister parlo solo io. Codesti tipi ti investono con il loro chiacchiericcio a valanga e lasciano nemmeno un piccolo spiraglio per con– vers – are.

La politica locale e nazionale, le brasiliane, la partita alla tv senza scheda, i due appartamenti… Mistermiparloaddosso sciorinava tutto quello che gli veniva in mente per amor della loquela. La moglie era svanita e persa, come rimbambita negli anni da tutto quel vaniloquio del consorte.

Ho fatto finta di scoprire che era tardi per fuggire via. Giacché al monologo preferisco la conversazione. Ho lasciato l’attore sul palco senza pubblico e sono andata via.

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Flash

Colazione e cena

Se ho fame, mangio. Se ho sonno dormo.

Questo ricordo di una favola zen. Favole che ho letto e riletto in questo periodo di incidente al polso destro.

Flash della degenza ospedaliera che finirà stamattina.

Scosse elettriche alle dita mentre entrava l’ago della anestesia

L’infermiera che alle tre di notte mi chiede : – Come va cara? Riesce a muovere le dita?

Il chirurgo che dice: Spara! All’addetta lastre mentre mi mette il filo nell’osso

La voglia continua di un caffè e la cena con the fette biscottate e marmellata e la colazione idem dopo 24 ore di digiuno

La difficoltà a gestire l’ingombro del gesso

Il braccio fantasma morto legato al letto perché ingovernabile poteva picchiarmi ( cosa che mi fa sempre ridere e che non sapevo)

Tutto il personale veramente cortese gentile e sorridente tranne una donna nervosetta

L’animazione da vespaio delle infermiere in sala operatoria per un figo irraggiungibile

Le carezze date dal mio gatto la sera prima di entrare in ospedale : con la zampina continuava ad accarezzare il mio viso. Le così dette bestie sanno essere più umani degli umani.

Tra un‘oretta mi dimettono e torno a casa.

A casa!

Sono a casa ringrazio di cuore ancora tutti voi per la presenza calda e affettuosa

Per un mese avrò il gesso al braccio destro e quindi faticherò un po’ scrivere

Presto tornerò a trovarvi nelle vostre case virtuali e a commentare con più calma perché scrivo con la sinistra e fatico

Non ho ancora capito il senso di questo accidente incidente tranne che sono stata supercontrollata e i parametri sono risultati tutti nella norma e non sono positiva al Covid

Erano decenni che non facevo analisi… Quindi tutto sommato bene: il dolore è transitorio e passerà come le nuvole nel cielo

%

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Incongruente

La si vede passare ogni giorno carica di legna. La donnina è antica. L’incarnazione delle donne di montagna…sempre vestita uguale, in modo semplice con una sottana a piccoli disegni, un maglione peluccoso, i capelli non curati e il viso rubizzo di chi è abituato a stare all’aria: sempre.

È passata poco fa, carica come sempre di lunghi rami e legna, l’ho salutata con un buongiorno a cui ha risposto asciutta. Dato che io sono a godermi il sole su una panchina l’ho seguita con gli occhi e ho visto, con mio grande stupore, l’incongruenza: ai piedi non portava come sempre gli scalcagnati scarponcini, ma un paio di Nike nuove fiammanti con la suola che si illumina. Ora era spenta.

Mai particolare mi è parso più incongruente: sono scarpe che ho sempre visto sui bambini, anche mia figlia ne aveva un paio, o sui giovani.

Evidentemente, con lo stesso spirito semplice, che la porta a essere sempre uguale a se stessa, ha accolto quello che credo un dono: semplicemente usandolo nonostante l’incongruenza.

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La musica incantoria

Immagine fotografica di Eletta

La musica incantatoria

nell’aria densa di gocce sonore

mi sveglia.

Le parole

non rimbalzano

nei mulinelli d’acqua color quarzo.

Il silenzio talvolta è eloquente.

Incide le differenze

come fessure di pietra.

Ritorno ai ritmi perfetti.

Alla quiete.

Giacché non ho

desideri irraggiungibili.

Tranne stare

come una gatta accanto al fuoco.

Scemata la ricordanza

lascio i dettagli

irriverenti e corrosivi

fuori.

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Delizioso assembramento

Immagine fotografica di Eletta

Stamattina c’è stato un delizioso assembramento vicino al mio orto. Ero lì a rastrellare. Il mio vicino di destra stava mettendo a posto lo scantinato e portava via roba. Avevo la musica nelle orecchie e quindi ho continuato il mio lavoro. A un certo punto ho visto un’altra persona che arrivava: era il mio vicino di sinistra. Così ho tolto le cuffie e, con un corretto distanziamento sociale, al di là della rete abbiamo fatto due chiacchiere. Un po’ di sano gossip.

Mi hanno raccontato dei polli caduti nelle reti dei controlli: quelli che non hanno ancora capito la gravità della situazione. Forse perché pensano che qui siamo protetti dalle vette.

Prima di fare l’orto avevo fatto la mia passeggiata nei dintorni della casa con la mascherina. Duecento metri. Non di più. A me mancano molto le lunghe camminate, ma credo che ora sia importante seguire le regole.

Sulla mascherina non tutti sono concordi, ma a me non fa fatica portarla e credo che sia meglio, almeno come gesto altruistico. Pare che serva più a non contagiare gli altri, nel caso io sia asintomatica, che a me come protezione. Stamattina mentre chiacchieravamo intorno al mio orto è arrivata una signora con la tuta arancione a darci una mascherina a testa.

Mi ritengo già fortunata perché ho scelto di vivere in montagna, perché ho un giardino e un orto, perché siamo circondati da pinete e aria pulita.

Mi ritengo fortunata perché mi sento sempre in vacanza ( anche se so che le vacanze prenotate per giugno sono già saltate ). Mi ritengo fortunata perché i miei familiari stanno bene.

E perché ho un pezzo di terra da coltivare con amore per piantare seminare curare piante e piantine per raccogliere i frutti questa estate.

Mi ritengo fortunata perché sono qui: in città sarei già andata fuori di testa.

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Danza

Eppure danza

nel trine della galaverna

la intatta natura

– con minime scosse e trafitture

per la nostra perenne oscillazione

e i gorghi dei pensieri umorali.

Come se fosse una vendetta

di annoiati dei.

Si ergono assoluti e danzanti gli abeti

nell’intima immensità della coscienza cosmica.

Così solenni e belli

così essenziali.

Come fantasma gelida e silenziosa

è scesa la notte intenta nel ricamo.

Immagini fotografiche di Eletta
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Non eravamo pronti

Hanno tolto la pubblicità del Crodino, ne avevo scritto giorni fa per l’incongruenza del messaggio nello spot: abbracciamoci tutti. Ma molte pubblicità che ancora passano sono e appaiono “fuori contesto”: logicamente programmate prima.

Non eravamo programmati noi prima, per questa situazione. Non eravamo pronti. Ai numeri dei caduti, al numero dei feriti, ai numeri. Non eravamo pronti a stare chiusi in casa.

Non eravamo avvezzi alla convivenza: mariti che devono riadattarsi alle mogli, e mogli ai mariti, genitori che devono ri-imparare la vicinanza con i figli. E non tutti hanno una casa grande.

Non eravamo programmati per avere tutto il tempo vuoto. Tempo da riorganizzare da capo. Ora che c’è tempo per leggere, la mente vaga perché il pensiero è fisso. Difficile concentrarsi. Difficile svagarsi. Imparare la lentezza e imparare a gestire il tempo vuoto. Non facile in questo tempo nero. Non eravamo pronti alla morte: grande tabù del nostro tempo consumistico e di plastica facciale.

In questo tempo nero si sciolgono le maschere. Siamo esattamente quello che siamo. Senza più trucchi perché non ci sono più parrucchieri e truccatrici. Appaiono allora tutte le nostre rughe, occhiaie, nei.

È il momento di fare un po’ di ordine relativamente alle priorità. È il momento di fare un elenco della nostra scala valoriale. Ed è anche il momento di operare, se possibile, un minimo cambiamento. Imparare la gentilezza, mettere in campo la pazienza, la cortesia, la tolleranza.

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Santo cielo

Santo cielo! Nervi saldi in questo periodo. E una necessaria capacità di reset. Risettiamo le nostre abitudini e le nostre priorità. Rimettiamo ordine nella nostra scala valoriale.

Ci vorrebbe un antivirus come quello che ho nello smartphone. Gira gira ed elimina. Servirebbe una bacchetta magica… o servirebbe un po’ di sale in zucca.

Un po’ di politica preventiva migliore ai tempi che furono e un minimo sindacale di responsabilità individuale.

Noi qui, che viviamo nel deserto montano – tra camosci e volpi – ci parliamo a dieci metri di distanza anche con il vicino di casa o con l’unica amica che passa col cane mentre sbattiamo i tappeti.

La frase che ho ripetuto anche qui, fino alla noia: Ciascuno è responsabile di quello che dice e fa e ne subisce le conseguenze – non è mai stata così attuale e vera.

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Sei marzo

Ieri, riordinando le immagini sullo smartphone, ho visto questa.

Sei marzo. Il vento si era alzato sollevando in un turbine la gonna della neve. Ricordo quel giorno come ancora “spensierato”. Forse ancora non c’era in me l’idea della catastrofe, della imminente guerra. Come una bambina avevo gioito per l’inatteso spettacolo. C’era il sole in terrazza.
Ora siamo soli. Soli e chiusi dentro nel dolore. Nella paura dell’attesa.
C’è questo tsunami che ci inghiotte e con noi tutto. I nostri libri abitudini giri spese vestiti cani amori amici divani quadri. Tutto sprofonda e diventa un mulinello di polvere.
Sono giorni di estrema agonia.

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Non c’è niente da fare

Non c’è niente da fare. I viziati sono viziati e, neppure in un momento di emergenza nazionale, riescono a rinunciare a qualcosa, a modificare le proprie vogliuzze quotidiane rinunciando a soddisfarle.

Questione di autodisciplina e responsabilità. Le regole dicono distanziamento sociale? Non capiscono. Nel mio piccolo cerco di usare la testa e ho ordinato via WhatsApp la spesa in modo da non permanere a lungo nel negozio che è un piccolo negozio. Vado per caricarla: tutti i parcheggi pieni e un bel gruppetto di ragazzotti a fianco della strada che “socializzano” e ridono.

Ieri i parcheggi erano vuoti considerando che la parrucchiera è chiusa e il negozio di alimentari è davvero piccolo. Oggi non si sa perché c’è tutto questo gran movimento. Torno a casa e riprovo tra un’ora. Vediamo se i ragazzotti sono finalmente andati a casa. E se c’è un parcheggio libero.

Riesco finalmente ad andare anche perché la proprietaria mi ha lasciato uno spazio davanti al negozio. Esce e mi carica la cassetta piena di roba. Pago velocemente e con la giusta distanza. Mi dice: – Se ha bisogno nei prossimi giorni e non può venire gliela portiamo a casa la spesa.

Ecco: una semplice cordiale cortese gentile frase come questa fa bene al cuore. In questi giorni di estrema emergenza dovremmo tutti imparare a essere più gentili e cortesi: non costa molto ma scalda il cuore.

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Tutto stride

In questo periodo tutto stride. Il sole e il caldo, le pubblicità con le persone felici che si abbracciano e baciano, le trasmissioni registrate con la scritta che passa…

Tutto è cambiato improvvisamente e quello che era normalità fino a qualche settimana fa, ora non è più normalità. La campagna pubblicitaria del Crodino, in assoluto, la più o-scena nel senso di fuori dalla scena, dal contesto. Infatti ci si chiede proprio di abbracciarci e stare vicini.

Ci stiamo abituando alle strade vuote, alle piazze vuote, agli studi televisivi vuoti, agli ospedali pieni.

Stamattina siamo saliti al lago. Eravamo da soli. In mezzo alla neve e al sole caldo. Tutta mattina in una valle alpina vuota. Nessun suono di autoambulanze. Nessun contatto. Nulla strideva: solo un sentore strano… un sottofondo di catastrofe sistemica che alberga nei nostri cuori e nelle nostre menti come un pipistrello nero.

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Cronaca,

Usiamo la capocchia

Dal web

Ho trovato davvero “illuminante” questa metafora visiva. Così semplice, così evidente, così chiara. Basta che un elemento faccia un passo fuori, un passo diverso. Giù o su.

Comunque diverso dalla fila di fiammiferi che già è bruciata mentre diceva: – Io faccio la vita di prima.


Così mi ha detto un’amica della valle. Pranzi cene al ristorante, aperitivi, sempre in giro tutto il giorno per Centri commerciali.
Non le ho detto nulla.


Io che sono già in una situazione “privilegiata” vivendo in una piccola comunità, ho fatto quelle piccole operazioni di rinuncia per evitare i contatti sociali. Niente parrucchiera, per esempio. Niente spesa nei supermercati. Mi arrangio con quel che ho. Fare dei piccoli sacrifici non mi costa se l’obiettivo è la salute non solo mia.


Quindi, tornando alla metafora visiva, essere responsabili e non superficiali è davvero molto importante. Fare un passo diverso oggi può significare un percorso e un obiettivo diverso. Usiamo la capocchia prima che bruci.

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Bufera

Dopo pranzo si è alzato il vento. Con la danzante veste ha sconvolto la pineta facendo volare nuvole di neve. Meraviglioso spettacolo.

Arrivavano impetuose e improvvise folate e subito si alzava questo fumo di polvere luccicante. Ho pensato che era simile a un incendio.

La Natura offre spettacoli così teatrali da unire gli opposti: il ghiaccio diventa fuoco.

La danza è durata parecchio. Il vento prima ha ghermito in alto, per poi scendere fino a riempire la terrazza di cristalli luminescenti. Un gioco di luce.

La fotografia eseguita con lo smartphone non rende lo spettacolo. La bimba che c’è in me non ha potuto fare a meno di applaudire e gioire.

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Neve a marzo

Soprattutto ora, in questo periodo di calamità dilagante, mi rendo conto di quanto sia fortunata a vivere qui.

Niente affollamenti. Niente code agli sportelli: qui andare, per esempio, all’Ufficio Postale significa trovarlo vuoto o al massimo con una persona. Nell’ambulatorio del medico ci sono poche persone nella saletta di attesa e di certo non vado ora: avendo pensato bene di farmi fare le ricette prima della emergenza.

Quel giorno l’ambulatorio era vuoto e ho detto al medico: – Che fortunata, non c’è nessuno oggi. Evidentemente l’influenza qui quest’anno non ha colpito forte. Mai più pensavo a quello che sarebbe successo.

Non ho voluto leggere e informarmi per tre giorni. Non ho letto i quotidiani, non ho visto i telegiornali. Cominciavo a non dormire la notte e ad avere incubi.

Non ho mai vissuto una situazione simile, come tutti noi d’altra parte. Stress test. Verificare come reagiamo in situazioni estreme. Io, essendo una ansiosa per esperienze regresse, le vivo male. Mi pare di essere avvolta in una nube nera tossica.

Eppure qui l’aria oggi è tersa per l’abbondante nevicata di ieri. Ma non posso fare a meno di pensare ai miei cari giù, che vivono e lavorano in città. Alle quotidiane difficoltà che devono affrontare.

Il paesaggio incantevole di stamattina stride con quello che sta accadendo.

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Il sole

Immagine da smartphone di Eletta

Dopo la neve di ieri, stamattina ha infuriato il vento. L’automobile era piena di neve. Più giù: il sole terso nel blu ha rimbalzato sulle pinete creando pizzi e ricami.

Sto al sole come una lucertola. Mi mancava dopo la bufera. Il tempo meteorologico varia come il mio umore.

Per fortuna febbraio termina. Le primule coperte di neve preannunciavano marzo. Un rametto di mimosa stava insolitamente poggiato sul davanzale di una finestra. Forse un omaggio notturno a una ignara donna.

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Surreale

Surreale situazione. Si procede attraverso una molteplicità di piani scomposti. Sulla neve, mentre osservo un albero con i rami contorti per farne uno schizzo sul blocco, fa caldo. Siamo sulla neve, ma volano farfalle. E si sta in maniche corte. Il sole scotta.

Al bar per un aperitivo c’è gente. Il parcheggio della piazza, normalmente deserto, è pieno. In un gorgo improvviso sale alla coscienza il motivo. Ci sono bambini e mamme e nonne: le scuole giù sono chiuse. Chi poteva è venuto su.

L’oscillazione psichica cambia repentinamente piano. Non è più Carnevale, non è più una giornata di primavera anticipata… non è più.

Non è più il piano consueto. Basta afferrare al volo cosa dice la gente… il tema unico attorno a cui gira tutto. Dona, purtroppo, un timbro inconsueto a ogni momento della giornata, una nota nascosta ma stridente, stonata.

Come in un armadio di vetro qualcosa si è rotto.