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Affinità

Affinità

Immagine fotografica di Eletta

L’affinità elettiva. Un sentire “insieme” sintonico. Essere in profonda comunicazione. Al di là delle parole. Un’intimità viscerale e radicale.

L’ho provata, almeno una volta in vita con un partner. È stato davvero magnifico. Parlare la stessa lingua, sentire le medesime emozioni. Stupirsi e gioire insieme: per una camminata in mezzo alla natura, per un concerto di musica classica, per una visita in un museo o in una città d’arte. Essere due, ma diventare un terzo essere. Ricreare l’unità perduta.

Il tipo era, è, un architetto. Avevamo lo stesso gusto per le forme e i colori. La sua preparazione si univa alla mia nella creazione estetica e abbiamo progettato e portato a termine due creature nostre.

Pareva tutto rose e fiori. L’uomo aveva un quoziente superiore alla norma – così mi ha confermato lo psichiatra. Peccato che lo psichiatra mi ha anche confermato che se non mi fossi allontanata da lui sarei morta: mi avrebbe ucciso.

Genio e follia spesso vanno di pari passo. Da allora non ho più avuto il piacere di vivere una affinità elettiva con altri. Niente gallerie e mostre d’arte, niente concerti da assaporare piano, niente conversazioni sui temi che prediligo. Ho vissuto da sola ogni emozione, stato d’animo e sentimento.

Avevo trovato ultimamente un’amica che credevo potesse diventare una a cui dire e con cui condividere. Così pareva all’inizio: andremo faremo…

Ha preferito mettere al primo posto i suoi infiniti impegni professionali senza mai lasciar spazio a un caffè o una tazza di the. O a un teatro. Cinema. Concerto.

Mi manca davvero molto un referente con cui condividere quello che sento e che provo. Mi manca l’altro elemento chimico con cui crearne un terzo.

Per questo scrivo e pubblico qui e altrove: per gettare onde che trovino risonanza. E, francamente, trovo più risonanza qui con perfetti sconosciuti, che nella vita reale e quotidiana.

Per questo ringrazio di cuore tutti quelli che, leggendo quello che scrivo, riescono a dare nuovo impulso alle onde emozionali e creare un moto.

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Arte

Prigioni

Immagine fotografica di Eletta

– Tu sei un Prigione. Sai quei corpi rinchiusi nella pietra da Michelangelo… sei statue: i Prigioni.

Forse lui non sapeva e le parole rimanevano senza immagine. Senza richiamo. Senza eco. Senza riverbero specchio risonanza.

– Non ti perdonerò mai di non aver voluto visitare una villa nelle Giornate del FAI.

Ricordava le tante visite alla villa. Con amiche. Con uomini. Da sola. Mai con lui.

Strana vita la sua. Amava ballare: mai avuto uomini che amavano ballare. Amava l’arte: a parte l’architetto mai avuto un altro partner che amasse l’arte. L’ultimo compagno poi: nessun concerto di musica classica, nessuna gita fuori porta, nessun interesse, il nulla assoluto. Aveva dovuto trascinarlo in vacanza. Un po’ depressino- così aveva incautamente detto la psicoterapeuta ( che l’aveva rimproverata perché aveva emesso un giudizio. Non si deve giudicare ).

– Ma che ti importa? Vai da sola.

Così le aveva detto l’amica che non si scollava mai dal suo amore. Sempre appiccicata a lui.

Certo: vado anche da sola.

Ma hai mai provato la meraviglia della con- divisione? Quando a vedere sono quattro occhi e a palpitare due cuori? Hai mai provato a stare abbracciati con lui che ti cinge dietro mentre gli attori ti camminano intorno? Hai mai provato a battere il tempo con le mani unite a un concerto jazz? Hai mai provato a osservare gustare commentare ogni forma d’arte con un uomo che ha affinità elettive con te?

Io sì.