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C’è chi affoga 

C’è chi affoga nel fare fare fare. Come una formichina intenta a trasportare grossi chicchi e andare andare andare sotto un peso così greve. Il suo solenne compito, il suo istinto, il fine. Tutto il tempo a girare accumulare cercare immagazzinare. 

Io amo star ferma. 

C’era un uomo immobile a guardar lo scorrere dell’acqua. – Che sta facendo? Mi ha chiesto il mio compagno di cammino. Sta meditando – ho risposto. 

Esula dal suo mondo il meditare: il mio compagno di cammino ha sempre qualcosa da fare. Non sa semplicemente sostare. Gli ho detto che dovrebbe imparare a star fermo un’ora senza far nulla. – A che scopo? – mi ha chiesto. 

Saper star fermi nel nulla insegna ad acquietare quella parte ansiosa e instabile che non trova pace se non fuori. Star fermi vuol dire star bene dentro. Senza macchine esterne, senza oggetti  e aggeggi. Senza collegamenti, fili, apparecchi. Spenti gli schermi, i filtri, gli obiettivi fotografici. Fuori dal mondo per un’ora. Dentro il nostro mondo. 

Fare silenzio. Non avere collegamenti voci consensi applausi discussioni rumori. Saper stare un’ora nell’ozio. Senza leggere scrivere camminare incontrare comprare valutare giocare studiare. Questa bolla di nulla – apparentemente priva di scopo – ci permette di creare. Le migliori idee saltano fuori da questi attimi di sospensione. I creativi lo sanno. 

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Nulla ho da fare 

Quando il tuo muto cane

a terra

esausto dorme

e io vado oltre il recinto

a respirare il nulla,

distesa tra libri e penne

nell’ozio che m’avvolge,

tu mi chiedi perché

– qual è l’impegno

che mi prende:

nulla ho da fare.

Null’altro che sostare 

esausta e muta

– come il tuo cane –

distesa e calda 

di odore e sonno

tra le mura e le mie cose.

Tra pennelli e cenci

e fogli di carta.

Tra pagine fittizie

e bianche tazze 

nel silenzio del quartiere

che m’assorbe.

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Un romanzo per Piperno

Veramente interessante l’articolo di Alessandro Piperno sulla Lettura: “Che talento, questo Amoz Oz”.

Mi è piaciuto perché parla di un libro e dell’effetto che può procurare la lettura di un romanzo in una giornata storta.

Mi è piaciuto perché c’è dentro, nel sottosuolo dell’argomento, tutto l’amore che uno scrittore può provare per il corpo di un libro, corpo da accarezzare, toccare, sentire come quello dell’amata.

Testualmente: “Ecco, il libro è finito. Lo chiudo soddisfatto. Riscatta una giornata così cupa e inutile. Stento a riporlo come accade sempre con i pochi libri che abbiamo amato. Lo carezzo come un peluche”.

Con i pochi libri che abbiamo amato.

Pochi, rispetto al mare all’oceano di libri che leggiamo. Chissà perché solo pochi ci toccano così intimamente da trasformare persino l’umore. Meravigliosa capacità terapeutica della buona scrittura. 

Così una sera torno a casa con l’umore sotto i tacchi. Alle spalle una di quelle giornate bigie disseminate di intralci che rendono la vita faticosa, opprimente e insensata”. 

Faticosa, opprimente e insensata. Capitano giornate così. A volte grigie anche senza intralci. Ci si sveglia già con l’umore greve. Senza sapere perché.

Non serve fare zapping, nè fare una calda doccia, nè gustare una buona cena. Solo la lettura di un ottimo romanzo può sollevarci in un altro strato atmosferico. Portarci altrove, dove sfumano – per incanto – le nostre inutili noie. Siamo dentro un’altra storia, qualcuno silenziosamente ci prende per mano e ci porta a sentire vedere un nuovo panorama. 

” In un attimo ecco svanire malumore, spleen, senso di gratuità. Mi rilasso, mi diverto, mi entusiasmo. La cosa più bella, mi dico, è come tratta il tempo e lo spazio. Tutto vola via delicatamente”. 

Così è anche per me quando, finalmente, trovo un romanzo che mi piace.

E per voi? 

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E dunque nevica 

E dunque nevica

in questa nuova primavera

così sbocciata nel verde tenero

tra le bianche ciglia dei piccoli anemoni.

L’uomo rapace

mi ha condotta in volo

fino al nido – tra calde piume.

Il sonno m’ha avvolta

nell’oblio perpetuo.

C’è una pace solenne 

senza rimorsi e rivalse:

tutto il tappeto d’astio

ora è coperto dallo strato bianco.

Oggi il silenzio ha un canto nuovo

il respiro si fa culla 

tra gli avanzi del vento 

– che ieri rovinava. 

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La bimba allontana

La bimba allontana e tira a sé il rocchetto. Impara così – attraverso questa figura fondamentale descritta dalla psicoanalisi freudiana – a sostenere la distanza dalla madre, dal seno materno. Non c’è e c’è.

Ci sono donne che non smettono mai di tirare il filo per verificare se l’altro c’è. Tirano all’estremo il filo per vedere se si spezza o l’altro torna vicino. Allontanano e riprendono. É un gioco elastico e dinamico. Perenne e stancante, sfibrante. 

Ci sono uomini che si accorgono della donna solo quando é distante, il rocchetto allontanato.

Quando sono sul punto di perdere la donna, corrono si attivano si svegliano piangono supplicano. Quando hanno la presenza costante, acquietante, quotidiana si dimenticano: la ignorano, non hanno cura, attenzione, garbo. 

Giochi antichi di seduzione e separazione in atto da secoli. 

Ti accorgi di qualcosa quando manca: salute, cibo, sole, denaro, serenità.

Ti accorgi di una donna quando ti tradisce, quando parte, quando ti lascia. 

Peccato, vero peccato, che nel tempo della vicinanza non c’è stato un complimento, un invito, un abbraccio, una sorpresa. Peccato che sei stato distratto. Peccato che hai sbadigliato quando ti ha detto spiegato chiesto. Peccato che le hai dato la schiena, le hai negato il tempo, un’attenzione, un sorriso.
Freud osserva il gioco del nipotino Hernst ( il gioco del rocchetto ), e arriva a formulare ulteriori riflessioni sul gioco come strumento trasformativo e quindi evolutivo per il bambino.

Il bambino teneva un rocchetto legato ad un filo, lo gettava oltre la spalliera del lettino fino a farlo sparire, per poi ritiralo a sé esultando.

Il rocchetto, secondo Freud , mostra la possibilità per il bambino di riparazione, e quindi di trasformare un’esperienza dolorosa e frustrante ( come l’assenza della madre ), in un’esperienza controllabile, che gli permette di reggere la separazione e la solitudine”. 

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INCONTRO

Lo sguardo fu una lamina di fuoco. Accadde.

Nella piazzetta dei balconi fioriti, dalle pareti affrescate con le vergini, tra il passaggio di incuranti e lente ombre.

Si videro e si riconobbero. Dalla chioma leonina, la faccia tersa e gli occhi verdi. Dall’andatura gitana, sciarpa serica e pantaloni alla cavallerizza. Diversi tra eguali. 

Si sfiorarono, si guardarono. Una frazione d’attimo. Il tempo minimo necessario alla muta intesa: perché ciascuno s’inchinasse all’altro.

Poi, sbalzati d’improvviso lontano sulla giostra del tempo e altrove. Dove il ruolo imponeva il come. Sudore freddo. Sbandamento e vertigine. 

Così si riconobbero e si videro. 

S’inchinarono muti al trasalimento.

Poi, ciascuno proseguì il suo cammino senza voltarsi. 

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Cucire la vendetta 

Non ancora aperte le imposte: che il tempo stia fuori con l’orologio che batte. Occorre cucire la vendetta. Confezionare la veste con temperato furore. Abbattere la dozzinale baldanza del cavaliere. 

Campane a festa. La luce si espande sulla coperta. 

La sera prima era uscita per un ridicolo abbaglio. L’uomo era così piccolo e non solo di statura. Aveva mani tremanti, lo osservava incalzandolo con domande. Poi, lo ascoltava con un sorriso taciturno. 

In ogni fuga si profilava l’impossibilità del sogno. Avrebbe solo desiderato ridere e sciogliere i capelli. Qualche nota di gaiezza oltre la torbida macchia. 

C’era una sorta di crudeltà compiaciuta nella sua sottile analisi. Il cuore non batteva. Nessun timore e tremore. Quando se ne andava per i vialetti tortuosi nessuno sapeva inseguirla. 

Camminava sbrogliando l’enigma. Provava piacere, odiava la calma piatta. 

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I viandanti sciamavano


I viandanti sciamavano tra rami fioriti. Il sole era ancora alto. Nulla le opprimeva il cervello. Nel passo elastico cercava quadrifogli nell’erba tenera. 

Lo zero assoluto della mediocrità era tracimato, così lei aveva chiuso porte cancelli e finestre. Non permetteva svolazzi agli inutili accessori. La infastidivano. Nel primo pomeriggio aveva accuratamente rotto, in piccoli frammenti, un’antica agendina. Teneva tracce stanche desuete rovinose del giá stato. Aveva poi buttato i pezzi nel contenitore della carta straccia. 

La bonifica della casa durava ormai da anni. Non era ancora terminata. Lui aveva disseminato ovunque i suoi ” ti amo “. Con la sua nera calligrafia rapace. Con un gesto insofferente aveva strappato l’ultimo reperto fossile. 

Nel tragitto in auto aveva scorto una scritta con il suo nome corto, con la O a forma di cuore così come lui, per vezzo grafico, amava scrivere. I piumati predatori lasciavano traccia ovunque del loro ostinato volo. 

Tornata a casa c’era odore di muschio e vaniglia per via dell’incensiere. Ogni tanto, come una fastidiosa mosca, arrivava il pensiero della tetra idiozia del suo passato amore. Del goffo tonfo nella caduta. 

Il tema del doppio la lambiva perennemente. Sbucciò una mela. 

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Nulla m’attendo

Nel guazzabuglio delle idee filosofiche nuoto stanca. 

Ruzzola giù per le scale il gomitolo delle aspettative. 

Nulla m’attendo dal tuo testo antico, così zeppo d’errori: informi sgrammaticature. 

Non volo mai sulle turpi cancellature: segni neri addossati alle parole.

Avevo altre illusioni quando m’imbarcavo, nei giorni estivi, verso isole turchesi. 

Floscia e lacera la vela nel ritorno. 

Nel sogno l’uomo dai molti cani mi mostrava magnifici frattali. 

Il colore irrecuperabile del cielo di Magritte e Chagall.

Ero così elegante e languida. Così appagata. 

Ora annego nell’immobilità melmosa del tuo stare. 

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Danzare 

Ieri scrivevo che, quando sono da sola, ascolto musica a tutto volume e ballo.

A me piace molto ballare, mi piace muovere il corpo seguendo la musica. Liberamente. Non ho mai imparato i passi canonici. Non mi interessa, tranne forse per il tango. Ballo tra i più sensuali con un linguaggio proprio da imparare e seguire. Per quanto mi riguarda amo particolarmente muovere il corpo sullo sfondo di musica tribale, rullanti e tamburi.

Non ho mai avuto compagni, mariti, amanti, amici che hanno amato il ballo. Così non sono mai andata nei luoghi deputati alla danza. Così è anni e anni che ballo da sola senza condivisione e socialitá. Oggi per caso ho ritrovato in un’altra casa un libro che avevo prestato. Non sapevo nemmeno che fosse mio, sono stata attirata dal titolo e dal nome dell’autore sul dorso: L’ospite inquietante di Umberto Galimberti. Solo quando l’ho preso in mano e aperto, ho visto sulla prima pagina dopo la copertina il mio nome. Era mio, quindi l’ho messo in borsa. 

Quando l’ho aperto a casa e l’ho sfogliato ho trovato un capitolo dedicato proprio al tema: La danza e la liberazione del corpo. 

“Tra santi e prostitute, tra Dio e mondo, la danza! ”    Nietzsche 

” All’origine del mondo c’è quell’arte nobilissima che é la danza di cui si dice ella esser nata da principio col mondo istesso ”        E. Tesauro 

” Furono proprio quegli dei, che ci sono stati offerti come compagni di danza, a farci dono del ritmo e dell’armonia come espressioni del piacere ”     Platone

Galimberti analizza come fu il Cristianesimo a separare il sacro della danza e a irrigidire il corpo in uno spazio controllato e chiuso. 

Non è questo il luogo per enucleare tutte le interessanti riflessioni del filosofo, quindi- per chi volesse approfondire- rimando alla lettura del libro citato.

Libro che metterò al suo posto, nella mia libreria, accanto agli altri numerosi fratelli. Starà bene perché verrà toccato spesso ( anche i libri cartacei hanno un corpo).

Toglietemi tutto, ma non i miei sacri libri.

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A casa

A casa ci sono solo io a decidere i tempi e i luoghi. I ritmi del sonno e del risveglio. Terminate le lunghe attese, le condivisioni, i compromessi. Stare con un’altra persona é un adattamento continuo. Io, poi, che se non dormo sono capricciosa come una bimba.

Qui ho gli stivali sulla pelle del mio grande divano, le gambe allungate in pieno relax esattamente come mi piace; e la sera volano gli indumenti sulla sedia facendo un arco gioioso: voilá. 

Mangio quel che voglio quando voglio, senza mettere in ballo tutta la batteria del pentolame giacché di poco io mi accontento. Accendo la TV senza zapping scegliendo un solo programma. Leggo sdraiata e muta. Ascolto la musica a volume alto e ballo. 

La convivenza é una continua prova. Di pazienza, tolleranza, rispetto dell’altrui diversitá.

L’altro è diverso. Diversi i gusti, i tempi, gli hobby, le passioni, i bisogni. Diverso il carattere, il temperamento, diversa la storia e la formazione. Diverse le esperienze che ci hanno condotti fin qui. 

Volere bene a qualcuno significa accettare la sua sostanziale diversità. E rispettarla. Non è compito facile. Ogni tanto sorgono scintille. Si alimentano faló. Si rischia di bruciare tutto. Più semplice lasciar perdere mollare andarsene chiudere porte e portoni. Solo l’amore trattiene. 

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Se lo scrittore secondo Virginia Woolf 

Guardatevi dentro e la vita sembra molto lontana dall’essere ” così “. Analizzate per un attimo una mente normale in un giorno normale. La mente riceve una miriade di impressioni – futili, fantastiche, evanescenti, o scolpite con una punta d’acciaio. Esse ci giungono da ogni parte, in uno scroscio incessante di innumerevoli atomi, e mentre ricadono, mentre prendono forma nella vita di un qualsiasi lunedì o martedì, acquistano un accento diverso dal solito; (…)

Se uno scrittore fosse un uomo libero e non uno schiavo, se potesse scrivere quello che vuole, e non quello che deve, se potesse fondare il suo lavoro sul proprio modo di sentire e non sulle convenzioni, non esisterebbe nessun intreccio, nessuna commedia, nessuna tragedia, nessuna storia d’amore o catastrofe nello stile comunemente accettato…

La vita non è una serie di lampioncini disposti in ordine simmetrico; la vita è un alone luminoso, un involucro semitrasparente che ci racchiude dall’alba della coscienza fino alla fine.

Non è forse compito del romanziere esprimere questo spirito mutevole, misterioso e indefinito, per quanto possa mostrarsi complesso e aberrante, con una miscela possibilmente priva di elementi esterni ed estranei? Noi chiediamo solo più coraggio e sincerità; vogliamo suggerire che la materia del romanzo è un po’ diversa da quella che l’abitudine vorrebbe farci credere.

Così Virginia Woolf si esprime sul Romanzo moderno. Joyce già rivoluzionava lo schema classico del romanzo. Oggi non pare che se ne tenga gran conto: i libri in testa alle classifiche rispondono a uno schema spesso piano, piatto, con un linguaggio poco articolato e con pochi, o nessun, salto acrobatico. 

Quando entro in una libreria o in una biblioteca faccio davvero fatica a trovare qualche romanzo moderno avvincente. Naturalmente sono una difficile. Al di là della trama, è il tessuto del linguaggio che mi interessa e può, eventualmente, affascinarmi. 

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L’uomo di ghiaccio 2 

L’uomo di ghiaccio in automobile durante il viaggio mi ha parlato delle sue analisi mediche: il sangue fa fatica a scorrere nelle vene per ovvi motivi. Ora, dopo pranzo, sta spalando la neve e il ghiaccio sui gradini di pietra. Al piccolo ristorante faceva freddo, la cuoca ci ha acceso il termosifone ma anche se il fuoco scoppiettava nel camino, stare seduta vicino a lui non era di conforto: ho dovuto mettere il piumino sulle gambe perché le sue gambe vicine sotto il tavolo espandevano una brezza gelida. 

La conversazione è stata altrettanto gelata: lui, l’uomo di ghiaccio, ha mangiato pizzoccheri e io ne ho approfittato per raccontargli di quando vivevo a Milano e avevo cucinato questo piatto prelibato per undici persone in taverna: anche se sono scesa nei particolari e raccontato aneddoti di quel tempo ( ero molto giovane bella e con un seno che ingolosiva gli uomini presenti a cena ) lui non ha fatto una domanda né un commento.

Si é invece dilungato a parlare di soia e saponina con la cuoca, anche se stava riportando i piatti in cucina, bloccandola sulla porta per molto tempo.

L’uomo di ghiaccio infatti, sa essere affabile e persino caloroso con gli estranei, specie se sono donne giovani: allora riesce a far rimbalzare la conversazione a lungo, riesce ad ascoltare con interesse e a chiedere. A parte la saponina e la soia non sono stati affrontati altri argomenti durante il pasto che si è svolto in siderale silenzio.

Dopo aver pagato il conto é riuscito persino a farsi leggere l’oroscopo, lui che non ci crede minimamente. Incredibile come la sua anima algida si scaldi in presenza di sconosciuti. 

Ora é rientrato dopo aver spalato la materia di cui è fatto. 

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L’uomo ghiaccio 

Oggi parto. Ho voglia di cambiare aria ambiente orizzonte vista visi incontri suoni odori cibi vestiti temperature atmosfere. Dove vado c’è un altro tempo, dilatato, ritmato differentemente e condiviso. Non sarò sola per sette giorni. Per questo mi sto godendo il tepore del mio letto, dopo aver fatto una bollente doccia, nuda sotto i piumini. Sarò con l’uomo ghiaccio. Lui non mi tocca, non mi guarda, non mi parla, non mi abbraccia, non mi scalda. Quando lo vedo la mia temperatura corporea scende all’improvviso e tutti gli ardori si spengono all’improvviso come in un blackout. 

Stare nel medesimo spazio con un uomo ghiaccio non è semplice. Specie se la temperatura esterna è già gelida. Occorre coprirsi molto, mettere maglie maglioni felpe sciarpe guanti cappelli calze pesanti: tutto di lana e cashemire. Occorre darsi calore con the bollenti, brodo, vin brûlé, cioccolate e altri piatti che prevedano una cottura. Occorre evitare gelati e ghiaccio negli aperitivi: non mi metta il ghiaccio, per favore. 

L’uomo ghiaccio tiene a distanza, tiene una distanza prossemica standard. Non ti tocca o prende la mano, che comunque va coperta dal guanto. Evita accuratamente ogni anche accidentale contatto, non ti sfiora, se lo incontri in casa nello stretto corridoio occorre farsi da parte prima che lui si faccia da parte.

Dorme nel suo letto che assomiglia a una teca di cristallo. Non desidera essere svegliato dal bacio di una principessa. Io dormo nella mia piccola tenera cameretta: l’ultima volta mi sono portata una coperta riscaldante elettrica, l’accendo un’ora prima di andare a letto, così quando mi infilo sotto le coperte sento calore e riesco a dormire come se stessi vicino a un uomo fuoco. 

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Degli scrittori 

Dice Maupassant degli scrittori: En lui aucun sentiment simple n’existe plus. Tout ce qu’il voit, ses joies, ses plaisirs, ses souffrances, ses désespoirs, deviennent instantanément des sujets d’observation. Il analyse malgré tout, malgré lui, sans fin, les coeurs, les visages, les gestes, les intonations.

Proprio così: In lui, cioè in chi scrive: nello scrittore, non esistono sentimenti semplici. Tutto ciò che vede, le sue gioie, i suoi piaceri, le sue sofferenze, le sue disperazioni, divengono all’istante oggetti di osservazione.

Egli analizza, malgrado tutto, suo malgrado, senza fine, i cuori, i volti, i gesti, le intonazioni.

È per questo motivo che stare accanto a uno scrittore, o a una scrittrice, non è facile.

Non c’è distrazione, cecità, superficialità, vaghezza. Chi scrive osserva e vede tutto, malgrado lui. Ha la pelle sensibile, nuda: ogni sensazione arriva. Ogni gesto, ogni intonazione della voce, viene catturato registrato analizzato. Ogni riverbero interno viene amplificato, produce echi. Non è tenero con se stesso, con ciò che sente, e con gli altri.

Non esistono sentimenti semplici, lo scrittore vede annota la complessità, entra nelle profondità dei suoi meandri. Ogni aspetto viene considerato da tutti i lati, non sfuggono i dettagli, lo scrittore dipinge con attenzione maniacale, non ama le superfici piatte senza increspature.

Proprio per queste caratteristiche stare accanto a una persona che scrive non è semplice. Per chi è superficiale, per chi preferisce le banalità e gli stereotipi, per i furbi e chi tende a vivacchiare non è facile stare accanto a chi annota ogni particolare dettaglio sfumatura.

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Che cos’è Amore

Ti vedo meglio al buio, 

non mi occorre altra luce:

l’amore per me è un prisma 

che supera il violetto.

Questa la strofa di una poesia di Emily Dickinson. Ti vedo meglio al buio, frase magnifica che rimanda al senso profondo dell’amore che si abbandona all’altro nella notte della ragione.

Mi ricorda la favola di Amore e Psiche, nell’interpretazione di Erich Neumann ( Casa Editrice Astrolabio):

” La fase dello sprofondamento di Eros e Psiche nell’oscuro paradiso dell’inconscio corrisponde alla situazione uroborica iniziale dell’esistenza psichica. È la fase dell’identità psichica in cui tutte le cose sono connesse, fuse e mescolate in modo inestricabile, come nello stato della participation mystique. La vita psichica si trova in una fase di oscurità, cioè di mescolanza inconscia e di inconscia produzione, di amplesso e di fecondazione “. 

Vedere l’altro meglio al buio significa vederlo con tutti i sensi, sentirlo e riconoscerlo istintivamente.

Chi ha provato l’esperienza dell’amore sa che questa esperienza non ha nulla a che fare con l’immagine edulcorata mielosa e semplificata offerta dai mass media. Niente fiori, cioccolatini, braccialettini e bacetti. Niente selfie con le due facce falsamente sorridenti da inviare sui social. 

Amore non è fatto semplice, nulla è più complesso dell’amore quando accade. 

Scrive Umberto Galimberti:

” Amore è un desiderio infinito che vive lo spazio che lo separa dalla conquista dell’oggetto amato, perché amore non conosce il possesso ma solo la mancanza, per questo Platone lo diceva figlio di povertà e lo descriveva: Povero sempre, Amore non è affatto delicato e bello, come per lo più si crede; bensì duro, ispido, scalzo, senzatetto; giace per terra sempre e nulla possiede per coprirsi; riposa dormendo sotto l’aperto cielo, nelle vie e presso le porte. (…) 

Amore è anche figlio di Poros, la via, il passaggio, il guado che dalla scena, dove la ragione quotidiana recita il suo testo, conduce ai margini della scena, ai bordi del linguaggio dove i termini subiscono quello s-terminio che offre lo spettacolo dell’o-sceno. Qui non c’è più identità e tanto meno relazione. I nomi con cui la ragione quotidiana ha costruito la sua visione del reale precipitano in quella molteplicità irrelata di sbocchi, accompagnata da altri straripamenti, che portano il discorso su un’altra articolazione che non è stabilita né prevista “. 

Da : Paesaggi dell’anima  

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Così veloce si accumula la vita 


Così veloce si accumula la vita che non ho il tempo di registrare l’ammucchiarsi, ugualmente veloce, delle riflessioni che annoto sempre come mi vengono, per inserirle poi qui.  

Virginia Woolf 

Ho sempre annotato le riflessioni – suggerite dagli eventi – su agende, quaderni, blocchi, fogli di ogni tipo, anche occasionali: come le pagine finali bianche dei libri. Ho sempre avuto bisogno di fissare, cristallizzare, vedere la forma delle parole che mi frullavano in testa ponendole come corpi celesti nello spazio di una pagina calligrafica.

Riesco ad esprimere meglio con questo metodo. Il groviglio dei pensieri prende una forma più logica e lineare, schematica, se scrivo. Scrivere mi serve a fare ordine tra i marosi.

Così veloce si accumula la vita… Ogni istante svanisce e viene sostituito dal successivo e poi da un altro. Chiamo ” Attimi ” questi momenti. Li registro con una certa distanza, credo nell’impermanenza.

Non potrei fare a meno di scrivere. Per poter scrivere non posso fare a meno di leggere.

Scrivere è un’arte difficilissima. Bisogna scegliere continuamente; e ho troppo sonno, e perciò mi faccio semplicemente scorrere la sabbia tra le dita. Scrivere non è per niente un’arte facile. Pensare ciò che si vuol scrivere sembra facile; ma il pensiero evapora, sfugge qua e là.

Virginia Woolf- Diario di una scrittrice