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Scrivere Storie, Fiabe,

Storie senza carezze 

Raccontami una storia. La storia incominciò: C’era una volta un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: – Raccontami una storia… La storia incominciò: C’era una volta un re…
Mi mancano le storie. C’è stato un tempo che, io bambina, avevo un padre-fratello-re-amante che, accarezzandomi i capelli la sera, mi faceva addormentare raccontandomi una storia.

Erano sempre storie diverse. Nascevano al momento: come fioriscono certi fiori per una notte sola, uscivano dalla sua bocca e disegnavano fantasmagorici sentieri scintillanti sui muri della stanza.

La protagonista delle storie era sempre una principessa. La principessa ero io, aveva ogni sera nomi diversi, ma entrambi sapevamo – nel nostro muto accordo – che ero sempre io.

Le carezze sui capelli e le carezze della sua voce producevano un effetto sedativo e rilassante e mi conducevano nel sonno. Spesso non udivo neppure la fine delle storie. Forse continuavano la loro segreta trama nei miei sogni.
Mi mancano tanto quelle storie. Ora le cerco nei libri che leggo la sera prima di dormire, ma sono storie senza carezze.

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Scrivere

Io riconosco a fiuto

Io riconosco a fiuto un’anima. Da particelle aeree, girovaghe, da tentacoli sottilissimi come fili di ragnatela che si agganciano a non so quale zona del mio cervello. Non so perché, non so come. 

Quante persone mi sfiorano virtualmente e realmente ogni giorno nelle piazze e nelle vie? Parecchie. Ebbene: solo una, in genere, lascia tracce profonde. Collegamenti sotterranei come radici.

Io sento l’anima. È sempre stato così. Mio malgrado. Sento la corrispondenza che tracima dalle solite inutili cose, sento una rispondenza ancestrale. Non definibile razionalmente. C’è. Accade. 

Sento il sentirmi. Sento il pensarmi. Sento che lui/lei è collegato/a. Le nostre braccia tese. Al di là della distanza spazio-temporale. Sento che sono superflue le parole. Che il mistero che ci tiene è un nostro segreto taciuto ma saputo. Cosciente e incosciente perché valica il quotidiano, il programmato, l’ordinato. Va al di là e sopra e sotto. 

Io so che mi pensi.

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Sensorialitá, Corpo, Contatto, Gesti,

Abbraccio 

C’è un infinito bisogno di abbraccio. L’abbraccio è caldo, intimo, comunicativo, includente.

In questo periodo di incontri sfuggenti, virtuali, superficiali ancor di più sentiamo il bisogno di calore fisico e affettivo. Attraverso lo schermo possiamo abbracciare l’altro solo con le parole, manca il con-tatto perché mancano i sensi: l’odore, la fisicità, la temperatura del corpo. 

Purtroppo non è possibile chiedere di essere abbracciati: l’abbraccio non si chiede, si riceve o si dà.
Scrive Aldo Carotenuto in ” Il gioco delle passioni “: 
“Il gesto dell’abbraccio regala la sensazione, seppur breve, di un’unione appagante ed eterna”.



Fin da piccoli, essere accolti tra le braccia della madre o di qualcuno che ci ama ci rende tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere: amore, nutrimento, calore e protezione.
L’abbraccio non è essenziale solo nella fase dell’infanzia: è indispensabile anche nella vita adulta. 

Gli adulti che non sanno abbracciare sono stati piccoli bimbi senza abbracci, per questo si sono dovuti costruire una dura corazza, per questo appaiono gelidi. 
Scrive Carotenuto:
La corazza avvolgendo la nostra anima non può che peggiorare le cose, perché ostacola ogni tipo di contatto o di partecipazione emotiva con le persone che ci circondano.

Gli altri ” sentono ” che non desideriamo essere abbracciati che non siamo disponibili perché avvolti da una sorta di filo spinato che impedisce l’accesso alla nostra anima.

(…) queste persone rischiano di isolarsi sempre di più, privandosi degli aspetti migliori dell’esistenza, delle emozioni più piacevoli e positive”. 



L’abbraccio tra due amanti ricostituisce quell’unità mitologicamente persa. Quando un amante tiene tra le braccia l’amata comunica più o meglio di mille parole. 
” L’abbraccio è un potente mezzo di comunicazione”. 
” La conoscenza dell’altro è resa più profonda dal contatto con il suo corpo, la comunicazione più sincera”. 

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Poesie, Vento,

Poesie di-vento 

Poesie dedicate al vento. Quale preferite? 
1- Resisto al vento 
Resisto al vento 

ai suoi troppo marcati

accenti. 

Alle sillabe infilzate

su lame poetiche.

Resisto al gelo
del suo solitario

soliloquio.
S’assenta il silenzio 

nell’agitato mare  

dei sibili sferzanti.
S’abbattono

– con cupe sospensioni –

nella risacca

gremita di rotolanti sassi.

 
Così regala

lanci sfumati di amare alghe,

dissolte nebbie

di verticali

frange.
Dietro le tirate

ondeggianti tende

colgo solo il dettaglio 

del suo rantolante respiro. 

_________________________________
2 – Mi torturi 
Mi torturi con frammenti vitrei

nel rettangolo solare.

Mi contorci

roteando la lucente freccia. 

Mi soffi via

in un’unica gelida folata.
_________________________________
3 – Questo vento 
Questo vento che sbatte

e sferra ferite agli occhi:

troppo forte il sole 

e cadono le nuvole.
Questo vento che trascina 

le polveri ed i petali 

– baci e abbracci 

sminuzzati nel mortaio 

del giardiniere –
Questo vento che smuove 

la ferrosa insegna 

con gemiti di lupo.
Questo vento che secca

le labbra e il cuore:

umide e calde fessure

d’ultimi sospiri.
Questo vento che frulla 

destini e destinazioni: 

restituisce i doni

nel turbinante giardino 

degli oggetti 

perduti.
______________________________
4 – L’ossessiva voce
L’ossessiva voce 

che filtra 

e s’infila 

dalle serrate imposte;

lamento d’indomita ferocia 

dal tremor dei vetri.
L’ossessiva voce 

di spasimi e rapsodiche unghiate:

mano gelida e

dita aguzze 

disegnano

lucenti ghirigori 

in aria dura.
L’ossessiva voce 

s’alza

con colpi di frusta 

nel terso cielo

di questo aprile giallo.
É pieno di dispetto 

il vento.

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Se ti fa male la luce 

Perché tu non puoi legarmi le mani e mettermi un bavaglio: mi escono dagli occhi le parole, come luminose frecce attraversano l’aria e s’infilzano sul puntaspilli. Perché non ho fili che misurano i miei pensieri, non ho tracciati di emozioni e di segrete verità. Come tu non hai elettrodi che portano il resoconto su un papiro d’Egitto: deposito dei granai. 

Perché come gli artisti senza mani, che dipingono con lo strumento in bocca, non ci saranno ostacoli a frenare il desiderio di scrittura, il girovagare delle sinuose lettere che si accavallano a riva frangendosi sulla carne della carta.

Non smetterò di geroglifica/re le note del mio umore. 

Perché ci ho messo una vita a rompere le catene e le cavigliere, i braccialetti son stati buttati in acqua: albergano tra i pesci e, l’orologio col pavé, finirà sotto un vulcano. Nella incandescente lava si scioglieranno i diamanti. 

Perché non è il dovere che mi muove, il calcolo e l’opportunità. Il bilancino che misura il dare e l’avere col corpo in controluce che cammina oscillando sul bordo tagliente. 

Non avrò padroni. Non avrò remore a muovermi agile e leggera nel campo aperto esteso e ampio del possibile. Non tolgo nulla al mio desiderio di te quando parto galoppando sul mio destriero alato. L’immaginare non toglie spazio al reale: lo amplifica all’infinito, invece. 

Se ti fa male la luce: metti una benda agli occhi. 

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Non amo ripetere 

Io non amo ripetere sempre le stesse inutili cose – ho detto a M. mentre mi lisciava le nude gambe con una crema nell’asettica stanza bianco latte con le fotografie e i depliant con le immagini delle nuove dee con le gambe accavallate, nello stanzino dove si vorrebbe diventare belle come le modelle immortalate. E invece il tempo macina le sue ore, che segnano i solchi e le dissoluzioni malinconiche lasciando ombre sul viso che, al contrario, si vorrebbe così liscio, perché questo comanda l’epoca: di non invecchiare mai, di gonfiare tendere – come cellophane e plastica – le labbra gli occhi le gote il seno i glutei, così che non ci sia più traccia delle fatiche e dello sforzo del lungo camminare e ridere sorridere vedere e piangere.

– Io non amo ripetere sempre le stesse inutili cose, vorrei che ci fosse un’intimità silenziosa, un cogliere al volo i desideri e bisogni, un’intuizione che lancia la sorpresa, un gesto nuovo, l’empatia che unisce: vorrei non dire, vorrei tacere. 

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Auguri pasquali 

Cosa scrivevo l’anno scorso per Pasqua? Sono andata a vedere sull’altro mio blog. 

Ho riletto. Una persona giorni fa, qui commentando un mio testo, mi ha chiesto se sono “orientalista”. Ho risposto che mi sono interessata nel tempo anche alle discipline orientali, ma che ora ci tenevo a mantenere una “giusta distanza”. 

Ecco, rileggendo il post dell’anno scorso, non posso fare a meno di notare una mancata distanza. Troppo guru. Troppa illuminazione. Oggi non scriverei più così con questo “sguardo all’alto”, con questa ripetizione retorica “Auguro a tutti di… ”

Comunque, per correttezza, allego il testo dell’anno scorso. 

Eccolo:

_________

Se Pasqua è celebrazione di rinascita e resurrezione, 

auguro a tutti quelli che hanno occhi, ma non vedono: di vedere; 

a tutti coloro che hanno orecchi, ma non odono: di ascoltare; 

a tutti quelli che hanno labbra, ma non parlano: di comunicare; 

a tutti quelli che hanno cervello, ma non pensano: di sorgere alla consapevolezza; 

a tutti coloro che hanno mani, ma non toccano: di imparare ad apprezzare la geografia del corpo attraverso la carezza e il con-tatto; 

a tutti quelli che hanno il naso, ma non sentono i profumi: di poter assaporare il piacere olfattivo dei prati in fiore e dei capelli e della pelle dell’amata. 



Racconto sufi:

Nulla Nasrudin va dal medico.

– Dottore, ho un problema terribile!

– Ah, sì? Che cosa le è successo?

– Mia moglie parla nel sonno, ininterrottamente. E io non so cosa fare.

– Facilissimo: mi porti qui sua moglie, così la curo.

– Ma no, dottore. Non voglio che lei curi mia moglie. Voglio che curi me. Ogni notte lei dice cose sublimi, ma purtroppo io mi addormento. Mi dia una medicina che mi tenga sveglio per tutta la notte, così che io possa ascoltarla.


Auguro a tutti quelli che dormono che si sveglino e imparino ad ascoltare. 

__________

Naturalmente c’è del vero in quello che ho scritto. Quello che non mi piace, a distanza di un anno, è il tono un po’ saccente. 

Non è così? 

Sarà che, nella vita, ho dovuto mio malgrado imparare a prendere le distanze dagli ” illuminati”; troppa luce: spegnete, vi prego, la lampadina. 

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Fa sempre un certo effetto

Fa sempre un certo effetto sentire la vicina di sotto cantare. Mentre lo specchio del mondo cade in frantumi per sassi e macigni. Le hanno portato un mobile, o comunque qualcosa, considerato l’ingombro che ho dovuto scavalcare per salire le scale. A me fa effetto la sera, quando torno a casa dopo cena, vedere la loro finestra illuminata e scorgere una fetta di intimità che prima non c’era. L’appartamento sotto il mio è restato vuoto per tutto il tempo, più di venti anni, loro sono arrivati da pochi mesi. 

È sempre stato un enigma questo appartamento senza inquilini eppure così perfettamente arredato. Uno dei due ( o la fantasmatica sorella di lui ) veniva la mattina a tirar giù la tenda da sole e la sera per riavvolgerla. In realtà lei, non la sorella ma la moglie o compagna, era già apparsa sul grande terrazzo sotto il mio qualche estate, a prendere il sole. Non avevo capito che lei era lei, cioè la moglie o compagna di lui. Pensavo fosse un’ospite di passaggio. Una donna straniera in visita a cui concedevano l’agio di godersi qualche ora di sole. Ancora oggi non ho ben capito chi è e com’è. 

Non ho ancora capito perché questa coppia aveva un appartamento pronto e non abitato. Non ho capito se la sorella di lui ( che inizialmente pensavo fosse la moglie ) ha una gemella o se è sempre lei che si sdoppia. Per ora ho, un poco, messo più a fuoco lui: semplicemente perché lo incontro maggiormente sulle scale e a volte mi parla, mi chiede se danno fastidio i rumori dei lavori. In effetti è mesi che fanno lavori con derivato rumore. No, non mi danno fastidio. E poi, mentre il mondo va a rotoli, francamente a me piace sentire la vicina che pensavo fosse un’ospite straniera che canterella mentre, probabilmente, sistema le cose nella nuova credenza. E, qualche notte, mi piace sentire il loro letto che scricchiola. 

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Indifferenza

“Quando non mi ha a portata di mano per servirlo a tavola, un grembiulino bianco e la lunetta ricamata di pizzo tra i capelli, quando non gli servo, come una consumata serva, il piatto al desco; quando non sto seduta sul rosso divano a fargli compagnia solo respirando piano, senza muovere le labbra per emettere suoni che possano interrompere la lunga ripetuta litania delle pubblicità; quando non sono quella figura eterea che camminando a piedi nudi si sveglia prima e fa colazione nel gelo della sala mentre si scalda la temperatura e il sole filtra adagio mentre il Signore dorme avvolto nelle sue maschere nel grande letto matrimoniale; quando non mi ha a tiro, che allungando un braccio è possibile toccarmi, quando non può dirigere i suoi capricci sul mio corpo vuoto. 

Solo quando sono lontana, non presente nel suo cono d’ombra: di me dimentico ripone ogni volontà di laccio nello zaino. E più non cerca il corpo e il viso. Allunga allora le ore nelle sue inutili zavorre senza accennare un piccolo volo. Catturato da ore digitali da forum e fori passa le notti tra immagini statiche come farfalle infilzate in teca. 

A nulla serve il fantasma dell’amata che già chiedeva inutile presenza. A nulla serve l’avvertenza della psicologa che già ribadiva la nociva pratica notturna. A nulla servono le esperienze e cicatrici. Lui non apprende mai. Sbatte e risbatte la testa alla finestra cercando un varco agli occhi: mai ricorda d’essere ormai eternamente cieco”.

Ieri sera, per ridere un po’, ho scelto di vedere un film di Aldo Giovanni e Giacomo: Tu la conosci Claudia? Ho davvero riso, specialmente per le gag di Aldo. Mentre guardavo e mi divertivo pensavo: “Incredibile come venga continuamente ripetuto ovunque il tema del marito distratto,  della moglie stanca di serate annoiata davanti alla televisione con lui accanto incapace di un gesto nuovo che rompa lo schema del sesso il sabato sera. E così lei si cerca e trova un amante”.

Tutto già scritto detto raccontato recitato musicato in tutte le salse eppure ancora oggi è così. La noia, la sicurezza che tanto lei c’è, l’incapacità di inventare ogni giorno un rapporto vivo, la dipendenza dagli schermi che schermano, la pigrizia ( mai un giro, un we fuori porta, una sorpresa, un regalo, una cena fuori… ). E ieri, più di ieri, anche oggi la donna, annegata nell’indifferenza e nella mancanza, cerca un amante. Un amante ama. Almeno. 

Consiglio caldamente la lettura del libro di Recalcati: “Non è più come prima” a tutti gli uomini ciechi che quando hanno una donna da tempo al fianco non la vedono più nella nebbia dell’indifferenza. 

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Si fletteva

Si fletteva con noncuranza sotto lo sguardo acuto dei passanti. Volava veloce sulla traiettoria tra linee cinetiche guizzanti. Le piaceva diventare proiettile e andare dritta allo scopo. Essere un punto luminoso nel diffuso grigiore cittadino. 

Era solo corpo ( mentre mordevano l’asfalto i passi ). Un attimo inafferrabile: solo qualche artista neo futurista avrebbe potuto eternizzarla tra spicchi e diagonali zigzaganti.

Chi tu sia. 

Chi tu sia: angelo o demonio, fuscello al vento o vigoroso tronco. Tu busserai: tre colpi discreti, alla mia porta. 

Uno stretto spiraglio ti attraverserà l’occhio nel mio privato spazio. Forse un lembo di stoffa, una scarpa rossa o un petalo screziato d’orchidea solenne. Forse una sedia così stracolma dei tessuti con il mio profumo. 

Tutto accadrà in una nuvola di sabbia. I serpenti giaceranno immobili e spiraliformi nel fondo della pietra. 

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Amicizia

In amicizia, come in amore, sono esigente. Non mi accontento del primo che passa, pur di non stare sola. So stare sola. Anche giorni settimane mesi. 

In amicizia, come in amore, la nostra possibilità di scelta alla fine non è così illimitata e potente. L’amore accade, così come l’amicizia accade. Intendo dire che nel ventaglio dei possibili ci si imbatte, chissà perché, in alcune persone e non in altre. 

La stessa scuola, strada, quartiere, cittadina, i figli che frequentano i medesimi corsi. Molteplici sono i motivi per cui si incontra una persona che è destinata a diventare amica. Le mie amiche le ho trovate studiando, sul posto di lavoro, e al bar che frequento. Alcune di queste le ho perse per strada, altre le ho volutamente lasciate per sempre.

Per sempre perché non sostengo a lungo gelosia e invidia. Accetto, sostengo, scelgo la sostanziale diversità caratteriale tra me e le amiche; accetto che il loro modus vivendi sia sostanzialmente molto diverso dal mio; tollero momenti di assoluta leggerezza e vacuità: ho un’amica che mi parla ore e ore di feste e gossip. Ho imparato, nel tempo, che è bene esercitare molto rispetto verso l’altro e la sua storia. Anche se sepolta da maschere quotidiane. Ho imparato a riconoscere le piccole bugie senza battere ciglio. Ho imparato a tacere, accogliere, godere del tepore di un momento con un’amica. 

Negli ultimi anni ho chiuso definitivamente con due amiche. Una è riapparsa per caso in una passeggiata. Era con suo marito che aveva avuto una grave malattia. Abbiamo scambiato poche chiacchiere perché io non ero da sola. Poi, la sera, mi è sembrato cortese mandare un semplice messaggio per augurare salute e serenità: ero stata colpita dallo stato del marito. 

L’amica mi ha telefonato subito e ha svuotato tutta la sacca del suo mondo su di me. Ha parlato della sua via crucis. Della miracolose cure che lei e suo marito hanno avuto dalla sciamana di turno… Ho chiesto come stava il figlio, il marito e la sorella. Tutti i parenti stretti. Lei non mi ha chiesto nulla. Nulla di nulla. Erano due anni che non parlavamo. Nulla. 

Dopo aver vomitato tutto il suo mondo, lei che frequenta la chiesa con tutte le cerimonie annesse, non ha allungato una mano, non si è sporta un attimo dal suo privato balconcino per sapere come stavo: io e i miei familiari che bene conosceva e frequentava ai tempi della nostra amicizia. Mia madre, per esempio. Non una semplice domanda: Come sta tua madre?

Non c’è niente da fare. Ha rinforzato, con questa egocentrica telefonata, la scelta di troncare. Chiudere. Eliminare. Serrare porte e finestre. Che senso ha? 

Dovrei raccontare tutto l’antefatto. Dovrei andare indietro nel tempo e spiegare cosa è accaduto per esempio nelle due vacanze che abbiamo fatto insieme. Perché la prendevano per mia madre ( abbiamo la stessa età ); perché suo marito mi ha detto che sono stupenda. Perché ogni volta che parlavo di affetto, d’amore lei scostava il viso, cambiava discorso. Non ascoltava. Perché quella volta che sono andata a prenderla per una passeggiata e non ero da sola, lei nulla ha chiesto. 

Scrive Cicerone: 

L’altra opinione è quella che limita l’amicizia a una parità di doveri e di voleri. Questo in realtà è un ridurre troppo meschinamente e grettamente l’amicizia a un semplice calcolo, per modo che il bilancio del dato e del ricevuto sia in pareggio. 

Da: L’amicizia

Nessun calcolo quindi, ma neppure solo dare dare dare per ricevere solo sguardi obliqui. 

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C’è chi affoga 

C’è chi affoga nel fare fare fare. Come una formichina intenta a trasportare grossi chicchi e andare andare andare sotto un peso così greve. Il suo solenne compito, il suo istinto, il fine. Tutto il tempo a girare accumulare cercare immagazzinare. 

Io amo star ferma. 

C’era un uomo immobile a guardar lo scorrere dell’acqua. – Che sta facendo? Mi ha chiesto il mio compagno di cammino. Sta meditando – ho risposto. 

Esula dal suo mondo il meditare: il mio compagno di cammino ha sempre qualcosa da fare. Non sa semplicemente sostare. Gli ho detto che dovrebbe imparare a star fermo un’ora senza far nulla. – A che scopo? – mi ha chiesto. 

Saper star fermi nel nulla insegna ad acquietare quella parte ansiosa e instabile che non trova pace se non fuori. Star fermi vuol dire star bene dentro. Senza macchine esterne, senza oggetti  e aggeggi. Senza collegamenti, fili, apparecchi. Spenti gli schermi, i filtri, gli obiettivi fotografici. Fuori dal mondo per un’ora. Dentro il nostro mondo. 

Fare silenzio. Non avere collegamenti voci consensi applausi discussioni rumori. Saper stare un’ora nell’ozio. Senza leggere scrivere camminare incontrare comprare valutare giocare studiare. Questa bolla di nulla – apparentemente priva di scopo – ci permette di creare. Le migliori idee saltano fuori da questi attimi di sospensione. I creativi lo sanno. 

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Nulla ho da fare 

Quando il tuo muto cane

a terra

esausto dorme

e io vado oltre il recinto

a respirare il nulla,

distesa tra libri e penne

nell’ozio che m’avvolge,

tu mi chiedi perché

– qual è l’impegno

che mi prende:

nulla ho da fare.

Null’altro che sostare 

esausta e muta

– come il tuo cane –

distesa e calda 

di odore e sonno

tra le mura e le mie cose.

Tra pennelli e cenci

e fogli di carta.

Tra pagine fittizie

e bianche tazze 

nel silenzio del quartiere

che m’assorbe.

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Un romanzo per Piperno

Veramente interessante l’articolo di Alessandro Piperno sulla Lettura: “Che talento, questo Amoz Oz”.

Mi è piaciuto perché parla di un libro e dell’effetto che può procurare la lettura di un romanzo in una giornata storta.

Mi è piaciuto perché c’è dentro, nel sottosuolo dell’argomento, tutto l’amore che uno scrittore può provare per il corpo di un libro, corpo da accarezzare, toccare, sentire come quello dell’amata.

Testualmente: “Ecco, il libro è finito. Lo chiudo soddisfatto. Riscatta una giornata così cupa e inutile. Stento a riporlo come accade sempre con i pochi libri che abbiamo amato. Lo carezzo come un peluche”.

Con i pochi libri che abbiamo amato.

Pochi, rispetto al mare all’oceano di libri che leggiamo. Chissà perché solo pochi ci toccano così intimamente da trasformare persino l’umore. Meravigliosa capacità terapeutica della buona scrittura. 

Così una sera torno a casa con l’umore sotto i tacchi. Alle spalle una di quelle giornate bigie disseminate di intralci che rendono la vita faticosa, opprimente e insensata”. 

Faticosa, opprimente e insensata. Capitano giornate così. A volte grigie anche senza intralci. Ci si sveglia già con l’umore greve. Senza sapere perché.

Non serve fare zapping, nè fare una calda doccia, nè gustare una buona cena. Solo la lettura di un ottimo romanzo può sollevarci in un altro strato atmosferico. Portarci altrove, dove sfumano – per incanto – le nostre inutili noie. Siamo dentro un’altra storia, qualcuno silenziosamente ci prende per mano e ci porta a sentire vedere un nuovo panorama. 

” In un attimo ecco svanire malumore, spleen, senso di gratuità. Mi rilasso, mi diverto, mi entusiasmo. La cosa più bella, mi dico, è come tratta il tempo e lo spazio. Tutto vola via delicatamente”. 

Così è anche per me quando, finalmente, trovo un romanzo che mi piace.

E per voi? 

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E dunque nevica 

E dunque nevica

in questa nuova primavera

così sbocciata nel verde tenero

tra le bianche ciglia dei piccoli anemoni.

L’uomo rapace

mi ha condotta in volo

fino al nido – tra calde piume.

Il sonno m’ha avvolta

nell’oblio perpetuo.

C’è una pace solenne 

senza rimorsi e rivalse:

tutto il tappeto d’astio

ora è coperto dallo strato bianco.

Oggi il silenzio ha un canto nuovo

il respiro si fa culla 

tra gli avanzi del vento 

– che ieri rovinava. 

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La bimba allontana

La bimba allontana e tira a sé il rocchetto. Impara così – attraverso questa figura fondamentale descritta dalla psicoanalisi freudiana – a sostenere la distanza dalla madre, dal seno materno. Non c’è e c’è.

Ci sono donne che non smettono mai di tirare il filo per verificare se l’altro c’è. Tirano all’estremo il filo per vedere se si spezza o l’altro torna vicino. Allontanano e riprendono. É un gioco elastico e dinamico. Perenne e stancante, sfibrante. 

Ci sono uomini che si accorgono della donna solo quando é distante, il rocchetto allontanato.

Quando sono sul punto di perdere la donna, corrono si attivano si svegliano piangono supplicano. Quando hanno la presenza costante, acquietante, quotidiana si dimenticano: la ignorano, non hanno cura, attenzione, garbo. 

Giochi antichi di seduzione e separazione in atto da secoli. 

Ti accorgi di qualcosa quando manca: salute, cibo, sole, denaro, serenità.

Ti accorgi di una donna quando ti tradisce, quando parte, quando ti lascia. 

Peccato, vero peccato, che nel tempo della vicinanza non c’è stato un complimento, un invito, un abbraccio, una sorpresa. Peccato che sei stato distratto. Peccato che hai sbadigliato quando ti ha detto spiegato chiesto. Peccato che le hai dato la schiena, le hai negato il tempo, un’attenzione, un sorriso.
Freud osserva il gioco del nipotino Hernst ( il gioco del rocchetto ), e arriva a formulare ulteriori riflessioni sul gioco come strumento trasformativo e quindi evolutivo per il bambino.

Il bambino teneva un rocchetto legato ad un filo, lo gettava oltre la spalliera del lettino fino a farlo sparire, per poi ritiralo a sé esultando.

Il rocchetto, secondo Freud , mostra la possibilità per il bambino di riparazione, e quindi di trasformare un’esperienza dolorosa e frustrante ( come l’assenza della madre ), in un’esperienza controllabile, che gli permette di reggere la separazione e la solitudine”. 

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INCONTRO

Lo sguardo fu una lamina di fuoco. Accadde.

Nella piazzetta dei balconi fioriti, dalle pareti affrescate con le vergini, tra il passaggio di incuranti e lente ombre.

Si videro e si riconobbero. Dalla chioma leonina, la faccia tersa e gli occhi verdi. Dall’andatura gitana, sciarpa serica e pantaloni alla cavallerizza. Diversi tra eguali. 

Si sfiorarono, si guardarono. Una frazione d’attimo. Il tempo minimo necessario alla muta intesa: perché ciascuno s’inchinasse all’altro.

Poi, sbalzati d’improvviso lontano sulla giostra del tempo e altrove. Dove il ruolo imponeva il come. Sudore freddo. Sbandamento e vertigine. 

Così si riconobbero e si videro. 

S’inchinarono muti al trasalimento.

Poi, ciascuno proseguì il suo cammino senza voltarsi. 

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Cucire la vendetta 

Non ancora aperte le imposte: che il tempo stia fuori con l’orologio che batte. Occorre cucire la vendetta. Confezionare la veste con temperato furore. Abbattere la dozzinale baldanza del cavaliere. 

Campane a festa. La luce si espande sulla coperta. 

La sera prima era uscita per un ridicolo abbaglio. L’uomo era così piccolo e non solo di statura. Aveva mani tremanti, lo osservava incalzandolo con domande. Poi, lo ascoltava con un sorriso taciturno. 

In ogni fuga si profilava l’impossibilità del sogno. Avrebbe solo desiderato ridere e sciogliere i capelli. Qualche nota di gaiezza oltre la torbida macchia. 

C’era una sorta di crudeltà compiaciuta nella sua sottile analisi. Il cuore non batteva. Nessun timore e tremore. Quando se ne andava per i vialetti tortuosi nessuno sapeva inseguirla. 

Camminava sbrogliando l’enigma. Provava piacere, odiava la calma piatta. 

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I viandanti sciamavano


I viandanti sciamavano tra rami fioriti. Il sole era ancora alto. Nulla le opprimeva il cervello. Nel passo elastico cercava quadrifogli nell’erba tenera. 

Lo zero assoluto della mediocrità era tracimato, così lei aveva chiuso porte cancelli e finestre. Non permetteva svolazzi agli inutili accessori. La infastidivano. Nel primo pomeriggio aveva accuratamente rotto, in piccoli frammenti, un’antica agendina. Teneva tracce stanche desuete rovinose del giá stato. Aveva poi buttato i pezzi nel contenitore della carta straccia. 

La bonifica della casa durava ormai da anni. Non era ancora terminata. Lui aveva disseminato ovunque i suoi ” ti amo “. Con la sua nera calligrafia rapace. Con un gesto insofferente aveva strappato l’ultimo reperto fossile. 

Nel tragitto in auto aveva scorto una scritta con il suo nome corto, con la O a forma di cuore così come lui, per vezzo grafico, amava scrivere. I piumati predatori lasciavano traccia ovunque del loro ostinato volo. 

Tornata a casa c’era odore di muschio e vaniglia per via dell’incensiere. Ogni tanto, come una fastidiosa mosca, arrivava il pensiero della tetra idiozia del suo passato amore. Del goffo tonfo nella caduta. 

Il tema del doppio la lambiva perennemente. Sbucciò una mela. 

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Poesia Scrivere

Nulla m’attendo

Nel guazzabuglio delle idee filosofiche nuoto stanca. 

Ruzzola giù per le scale il gomitolo delle aspettative. 

Nulla m’attendo dal tuo testo antico, così zeppo d’errori: informi sgrammaticature. 

Non volo mai sulle turpi cancellature: segni neri addossati alle parole.

Avevo altre illusioni quando m’imbarcavo, nei giorni estivi, verso isole turchesi. 

Floscia e lacera la vela nel ritorno. 

Nel sogno l’uomo dai molti cani mi mostrava magnifici frattali. 

Il colore irrecuperabile del cielo di Magritte e Chagall.

Ero così elegante e languida. Così appagata. 

Ora annego nell’immobilità melmosa del tuo stare.