Il Maestro 

L’uomo getta un’ombra sulla parete ocra. Guardo il suo corpo coperto da morbidi stracci. Quell’ombra ogni volta mi rapisce. Vorrei fissarla con uno spillo come una farfalla, oltrepassarla capirla.

La musica si inceppa. Mi piaceva tanto quel ritmo che mi faceva oscillare: le gambe chiuse al petto, basculando sul bacino. Mi cullavo… mi ninnavo…

Vorrei alzarmi a dare un colpo all’apparecchio. La musica, quella musica, mi piaceva tanto. Lui, il santo-l’asceta-il guru- il Maestro non fa un movimento mentre il suono, ossessivo, si ripete. Pare non sentire il fastidio del rumore. 

Poi si alza. Ferma quella musica che mi piaceva tanto: mi dava sollievo. 

Ora c’è silenzio. Marmoreo silenzio.

A sinistra le donne. Una respira come se facesse l’amore: ansimi continui. Mi infastidisce con quei respiri da ossessa. Si può respirare con decoro ed eleganza. Non lei: oscenamente esposta – come se fosse in camera da letto e un lui la stesse prendendo.

Nessuno parla. Non si comunica mai tra noi. Solo il Maestro spiega. Lui ha il Verbo. L’insegnamento. La Parola.
Parla con un linguaggio forbito. Sceglie le parole più inusuali, le sceglie dal mazzo recidendo le rose fresche. L’Atman. Il sé. Il soffio vitale. Io non sono più io. Il tempo. Lo spazio. Ci spiega. Ci indottrina. Ci illumina.
Le gambe tremano, le braccia tremano, il petto vibra. Si sta chiusi nel respiro. Isolati nella posizione. Dentro la tensione del corpo.
È solo nello sciogliere la torsione più acuta che l’uomo mi guarda fisso. Lo guardo fisso. La sua smorfia mi racconta il dolore, lo sforzo, la fatica. Ma, subito, torna l’ombra sulla parete ocra.
Me ne vado. Quasi fuggo al termine della celebrazione, il velo mi è scivolato sui capelli scomposti.

Il Maestro mi chiama. Risuona il mio nome nella stanza acquatica. Mi deve dare la ricevuta. Ricevo quel che devo ricevere, un anonimo pezzo di carta, e vado. Lascio, dietro di me, il chiuso dell’odore d’incenso.

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